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LUNEDÌ MATTINA AL COMUNE LA PRESENTAZIONE DE “LA NOTTE BLUFONCÈ”

Lunedì mattina alle ore 11:30 presso il Palazzo di Città del Comune di Cava de’ Tirreni, si terrà la presentazione de “La Notte Blufoncè” in programma venerdì 24 Maggio a piazza San Francesco con inizio alle ore 21:30.

Sarà spiegata, nei minimi dettagli, la festa del Centenario della Cavese, organizzata dall società biancoblu insieme al Comune, alla presenza del Sindaco Vincenzo Servalli, il Presidente Massimiliano Santoriello, l’ex capitano Paolo Braca ed il giornalista Antonio Giordano del Corriere dello Sport. Interverranno anche il consigliere comunale Eugenio Canora, il giornalista Nunzio Siani e l’addetto stampa Lorenzo Ansaldi.

L’evento è aperto al pubblico e si svolgerà nel Salaone di Rappresentanza del Palazzo di Città.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: IL MORSO DELLA VIPERA

Nell’immaginario collettivo il serpente è un animale che si presta ad una vasta gamma di interpretazioni. Adorato e venerato da popoli pagani e da culture ancestrali, in base all’iconografia cristiana ha assunto un’accezione negativa. Nella Bibbia, infatti, si legge che la cacciata dal Paradiso Terrestre di Adamo ed Eva avvenne in seguito alla tentazione del serpente seduttore, simbolo di Satana, che spinse Eva a cogliere e mangiare il frutto proibito. Tra i serpenti, le vipere suscitano da sempre grande timore. In Europa sono gli unici serpenti davvero pericolosi per l’uomo, anche se si nutrono di topi e lucertole. Se attaccata da un bipede o se spaventata da un rumore insistente, quando non riesce a scappare, la vipera morde per difendersi, iniettando con i denti veleniferi una sostanza altamente tossica che aggredisce le proteine del sangue distruggendole. Se si viene morsi da una vipera durante una passeggiata in montagna non bisogna farsi prendere dal panico: gli esperti consigliano di immobilizzare l’arto, disinfettare la ferita, e di chiamare i soccorsi. Raramente l’incidente può avere conseguenze gravi. Solitamente chi fa questa brutta esperienza se la cava con tanto spavento e poco più. Nel nostro caso, e stiamo parlando di calcio, invece il morso della “Vipera” ci è stato fatale.
La “Vipera” in questione si chiama Salvatore Mastronunzio, è nato a Empoli il 5 settembre 1979, e di professione fa l’attaccante. Il soprannome risale ai tempi del Frosinone. Glielo diedero alcuni tifosi ciociari, per la sua capacità di stare nell’ombra e di colpire nei momenti più delicati della partita, e il nomignolo gli è rimasto per tutta la carriera. Nella valle metelliana Mastronunzio viene accostato alla delusione più cocente della storia recente della Cavese, e avrete certamente capito a cosa mi sto riferendo.
3 giugno 2007, stadio “Simonetta Lamberti”, semifinale di ritorno play off di serie C/1. Gli ottomila presenti, tutti dotati di fischietto, fanno un baccano d’inferno. La Cavese sta vincendo 3-0 e ha ribaltato il tremendo 5-2 dell’andata, maturato sette giorni prima allo “Zaccheria”. Il pass per la finale per andare in B è saldamente nelle mani degli aquilotti. Il Foggia è sulle gambe, ma guadagna un calcio di punizione nella sua metà campo. Siamo in pieno recupero, mancano pochi istanti, è l’ultimo assalto. Pecchia calcia lontanissimo fino al limite dell’area, Zanetti prolunga di testa, Mastronunzio si incunea tra i difensori aquilotti e di prima fulmina Mancinelli. È il punto del 3-1 che regala la qualificazione al Foggia. Mentre i pugliesi corrono increduli, in campo e sugli spalti lo sconforto è totale. Sono passati quasi dodici anni, ma sembra ieri. Quante volte abbiamo ripensato a quella maledetta azione. Quante volte non siamo riusciti ad addormentarci, maledicendo Mastronunzio, Perna che non si era messo davanti alla palla sulla punizione per disturbare Pecchia, l’arbitro Cavarretta di Trapani che aveva concesso cinque minuti di recupero, la sorte, il fato, e chi più ne ha più ne metta.
Il morso della “Vipera” ci aveva privato di un sogno. Fu un’autentica coltellata alla schiena. Non ce l’aspettavamo, sicuramente non ce la meritavamo. Perché?, si chiederà qualcuno. Perché la Cavese era stata capace di una rimonta che aveva del miracoloso, una rimonta che poteva e doveva avere un senso, anche in seguito alla tragica scomparsa di Catello Mari avvenuta un anno prima, nella notte tra il 15 e il 16 aprile, in quel tragico schianto a poche centinaia di metri dall’uscita autostradale di Castellammare di Stabia.
Che c’entra Catello con Cavese-Foggia e col gol di Mastronunzio?
C’entra. Eccome se c’entra. Seguite il mio ragionamento e capirete.
Quando la mattina di Pasqua del 2006 tutti quelli che avevano a cuore la maglia biancoblù ricevettero una triste telefonata da parte di un amico o di un conoscente che annunciava la morte di Catello, non fu facile credere alle proprie orecchie. Catello, il nostro giocatore migliore, con cui fino a poche ore prima avevamo festeggiato il 2-1 sul Sassuolo e la promozione, non c’era più. Come era accaduto? Come era possibile?
La squadra, quel gruppo fantastico che Sasà Campilongo aveva pilotato verso la vittoria del campionato, sconvolta si strinse in un patto d’acciaio. Tutti i protagonisti di quel trionfo, in primis il tecnico, sarebbero rimasti anche in C/1 per tentare di ottenere qualcosa di importante da dedicare al Leone. La Cavese tornava in terza serie dopo venti anni e non partiva certo con i favori del pronostico. Ma molti di noi, nel profondo del cuore, sapevano che quel manipolo di guerrieri, animati da un sacro furore, nel ricordo del loro fortissimo compagno che indossava la maglia numero 6, avrebbero potuto fare bene anche nella categoria superiore. “Squadra allegra, Dio l’aiuta” diceva Catello. E fu così anche in C/1. Perché quel gruppo di giocatori unito più che mai, si presentò senza alcun timore reverenziale al cospetto di squadre sulla carta più forti e titolate e chiuse la stagione regolare al terzo posto, dietro Ravenna e Avellino, e davanti allo stesso Foggia e al Taranto.
Alcune prestazioni della Cavese edizione 2006/2007 furono davvero fantastiche. Come dimenticare la vittoria in Coppa Italia sul Lecce di Zeman, le vittoria in trasferta di Taranto, Ancona, Gallipoli e Perugia, il gol in extremis di Perna con la Sambenedettese, l’1-0 al Ravenna dopo le polemiche dell’andata, il 3-1 sull’Avellino che costò la panchina a Galderisi dopo il 4-0 subito al “Partenio”, i derby con la Juve Stabia e la Salernitana? A distanza di così tanto tempo, il film di quel campionato genera ancora emozioni. In città in quei mesi si era creato un clima incredibile, direi irripetibile: squadra, staff tecnico, dirigenza e pubblico erano una cosa sola. Si remava nella stessa direzione, spinti dall’entusiasmo, e da un pizzico di sana follia che aveva contagiato tutti. Il “Lamberti” era sempre pieno, era diventato una roccaforte inespugnabile: tutte le squadre dovevano pagare dazio quando venivano a Cava. Per circa tre anni il nostro stadio rimase inviolato. Fin dal riscaldamento i giocatori si caricavano. Mentre la gente li incitava e li esortava alla battaglia, loro mostravano agli avversari gli occhi della tigre. E in partita non ce n’era per nessuno.
Dopo aver battuto nel girone di ritorno in casa le battistrada Ravenna e Avellino, arrivammo ai play off con la consapevolezza di poter dire la nostra. Catello era con noi, era il nostro uomo in più, ci avrebbe guidato dall’alto alla vittoria. Eravamo in forma, ci sentivamo invincibili. Il Foggia sembrava spacciato. Nella gara d’andata, il 27 maggio, ci presentammo allo “Zaccheria” senza alcun timore reverenziale. E passammo subito in vantaggio dopo tre minuti con un colpo di testa di Alfano, bravo a sfruttare un cross dalla sinistra di Nocerino. I rossoneri, sotto gli occhi del vecchio maestro Zeman presente in curva nord, trovarono prontamente il pareggio con una punizione velenosa di Cardinale che non lasciò scampo a Mancinelli. Ma Schetter, verso la metà della prima frazione, ci riportò avanti con un preciso colpo di testa, su assist dello stesso Alfano. Andammo al riposo in vantaggio di 2-1 e pensammo di avere il successo in tasca. Ma non avevamo fatto i conti con la rabbia del Foggia. Il secondo tempo si aprì con un’altra occasione per Ercolano che sfiorò il tris di testa per questione di centimetri. Poteva essere il gol che avrebbe chiuso la contesa. Ed invece all’ottavo minuto l’espulsione di Nocerino per doppia ammonizione, reo di un intervento scomposto su Shala, cambiò l’inerzia di una partita che sembrava completamente nelle nostre mani.
In inferiorità numerica la Cavese, fino ad allora padrona del campo, arretrò vistosamente il baricentro. Campilongo dalla panchina tolse De Giorgio per Unniemi e poi inserì Volpecina per Schetter. Il tecnico rossonero D’Adderio, che aveva già buttato nella mischia Ingrosso per avere più spinta sulla sinistra, tentò il tutto per tutto con Mounard e il Foggia si posizionò stabilmente dalle parti di Mancinelli. Fu un autentico assedio. La Cavese fu sul punto di capitolare più volte. Poi al 31’ Mastronunzio, proprio lui, trovò il gol del pareggio, approfittando di una corta respinta di Mancinelli su colpo di testa di Salgado. Due minuti dopo Mastronunzio, ancora di testa, su cross di Ingrosso, firmò il sorpasso. Io ero in tribuna, in mezzo ad una marea di bandiere foggiane, e non credevo ai miei occhi. I tifosi metelliani, a causa del divieto di trasferta imposto dal Prefetto, erano a casa davanti alla tv a tribolare ancora di più. Bisognava reggere, contenere gli assalti del Foggia che ora, ringalluzzito per la rimonta, caricava a testa bassa. Campilongo, visibilmente contrariato, provò a rinforzare la contraerea con il giovane Poziello al posto di Alfano, ma la mossa non diede i frutti sperati. I satanelli sfondavano da tutte le parti. Segnarono il quarto gol su rigore con Salgado, e poi, dopo una traversa colpita da Ingrosso che aveva già in precedenza timbrato un montante, e una rete annullata per fuorigioco alla “Vipera”, arrivò anche il punto del 5-2 con un bolide da lontano di Princivalli. Tornammo negli spogliatoi frastornati. Per ribaltare quel punteggio così severo e inaspettato, visto che a un quarto d’ora dalla fine eravamo ancora in vantaggio, ci sarebbe voluta una vera e propria impresa sportiva. Di quelle che fai una volta nella vita e finisci per raccontarle ai nipotini con le lacrime agli occhi.
La settimana che ci separò dalla gara di ritorno fu diversa dalle altre. Campilongo, per la prima volta in tre anni, fu criticato per come aveva gestito la partita e per le sostituzioni effettuate. La squadra, stimolata anche dai dirigenti e dall’ambiente che credeva nonostante tutto nella rimonta, andò in ritiro. Io raggiunsi gli aquilotti a Palma Campania il giovedì per la classica partitella infrasettimanale. Qualcuno aveva ancora lo sguardo basso per la brutta figura dello “Zaccheria”. Ma non bisognava mollare, tutto era ancora possibile. Per raggiungere la finale bisognava vincere 3-0. Dentro di me coltivavo una speranza. Sapevo che la Cavese aveva nelle corde quel risultato che avrebbe avuto del clamoroso. Sapevo che Catello ci avrebbe dato una mano. Scaramanticamente non dicevo nulla, ma in cuor mio ci credevo.
Il 3 giugno al “Lamberti” c’erano ottomila spettatori. Anche stavolta la trasferta fu vietata alla tifoseria ospite e i foggiani rimasero a casa a seguire la partita davanti alla TV. Il frastuono generato dai fischietti distribuiti a tutti i tifosi della Cavese e azionati quando aveva la palla il Foggia era qualcosa di impressionante. I biancoblù attaccarono fin dalle prime battute, alla ricerca di un gol che potesse riaprire in qualche modo la situazione. I lanci per la testa di Ercolano fioccavano, i difensori pugliesi in maglia bianca se la vedevano nera ogni volta che la sfera giungeva dalle parti di Marruocco. Già al 4′, su angolo di Unniemi, in campo al posto dello squalificato Nocerino, Arno di testa prese in pieno il palo. Al 9′, invece, Tatomir, anch’egli al rientro, chiamò Marruocco alla difficile respinta dal limite. La corazzata pugliese del presidente Capobianco non stava a guardare e tra il 12′ e il 14′ Pecchia e Mastronunzio si affacciarono pericolosamente dalle parti di Mancinelli. La partita era apertissima. Al 17′ Marruocco disinnescò una conclusione di De Giorgio, mentre al 21′ lo stesso De Giorgio non arrivò in tempo su un traversone di Schetter. Al 25′, tuttavia, Farina si impappinò e Salgado si presentò a tu per tu con Mancinelli, ma il numero uno aquilotto fu bravo a chiudere lo specchio della porta. Il portiere metelliano replicò al 32′ su Mastronunzio, che non approfittò di un lancio dalle retrovie di Marruocco e ciccò clamorosamente la conclusione a botta sicura.
La gara si sbloccò al 37′: angolo di Arno, testa di Unniemi, miracolo di Marruocco, Cipriani fu il più lesto ad arrivare sul pallone e scaraventò in rete. Il vantaggio caricò la Cavese che nella ripresa scese in campo ancora più determinata. Al 5′ Unniemi dovette uscire per infortunio: al suo posto Campilongo arretrò Schetter sulla linea dei terzini e si giocò la carta Tarantino. Il match per il Foggia prese una brutta piega. All’11’ una conclusione dalla distanza di Tatomir, complice una deviazione involontaria di Ercolano, sorprese Marruocco e riaprì completamente i giochi. Sul 2-0 lo stadio divenne una bolgia con il passare dei minuti. Ercolano ci provò ancora al 15′, poi si infortunò anche Cipriani al 21′ e il difensore laziale fu costretto a chiedere il cambio. Al suo posto entrò l’ex Sportillo. Il 3-0 tuttavia era nell’aria e giunse puntuale al 33′: Moi lisciò clamorosamente al limite dell’area un pallone innocuo di D’Amico sul quale si lanciò come un falco Tarantino. Il diagonale di prima intenzione dell’attaccante non diede scampo a Marruocco e fece esplodere lo stadio. L’incredibile era accaduto, la gente era pazza di gioia. Io urlavo come un forsennato, tiravo pugni come in trance sulla vetrata della tribuna stampa, mentre i colleghi pugliesi erano impietriti. Lo squalificato Nocerino, che seguiva la partita dalla mia postazione, sorrideva, felice come un cavese qualunque.
Il destino era con noi, Catello era con noi. Il Foggia era alle corde. Gli ultimi minuti saranno una pura formalità, dopo una rimonta del genere, pensavo tra me e me. E in effetti al “Lamberti”, tra sostituzioni e perdite di tempo, non si giocò più. A cinque minuti dalla fine l’arbitro Cavarretta allontanò dalla panchina Antonio Fariello. Il presidente con il suo inseparabile cappotto portafortuna color cammello tornò lentamente negli spogliatoi, lasciandosi andare ad una festosa pantomima con i tifosi in visibilio. Qualcuno era pronto già ad invadere il rettangolo di gioco, ma venne prontamente redarguito dallo speaker. Nessuno poteva immaginare quello che di lì a poco sarebbe successo.
A questo punto il film della partita ritorna a quel maledetto ultimo minuto di recupero. Quando Mastronunzio segnò, lo stadio cadde in un silenzio misto di sconforto e rassegnazione. La “Vipera”, che in campionato aveva siglato solo un gol in tredici partite, contro di noi, ai play off, in due partite ne aveva messi a segno ben tre, tutti decisivi. C’era chi piangeva, chi si sentiva venire meno, chi imprecava contro la malasorte. Già la malasorte. Il calcio, molte volte, sa essere davvero crudele e non guarda in faccia a nessuno. Colpa del destino che in quel momento era contro di noi, o pura casualità?
Io credevo ciecamente nel destino, credevo che dopo la scomparsa di Catello la sorte, impietosita davanti ad una simile tragedia, ci avrebbe sorriso e ci avrebbe accompagnato verso un traguardo insperato, da dedicare a quel ragazzo tragicamente scomparso che non meritava di finire la sua giovane esistenza all’apice della sua carriera. Sono sicuro che molti la pensavano come me. E invece dopo Cavese – Foggia 3-1 ho cambiato completamente idea, prospettiva e ho adottato un’altra visione delle cose. Sono diventato più cinico, più fatalista, ho capito che il piacere non è meritocratico, ma è figlio di affanno, come diceva Leopardi, ed è frutto del caso.
Con “destino” o “fato” tradizionalmente ci si riferisce all’insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale soggetta alla necessità. Nell’antica Grecia, il Fato era invincibile ed era personificato dalle tre Moire, le Parche dei Romani, figlie di Zeus e Temi: Cloto, che filava lo stame della vita, Lachesi, che lo svolgeva sul fuso ed Atropo, che lo recideva, inesorabile, con affilate e lucenti cesoie. Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci. Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all’obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l’ordine dell’universo, al quale anche gli dei erano soggetti. Secondo Massimo Ciccotti, ingegnere, appassionato di psicologia ed esperto di culture orientali, il fato è un potere o un agente che predetermina e ordina il corso degli avvenimenti, e che aggiunge ad essi un’aurea di sortilegio e di oscurità. Gli eventi sono ordinati o “pre-decisi” e sono messi in opera da una forza o intelligenza che ci trascende, che agisce su di noi, spesso per il peggio. Il destino non ha alcuna delle connotazioni negative del fato e non può essere costretto ad agire su qualcuno; se si viene costretti dalle circostanze, allora si tratta di fato.
Mastronunzio, insomma, non ci ha puniti perché il Foggia meritava di più, tanto è vero che i rossoneri, nel retour match della finale play off del 17 giugno 2007, furono sconfitti dall’Avellino come noi con un gol di Rivaldo in pieno recupero. Fu la rete che prolungò la partita ai tempi supplementari, durante i quali gli irpini segnarono altri due gol e conquistarono la promozione in B. La Cavese e Catello non avevano colpe da espiare: quegli avvenimenti erano figli del caso. Un caso bislacco, come spesso accade nel calcio, che si diverte a fare e disfare, a dare e togliere certezze, anche nel corso solamente di novanta minuti.
Una piccola soddisfazione nei riguardi del Foggia ce la prendemmo pochi mesi dopo, il 29 ottobre 2007, quando Campilongo si presentò a Cava insieme a Tony D’Amico per la prima volta da avversario. Il vecchio condottiero di tante battaglie, dopo quello che era successo e le emozioni che aveva condiviso con noi, accettò a sorpresa la corte del Foggia. Venne accolto dal pubblico metelliano con bordate di fischi assordanti che ricordavano quelli della semifinale play off e con alcuni striscioni al vetriolo. Il Foggia si portò in vantaggio con Biancone all’ottavo del secondo tempo, ma poi subì il ritorno della Cavese che prima pareggiò con un colpo di testa del solito Ercolano, e quindi trovò il punto del successo con Cipriani a tempo scaduto. Il difensore fece gol con un piattone in spaccata sottomisura, proprio sotto la Curva Sud. Fu un 2-1 che ci strappò un sorriso per qualche ora e nulla più.
Cavese – Foggia 3-1 del 3 giugno 2007, insomma, non è una partita come tutte le altre: è il manifesto della mia generazione. Una generazione, nata tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, che non ha visto direttamente la B e che ha vissuto sulla propria pelle l’onta di due fallimenti e di due retrocessioni a tavolino; una generazione che è ripartita dall’Eccellenza, e che ha dovuto digerire il gol di Sgambati col Sant’Anastasia, il giallo di Nardò, la sconfitta nella finale play off di Gela, la tragica scomparsa di Franco Troiano e di Catello a poche ore dopo la vittoria di un campionato, il pareggio col Foligno e tante altre delusioni meno cocenti, non ultimo l’inatteso 4-3 di Bisceglie. Il morso della “Vipera” resta il momento più brutto insieme con la morte del Leone. Dopo il gol di Mastronunzio per molti di noi il calcio non è stato più lo stesso. In Cento anni di storia tante sono state le cadute che avrebbero potuto far vacillare la nostra fede. Se oggi, però, dopo tanto penare, siamo ancora lì sugli spalti a tifare, vuol dire proprio che il nostro attaccamento alla casacca biancoblù non conosce confini. Se non è amore questo…

Fabrizio Prisco

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SCHETTINO E ROMANO IN RAPPRESENTATIVA U16

Doppia convocazione per la Cantera Biancoblu dalla Rappresentativa U16 di Lega Pro. Salvatore Romano e Nicola Schettino parteciperanno al 3° Torneo della Pace che si terrà a Perugia dal 18 Maggio.

Le squadre partecipanti al torneo saranno RAPPRESENTATIVA NAZIONALE UNDER 16 LNP SERIE B, F.C. MIDTJYLLAND (Danimarca), F.A. DAINAVA ALYTUS (Lituania), F.C. PAKHTAKOR (Uzbekistan), BRAMPTON F.C. (Canada), OLIMPIQUE D’ALES EN CEVENNES (Francia).

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: ANTONIO SCHETTER, LA FRECCIA BIANCOBLU

Mentre chiacchiero con Antonio Schetter, mi vengono in mente tanti momenti del recente passato della nostra Cavese. Molte gioie, ma anche qualche delusione cocente. D’altra parte, con 204 presenze e 28 gol, l’esterno offensivo è uno dei calciatori che ha indossato di più la maglia biancoblù nei suoi cento anni di storia. Acquistato dalla Viribus Unitis nell’estate del 2003, dopo la promozione in C/2 conquistata dalla squadra di Mario Somma, Schetter è rimasto a Cava per sette stagioni, fino al 2011, con un’unica parentesi: l’annata 2007/2008 vissuta in serie B in quel di Messina. Ha al suo attivo una promozione in C/1, e una Supercoppa di C/2. I tifosi lo chiamavano “Pavel”, come Nedved, perché sulla fascia era una freccia, un motorino instancabile, e non si fermava mai, proprio come il biondo centrocampista della Juve. Ha segnato il gol salvezza a Rutigliano che ci fece restare in C/2 nel 2004, ha siglato il gol che ci permise l’anno dopo di eliminare la Juve Stabia nella semifinale play off e che ci regalò la finalissima col Gela, e ha realizzato la rete del temporaneo 2-1 a Foggia nel 2007, nella gara d’andata della maledetta doppia sfida play off che avrebbe potuto spalancarci le porte della B, e che invece ci fece piangere lacrime amare. Gli ultimi gol con la casacca aquilotta Schetter li ha rifilati al Benevento di Galderisi in un derby casalingo che ci vide soccombere per 3-2. Era il 17 aprile del 2011: con i sanniti Schetter raggiungeva il traguardo delle 200 presenze in biancoblù e venne premiato con una targa ad inizio partita. Era quella la triste Cavese di Spatola e Maglione, che a fine campionato sarebbe sprofondata tra i dilettanti, per poi sparire dai radar del calcio per motivi economici. Antonio era il capitano di una squadra ormai spenta e non ha dimenticato i musi lunghi a fine partita negli spogliatoi dopo lo sciagurato pareggio col Foligno. Da quel momento Schetter ha giocato per altri cinque anni, sempre in Lega Pro, prima di appendere le scarpette al chiodo nel 2016. Nato a Napoli il 23 giugno 1982, sposato con Tonia dal 2008 e padre di due splendidi bambini, Aurora e Ciro, Antonio oggi fa il procuratore sportivo, è rimasto legatissimo alla Cavese e viene spesso al Lamberti. Collabora con Claudio Parlato, e cura gli interessi di una trentina di assistiti, tra cui i nostri Bisogno e Sainz Maza. Con lui si parla di calcio sempre in maniera molto piacevole. Apriamo insieme a Schetter il libro dei ricordi. Non ce ne pentiremo.
‹‹Cava mi è rimasta nel cuore – confida Antonio Schetter – sono arrivato poco più che ragazzino e me ne sono andato alle soglie dei trent’anni con un bagaglio importantissimo di successi e nello stesso tempo di dolore per la scomparsa di Catello e per alcune delusioni tremende maturate sul campo. Sette anni non si dimenticano. Sono rimasto un tifoso della Cavese: ancora oggi quando non vengo allo stadio, per motivi di lavoro, il primo risultato che vado a vedere sullo smartphone è quello degli aquilotti.››
Riavvolgiamo il nastro, prima di occuparci del binomio Schetter-Cavese. Come hai cominciato a giocare a calcio?
‹‹Ho iniziato con la Pro Calcio Napoli di Bruno e Mario Di Lauro. Poi ho esordito in serie D con la Sangiuseppese. Avevo 17 anni. Nel 2001 ho fatto il ritiro con l’Empoli di Silvio Baldini: mi allenavo con la prima squadra e poi giocavo con la Primavera. Prima della fine dell’anno sono tornato con la Sangiuseppese, ma è stata un’esperienza bellissima.››
Al termine di quel campionato l’Empoli di Baldini si classifica al quarto posto in serie B e viene promosso in serie A. I toscani sono fortissimi e hanno in organico gente come Di Natale, Rocchi, Maccarone e Tavano. Schetter studia da esterno offensivo e cerca di rubare a quei mostri il maggior numero di segreti.
‹‹Nonostante non abbia mai esordito in B, mi consideravano uno di loro. Ancora oggi, quando incontro qualcuno di quella squadra, ci salutiamo con estrema cordialità. Il più forte era Totò Di Natale, non c’è dubbio. Vedeva la porta come nessun altro e l’ha dimostrato nel corso della sua carriera. Faceva sempre gol, persino in allenamento la buttava dentro con una continuità impressionante. Ma anche Tavano mi sbalordiva ogni volta perché non riuscivi mai a togliergli la palla, la proteggeva e sapeva rendersi pericoloso come pochi. Con lui un difensore non dormiva mai sonni tranquilli, era costantemente in apprensione. Baldini poi era straordinario. Sul campo era un tipo tosto, non guardava in faccia a nessuno, era un grande insegnante di calcio. Fuori dal campo però era una persona tranquillissima, amava andare a caccia con gli amici. La forza di quell’Empoli era il gruppo ed era merito suo.››
Dopo aver accarezzato il sogno della B, Antonio disputa un altro anno e mezzo in D con le maglie di Sangiuseppese e Viribus Unitis. Con la compagine di Somma Vesuviana si mette in luce come uno dei migliori talenti del campionato: in 27 presenze timbra 7 reti. Nell’estate del 2003 arriva la chiamata della neopromossa Cavese e per Schetter si aprono finalmente le porte del calcio professionistico. Come nasce la trattativa?
‹‹In quel momento il mio procuratore era Nicola Dionisio. Mi propose la Cavese e io accettai subito. Il presidente Della Monica ebbe buone referenze su di me da Vittorio Belotti che mi aveva conosciuto e allenato a San Giuseppe Vesuviano. Firmai un biennale. Fu una stagione travagliata, non giocai tantissimo. Ci salvammo solo all’ultima giornata, grazie a un mio gol a Rutigliano. La società era contestata, la squadra non era male, ma non riuscivamo ad essere incisivi come volevamo. Si poteva fare sicuramente di più.››
Nel suo primo anno a Cava Schetter viene allenato prima da Massimo Silva, poi da Ezio Castellucci, ma i risultati, anche con il cambio tecnico non migliorano.
‹‹Silva mi vedeva seconda punta alle spalle di Scichilone, ma all’occorrenza ho fatto anche l’esterno del 4-4-2. Con Castellucci ho fatto l’attaccante, ma sono stato impiegato sulla fascia anche da terzino sinistro. Mi sono dovuto adattare. I problemi comunque non erano solo di natura tattica. A gennaio con l’arrivo di Luca Leone ci rinforzammo a centrocampo, ma mancava sempre qualcosina e le contestazioni del pubblico alla proprietà non aiutavano.››
Con il gol di Schetter a Rutigliano la Cavese ottiene una sofferta salvezza all’ultima giornata. Stanco dei malumori della piazza, Antonio Della Monica lascia e cede il club a Ottavio Cutillo. Nella costruzione della squadra l’imprenditore di Candida si affida proprio a Nicola Dionisio e a Salvatore Campilongo, il tecnico che aveva regalato la salvezza in D al suo Ariano Irpino. Per una serie di circostanze fortuite si creano così le basi per un triennio fantastico, in cui Antonio sarà uno dei protagonisti assoluti.
‹‹Il fatto che Dionisio fosse diventato il nuovo direttore sportivo della Cavese fu determinante per il proseguo della mia carriera. Decisi di rimanere a Cava senza indugio e mi accorsi immediatamente che il vento stava cambiando. L’estate, in verità, fu abbastanza movimentata. Il passaggio delle quote avvenne nell’ultimo giorno utile, le notizie ci arrivavano frammentarie ed eravamo preoccupati. Fummo riconfermati in pochi: io, Tony D’Amico, Scichilone e Abate. Arrivarono tanti giovani, qualche elemento d’esperienza come Tatomir, Pagano e Mancinelli. Nessuno ci considerava tra i favoriti per la vittoria finale, anzi. Ma fin dai primi giorni del ritiro mi accorsi subito che il gruppo aveva una fame incredibile e che avremmo potuto fare qualcosa di importante.››
Come fu l’impatto di Campilongo all’interno dello spogliatoio?
‹‹Sasà aveva una voglia di vincere straordinaria e la trasmetteva a tutti. Parlava tantissimo e sapeva stare allo scherzo, ma in campo pretendeva sempre il massimo. Gli allenamenti erano durissimi, noi lo seguivamo in silenzio e andavamo a tremila. All’inizio non avevamo neanche tutto il materiale tecnico e partimmo per il ritiro di Rivisondoli senza il magazziniere, perché Cutillo litigò con Alfredo Codetti e dovemmo caricare noi stessi insieme al presidente gli attrezzi da lavoro e i palloni sul pullman. Poi arrivò il nuovo magazziniere Mumù, che aveva lavorato col Savoia e che era un personaggio incredibile. Non ricordo un solo giorno in cui non gli abbiamo organizzato uno scherzo o un gavettone. Il clima tra noi era bellissimo, eravamo una famiglia. L’albergo era spartano, dormivamo in delle camerate, non c’erano le stanze singole. Io ero con Galizia, Scichilone, Placentino e Marchano. Catello stava con Cipriani, ma spesso veniva da noi. Sentivamo musica napoletana a tutto volume e organizzavamo tornei di play station per passare il tempo. La sera, dopo cena, stavamo sempre insieme. Tutte queste difficoltà ci unirono ancora di più. Cominciammo a giocare per divertirci, e i risultati vennero così, quasi senza rendercene conto. Il nostro segreto era la spensieratezza.››
La prima Cavese di Campilongo è senza dubbio la più spettacolare. Antonio diviene subito titolare inamovibile di un reparto offensivo che garantisce forza e potenza con Scichilone, e freschezza e imprevedibilità grazie al moto perpetuo e al dinamismo di Galizia, Placentino e dello stesso Schetter. Gli aquilotti partono fortissimo e si ritrovano nelle zone alte della classifica. A dicembre le due vittorie con Manfredonia e Nocerina lanciano i biancoblù al primo posto. Sembra l’inizio di una favola.
‹‹Giocavamo sempre a viso aperto, correvamo come dannati e mantenevamo ritmi altissimi. I nostri avversari non ci capivano nulla. La gara con il Manfredonia fu un capolavoro. Il mister la preparò benissimo. Loro sulla carta erano molto più forti di noi. Gente come Sassanelli, Trinchera, Piccioni, Brutto, Mitri e Vadacca erano un lusso per la categoria. Ma quel giorno disputammo la partita perfetta, li martellammo dall’inizio alla fine e vincemmo 2-0. Campilongo ci aveva detto di pensare solo a noi stessi e aveva ragione. Il pubblico era impazzito. Conservo un ricordo fantastico anche della vittoria con la Nocerina. Quella forse fu una delle poche gare in cui avvertimmo molto la tensione. L’incontro era sentito, si trattava di un derby e nessuno voleva perdere. Scendemmo in pullman a Nocera e le strade erano piene di forze dell’ordine, sembrava di essere in guerra o nel film “Palermo Milano – Solo andata”. Il primo tempo infatti non giocammo bene come al solito. Ci pensò Catello nella ripresa a sbloccarci con quel gol fantastico. Saltò quasi due metri per colpire di testa, col ginocchio arrivò quasi sulla testa del difensore per anticipare l’uscita del portiere. Ho ancora nelle orecchie il boato dei tifosi. Catello correva verso di loro, io lo inseguivo ed ero felice come se avessi segnato. Fu un’emozione indescrivibile.››
Nel girone di ritorno però la vostra marcia improvvisamente si arresta. Che cosa accadde?
‹‹Sicuramente pagammo il fatto di avere una rosa ristretta. Cutillo non ci faceva mancare nulla. Aveva una parola buona per tutti, era una specie di padre o di fratello maggiore per noi. Il problema è che alla lunga il fatto di poter contare solo su dodici o tredici elementi ci penalizzò. Quando dopo le sconfitte con Juve Stabia e Manfredonia iniziammo a perdere fiducia e posizioni in classifica, il mister fu bravissimo a capire che forse era il caso di concentrarsi sui play off per prepararli al meglio.››
L’intuizione di Campilongo è decisiva. La Cavese balbettante degli ultimi tre mesi, che termina in affanno il girone di ritorno, torna ad essere competitiva negli spareggi promozione. Nella doppia sfida con la Juve Stabia Sasà compie un capolavoro tattico ed imbriglia le vespe, arretrando Schetter a centrocampo. All’andata a Sora la gara viene decisa da un perfido diagonale del folletto napoletano. Antonio gioca la partita con una casacca d’allenamento, senza sponsor e con il numero fissato con lo scotch. Qualche giorno prima Mumù aveva danneggiato le divise a causa di un problema durante il lavaggio. Nel ritorno a Frosinone la Juve Stabia non sfonda. La Cavese è in finale contro il Gela. Purtroppo però il sogno svanisce sul calcio di rigore fallito da Placentino e respinto da Morello. In Sicilia gli aquilotti vengono sconfitti ai supplementari, ma raccolgono ugualmente gli applausi della gente.
‹‹Come per la partita con la Nocerina il doppio derby con la Juve Stabia e la finale col Gela furono caratterizzate da una notevole tensione. Nessuno riusciva a dormire prima delle partite, neanche il capitano Tatomir, che era solitamente uno tranquillo. Io andavo in bagno di continuo. Per fortuna che Galizia ci rincuorava con la sua allegria. Catello teneva tutto dentro. Tra di noi era quello dotato di maggiore personalità e aveva delle qualità mentali notevoli. Non aveva gradito le critiche dopo la sconfitta casalinga con la Juve Stabia di aprile, e dopo la semifinale di ritorno si sciolse in un pianto liberatorio, tra le braccia di Cutillo. Ma non furono lacrime di rabbia, assolutamente: fu un pianto di gioia. Con il Gela se Placentino avesse realizzato il rigore, forse avremmo vinto il campionato con un anno di anticipo. In Sicilia abbiamo dato tutto, anche in nove contro undici. In quel momento non pensavamo all’arbitro che ci stava penalizzando con le due espulsioni. Gli applausi dei tifosi, nonostante la sconfitta, ci riempirono il cuore.››
Dopo la sconfitta di Gela, Cutillo lascia. Torna in sella Antonio Della Monica con i suoi vecchi soci. Schetter, che si è messo in mostra come uno degli elementi più interessanti della categoria, è al centro di un intreccio di mercato. Pare che addirittura il Napoli sia interessato a lui. Ma alla fine Antonio resta a Cava. E contribuisce a riportare la Cavese in C/1 dopo quasi trent’anni.
‹‹Con il passaggio delle quote da Cutillo a Della Monica il mio cartellino doveva rimanere nelle mani di Cutillo. Ma ci fu un problema, non si misero d’accordo, e fui felice di restare. In estate la squadra venne rinforzata nei ruoli cardine. Con l’arrivo di gente come Arno, Nocerino e Aquino avevamo alzato sicuramente il livello qualitativo della squadra, anche in termini di esperienza. Rispetto al primo anno eravamo meno belli e spettacolari, ma più concreti. Sapevamo gestire meglio le partite. Dalla vittoria in trasferta con il Sassuolo a dicembre è stato un crescendo continuo. Abbiamo meritato la promozione. Anche se col senno di poi, era meglio non vincere col Sassuolo quel maledetto 15 aprile. Forse Catello sarebbe ancora con noi.››
Sono passati tredici anni dal tragico schianto che ci ha portato via il nostro Leone. Antonio ricostruisce per l’ennesima volta quei momenti.
‹‹Volevamo vincere a tutti i costi e festeggiare quel giorno il ritorno in C/1. È stata una partita strana. Il Sassuolo ci ha dato filo da torcere ed è passato in vantaggio per un errore nostro. Ricordo nitidamente le urla nello spogliatoio tra il primo e il secondo tempo tra Catello, Mancinelli e Campilongo. Si discuteva del gol preso e di chi aveva sbagliato nei movimenti difensivi. Catello era fuori di sé. Nella ripresa ci abbiamo messo una cattiveria incredibile per rimontare. Io ho fallito un’occasione gigantesca prima di segnare il gol del pareggio. Aquino mi ha dato una palla d’oro, ma ho tirato addosso al portiere. Fortunatamente dopo poco su un lancio di Catello si è aperto un buco davanti a me, mi sono infilato e ho battuto il numero uno del Sassuolo di prepotenza col destro, che non era certamente il mio piede. Ho pensato subito a mio nonno Francesco, e gli ho dedicato il gol. Quando Peppe ha segnato il 2-1 abbiamo realizzato che era fatta. La festa è stata bellissima. Se chiudo gli occhi mi sembra di essere ancora davanti al Bar di Terenzio. Erano quasi le tre di notte. Insieme con me e Catello erano rimasti Tony D’Amico e Volpecina, c’erano i ragazzi della curva e altri amici. Si parlava del più e del meno, Catello era sul motorino di Mirko Carotenuto, suo compagno di scuola dei tempi del Ragioneria. Le parole di Tony che chiede a Catello di andare a dormire a casa sua mi risuonano nella testa, così come la risposta di Catello: voglio andare a casa mia, domani è Pasqua e mi voglio svegliare con i miei. Io dopo qualche minuto mi sono messo in macchina, ho salutato tutti e sono tornato a Napoli. Alle 6.30 vengo svegliato di soprassalto da una telefonata. Era il mister che mi dava la brutta notizia. Non ci volevo credere, non poteva essere vero.››
Come avete fatto ad andare avanti?
‹‹Non è stato semplice, puoi immaginare. I primi tempi ci trovavamo negli spogliatoi e scoppiavamo a piangere. Non riuscivamo a parlare. Eravamo tutti con la testa bassa. Abbiamo perso un amico, un fratello. Poi alla fine del campionato abbiamo deciso di restare per lui, tutti insieme, cominciando da Campilongo. Il mister mi ha chiesto se me la sentivo di provare a fare qualcosa di bello anche in C/1 nel nome di Catello. Non ci ho pensato un secondo. Mister, se resti tu rimango anche io, gli ho risposto. Sapete tutti come è andata. Abbiamo sfiorato un’impresa storica, siamo arrivati a pochi istanti dalla finale play off per andare in B. E ancora una volta nessuno se l’aspettava.››
Al primo anno di C/1 la Cavese è la sorpresa del campionato. Dà spettacolo, anche al cospetto di squadre molto più forti sulla carta. In alcune partite il 4-3-3 di Campilongo e la rabbia agonistica dei suoi ragazzi sono un’arma devastante. Peccato solo che il gol di Mastronunzio abbia rovinato un’impresa che poteva entrare nella storia.
‹‹In città si respirava un’aria fantastica, tra squadra, dirigenza e pubblico si era creata un’unione d’intenti eccezionale. Noi eravamo attaccati alla maglia e ci sentivamo gratificati da tutto quest’amore. Lo stadio era pieno, e i dirigenti erano sempre presenti. Antonio Fariello faceva da collante con la proprietà, ma tutti erano fondamentali in quel gruppo, anche Elio De Sio che ogni settimana organizzava delle fantastiche cene. Persino uno molto schivo come Ercolano si era calato nell’ambiente: dopo i primi mesi d’ambientamento, Sergio ha lavorato con una certa continuità e dal secondo anno ci ha dato una grandissima mano. In alcune partite siamo stati mostruosi. Come ad esempio a Gallipoli, oppure in casa con Avellino e Ravenna. Nella doppia sfida col Foggia siamo stati particolarmente sfortunati. Gli episodi non sono stati dalla nostra parte. All’andata vincevamo 2-1 ad un quarto d’ora dalla fine, nonostante l’espulsione di Nocerino. Nessuno poteva credere che la partita sarebbe finita 5-2. Sul 3-2 o sul 4-2, pensando al ritorno, ci saremmo dovuti accontentare, ed invece ci siamo scoperti. Avremmo dovuto gestire meglio la gara. Sul match di ritorno cosa posso dirti? Era fatta, eravamo sul 3-0, c’era un fallo laterale per noi e il pubblico era impazzito. Ce la possiamo prendere solo col caso, col destino, con la sfortuna. Certo, Perna avrebbe potuto mettersi sulla palla e perdere tempo, la gente era in campo e voleva festeggiare, nessuno si aspettava quell’epilogo. Il Foggia ha buttato avanti la sfera con la forza della disperazione, Mastronunzio si è infilato tra Sportillo e Mancinelli e ci ha beffato. Ci siamo sentiti morire un’altra volta. Non riesco a dimenticare la bolgia del Lamberti, il tifo coi fischietti e il silenzio assordante dopo il gol del 3-1. Io sono crollato a terra, come tanti miei compagni. Meritavamo noi la finale.››
Smaltita la delusione, le strade di Campilongo e Schetter si dividono dopo tre anni. Entrambi lasciano la Cavese. Il primo, a sorpresa, va al Foggia e si porta pure Tony D’Amico. Il secondo approda al Messina di Di Costanzo. Un affare che si aggira sui seicento milioni per la metà del cartellino, con il diritto di riscatto già fissato a favore dei peloritani. Antonio finalmente è in serie B. Gioca 30 partite e disputa una buona stagione. Nel 2008 vive lontano da casa e sposa anche la sua Tonia. Peccato che a fine stagione il Messina fallisca. Per lui le porte della cadetteria si chiudono troppo presto: in accordo con il suo nuovo procuratore Paolo Palermo decide così di tornare a Cava dove resta per altri tre anni.
‹‹A Messina mi sono trovato bene, mi sono inserito subito nell’ambiente e ho legato con i nuovi compagni. Il campionato di serie B è sicuramente di un’altra categoria rispetto alla C, ma sono contento di quello che ho fatto con la maglia giallorossa. Purtroppo nel corso della stagione la situazione finanziaria del club è diventata insostenibile e così in estate è arrivato il fallimento. Avevo qualche altra richiesta da Pisa e Grosseto, ma ho deciso di tornare a Cava e ho firmato un contratto triennale. Con la maglia biancoblù ho iniziato così un altro ciclo che mi ha portato ad indossare la fascia di capitano, ma durante il quale anche nella valle metelliana si è iniziato a respirare un’aria di crisi che non mi aspettavo.››
Quando Schetter inizia la sua quinta stagione in biancoblù, sulla panchina della Cavese siede Andrea Camplone. La squadra per i primi 6 mesi gioca alla grande e accarezza l’idea di entrare nuovamente nei play off. Il sogno svanisce in uno strano finale di campionato. Sarà l’inizio di una lenta discesa. L’anno dopo si parte con Maurizi, e con una triade al timone della società, composta da Lombardi, Della Monica e Casillo. La squadra stenta, quindi con l’esonero dell’ex tecnico della Scafatese e l’ingaggio di Stringara, la Cavese centra la salvezza non senza qualche patema. Sulla piazza si rivede anche Peppe Pavone. Giunto come consulente di Casillo, l’ex capitano della B a gennaio lima la squadra con qualche acquisto di spessore e porta a Cava un giovanissimo Lorenzo Insigne, in prestito dalle giovanili del Napoli.
‹‹Con Camplone abbiamo subito legato. Il mister si sentiva uno di noi, si allenava con noi, abbiamo instaurato un bel rapporto. All’inizio tutto funzionava per il meglio. Poi abbiamo iniziato a risentire dei problemi societari e la squadra non è stata più tranquilla. Il gioco di Camplone era diverso rispetto a quello di Campilongo. Era un 4-3-3 meno aggressivo e spregiudicato: il modulo era più lineare e molte volte si cercava l‘uno contro uno. Fino a marzo siamo stati competitivi, poi siamo calati. Il problema ad un certo punto è diventato mentale. La sconfitta in casa con il Sorrento e la rissa finale con le numerose squalifiche ci hanno tagliato le gambe, così come il pareggio in casa con la Ternana e la sconfitta di Benevento. Abbiamo chiuso al sesto posto e non siamo entrati nei play off. L’anno dopo la crisi ha iniziato a farsi sentire ed è aumentata la confusione all’interno dello spogliatoio. Maurizi probabilmente era inesperto per la categoria e i risultati non gli hanno dato ragione. Le cose sono migliorate con Stringara: io e Ciccio Favasuli abbiamo instaurato col nuovo mister un rapporto fantastico sia dal punto di vista umano che da quello tecnico. Abbiamo disputato un ottimo girone di ritorno e ci siamo salvati. Anzi, se non avessimo perso in casa col Portogruaro, forse avremmo potuto anche ambire a qualcosa di più. Pavone da gennaio ha fatto un buon lavoro. Il direttore è uomo di campo, fa poche parole e molti fatti. Quando ha portato Insigne non lo conoscevamo, si vedeva che aveva qualità nel dribbling, che aveva un buon controllo di palla, ma non riusciva a essere incisivo. Il ragazzo era molto serio, ma sinceramente non mi aspettavo facesse una carriera del genere. Sono contento per lui, Pavone ci aveva visto lungo.››
Nell’aprile del 2010 il gruppo Cavamarket è sull’orlo del baratro. Nei supermercati Despar in Campania gli scaffali sono vuoti, si parla di un buco finanziario di svariati milioni e di una procedura di mobilità per i 450 dipendenti. Antonio Della Monica è nei guai, anche la Cavese sembra sul punto di crollare come il suo patròn. In estate il crac del club viene scongiurato da un’incredibile colletta dei tifosi. La gestione della società passa nelle mani dell’avvocato Maglione che coinvolge nell’avventura anche l’imprenditore Pino Spatola, ex numero uno del Benevento. La Cavese cambia tre allenatori in panchina: si comincia con Marco Rossi, poi si passa a Mauro Melotti e infine si tenta di salvare il salvabile con Franco Delli Santi. L’annata è particolarmente tribolata e si chiude con la retrocessione sul campo, il 15 maggio 2011 con uno scialbo 2-2 contro il Foligno. A luglio poi un nuovo fallimento cancella per l’ennesima volta il glorioso aquilotto dal calcio professionistico. Schetter, uno dei pochi a salvarsi in un campionato da dimenticare, indossa la fascia di capitano dopo la partenza di Nocerino, gioca 31 partite e segna 6 gol, alcuni di ottima fattura come quello al Foligno nella gara d’andata, quello a Pescara e la doppietta già citata col Benevento. Ma tutto questo non basta a conservare la categoria e a scongiurare guai peggiori.
‹‹Quel campionato per me è una ferita ancora aperta. La colletta dei tifosi fu una cosa fantastica, anche io partecipai con un versamento. È stato commovente vedere bambini che rompevano il proprio salvadanaio e volevano contribuire con pochi spiccioli per salvare la Cavese. Da Maglione tutti ci aspettavamo qualcosa di più, ma la confusione ad un certo punto era enorme. Spatola è stato il meno colpevole della situazione, ci ha rimesso i soldi della fidejussione ed ha provato fino alla fine a salvarci. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto col cuore. Con Marco Rossi almeno avevamo un gioco, Melotti era la persona meno adatta a cercare di darci una scossa, mentre Delli Santi è arrivato troppo tardi per poter incidere. Con il Foligno non siamo riusciti a vincere perché si respirava troppa tensione e non eravamo tranquilli. Con una vittoria avremmo condannato gli umbri alla retrocessione diretta, mentre noi saremmo andati ai play out. Invece non ce l’abbiamo fatta. Lo stadio era pieno, la delusione è stata enorme. Negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia io, Alfano e Cipriani. Eravamo affranti. Dopo tanti sacrifici, proprio noi che eravamo riusciti a riportare la Cavese in C/1, non eravamo stati in grado di compiere il miracolo.››
Il fallimento del sodalizio metelliano sancisce la fine del rapporto tra Schetter e la Cavese. Antonio gioca ancora cinque anni a buon livello e veste le casacche di Barletta, Nocerina, Latina, Ischia, Gubbio, ancora Ischia e Martina Franca. Nel 2016 arriva un’altra chiamata da Cava. Stavolta a cercarlo è il nuovo presidente Campitiello. Ma Antonio rifiuta. Sente che la sua carriera è agli sgoccioli e vuole lasciare un buon ricordo. Decide così di ritirarsi e inizia a fare il procuratore. Segue i giovani talenti e spera di essere ancora protagonista nel mondo del calcio.
‹‹Con Campitiello non me la sono sentita di venire a Cava. Non era questione di soldi: sapevo di non essere più in grado di rendere come ai bei tempi. Ecco perché ho deciso di smettere. Non voglio fare l’allenatore perché un tecnico deve interfacciarsi con dirigenti, calciatori, avversari e mille altre situazioni. Il successo ha tante variabili, non è affatto scontato, anche se lavori sodo. Invece il procuratore dipende solo da se stesso e dal suo intuito. Oggi sono contento di quello che faccio e mi auguro di migliorare ancora tanto. La strada è lunga, ma ho tanto entusiasmo. Ho un ottimo rapporto con il presidente Santoriello, fa bene a puntare sui giovani. Bisogna dargli tempo e fiducia. I risultati non arrivano subito, specialmente se si vuole investire nel vivaio. Ma il futuro del calcio passa attraverso i settori giovanili, soprattutto a livello locale. Auguro alla Cavese ogni bene. Cava è diversa dalle solite piazze, per attaccamento ai colori e per senso di appartenenza. I tifosi hanno una mentalità, una competenza calcistica fuori dal comune. Capiscono il momento, sanno quando devono sostenerti o quando devono stimolarti. Non è da tutti. Cava merita di restare stabilmente nel calcio che conta. E perché no, di riuscire anche a rivivere i fasti di un tempo. Valgono di più 100 Cavesi che 1000 tifosi di altre squadre. Lo dico da sempre. Chi mi conosce sa che non è una sviolinata.›

Fabrizio Prisco

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GLI AQUILOTTI NON AGGANCIANO I PLAYOFF, SCONFITTA A BISCEGLIE

BISCEGLIE: Cerofolini (11′ Vassallo); Calandra, Markic, Zigrossi, Mastrilli; Triarico, Giacomarro, Risolo; Djoulou, Scalzone (84′ Parlati), Cuppone (98′ Camporeale).

A disp.: Addario, Bottalico, Dellino, Jovanovic, Longo, Casella, Bangu, Cuomo.
Allenatore: Rodolfo Vanoli

CAVESE: De Brasi; Palomeque, Manetta, Bacchetti, Filippini (55′ Ferrara); Tumbarello, Migliorini, Favasuli (85′ Castagna); Rosafio (85′ De Rosa), Fella (55′ Magrassi), Sainz-Maza (71′ Silvestri).

A disp.: Bisogno, Buda, Logoluso, Agate, Nunziante, Flores Heatley, Dibari.
Allenatore: Giacomo Modica

Arbitro: Ermanno Feliciani (sez. AIA di Teramo)

Marcatori: 1′, 51′ e 81′ Scalzone (B), 2′ Cuppone (B), 5′ Fella (C), 9′ Sainz Maza (C), 59′ Rosafio (C)
Ammoniti
: Scalzone (B), Palomeque (C), Triarico (B), Ferrara (C)

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SONO 23 I CONVOCATI DA MODICA PER IL BISCEGLIE

Rifinitura questa mattina al Simonetta Lamberti per gli aquilotti. Attivazione e prove tattiche con Modica ed il suo staff. Terapie per Bruno, Lia e Pugliese. Torna Silvestri tra i convocati dopo la squalifica.

Portieri: 12 Bisogno, 22 De Brasi

Difensori: 2 Palomeque, 3 Silvestri, 5 Manetta, 13 Bacchetti, 35 Ferrara M, 37 Filippini

Centrocampisti: 4 Migliorini, 8 Favasuli, 11 Fella, 14 Tumbarello, 16 Buda, 17 Logoluso, 28 Nunziante, 34 Castagna

Attaccanti: 7 Rosafio, 10 De Rosa, 18 Flores Heatley, 24 Agate, 30 Dibari, 36 Magrassi, 38 Sainz-Maza

Indisponibili: Lia, Pugliese, Bruno

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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AMARCORD IN BIANCOBLU: BISCEGLIE-CAVESE

Non tanti, ma senza dubbio significativi i precedenti della Cavese in casa del Bisceglie. La compagine metelliana proprio al Ventura di Bisceglie chiuderà i propri impegni agonistici per quanto riguarda la regular season della stagione in corso. Tra l’altro proprio nel primo precedente in assoluto sul campo della formazione nerazzurra nel 1976/77 la Pro Cavese del tempo ottenne un pesantissimo successo esterno. Era la prima giornata della Serie D e la nuova Pro Cavese allestita agli ordini di Francisco Ramon Lojacono, oriundo argentino che aveva indossato anche la maglia della Nazionale, debuttò proprio sul terreno del Ventura. Quella squadra molto rinnovata voluta dal giudice e patron Alfonso Lamberti andò ad imporsi in campo esterno, cominciando così tanto bene quel torneo che avrebbe alla fine riportato la Cavese in Serie C. Il gol risolutorio del match fu a firma di Gardini, un possente difensore centrale che la Pro Cavese proprio alla vigilia di quella stagione aveva fatto arrivare dal Cosenza. Mai acquisto fu più azzeccato con Gardini che fu il capitano della squadra ed autore di ben 7 reti complessive.

Un nuovo precedente si registrò successivamente e questa volta in Serie C2 nel 1997/98 con la Cavese di Ezio Capuano che invece chiuse questa volta la stagione proprio a Bisceglie. La Cavese venne battuta per 2-1, una sconfitta peraltro ininfluente, ed il gol metelliano fu ad opera di Gaetano Voza, arrivato quella dalla Turris. Curiosamente Voza segnò alla prima di campionato a Tricase e all’ultima della stesso a Bisceglie e furono i suoi due unici gol in tutto il campionato.
L’ultimo precedente invece si è giocato nel Campionato di Serie D ancora del 2014/15 e con la Cavese ancora battuta questa volta di misura da un gol di Zotti dopo appena sette minuti di gioco e quindi non più in grado nel prosieguo della gara di ribaltare quel passivo.

Vincenzo Paliotto

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DODICI GOL NEL TEST CON LA JUNIORES OGGI AL LAMBERTI

Amichevole in famiglia per gli aquilotti questo pomeriggio al Simonetta Lamberti davanti ad un discreto pubblico. Mister Modica, nei due tempi da 40 minuti, ha fatto ruotare tutta la rosa a disposizione. In gol sono andati Migliorini, Buda, Tumbarello, Manetta, Ferrara, Dibari, De Rosa, Rosafio, Magrassi, Sainz-Maza (doppietta) e Agate contro la Juniores per la stagione 2019/2020.

Non sarà disponibile il centrocampista Pugliese che martedì alla ripresa degli allenamenti si è procurato una lesione muscolare al gemello mediale della gamba destra. A riposo il difensore Bruno per un risentimento muscolare.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: CAMPIONI D’ITALIA

Stefano Ambrosi si avviò verso il dischetto, caracollando, con il pallone tra le mani. Il portierone aquilotto procedeva a testa bassa, cercando la concentrazione giusta. Il numero 4 dell’Isernia, Angelo Ferraro, lo aspettava sornione. I due si diedero la mano, cavallerescamente. Poi, ognuno andò per la propria strada. Ambrosi si sistemò sulla linea di porta, con il corpo basso, sperando di intuire la direzione del tiro. Il centrocampista molisano arrivò fino al limite dell’area e si fermò, con le mani sui fianchi, in attesa del fischio del direttore di gara.
Era il 21 giugno del 2003. Allo stadio “Fattori” di Civitavecchia, Cavese e Isernia si stavano contendendo il titolo di Campione d’Italia Dilettanti. I tempi regolamentari si erano chiusi sullo 0-0, ma la gara era stata comunque ricca di emozioni e capovolgimenti di fronte. Nel primo tempo Marzocchi, Di Vito, Levacovich e Mangiapane avevano provato ad impensierire gli estremi difensori, ma sia Ambrosi che Rodomonti si erano ben disimpegnati. Nella ripresa Ambrosi era stato a dir poco prodigioso, respingendo una conclusione velenosa di Maggi che si stava infilando sotto la traversa. Di Vito invece si era visto murare da Palmitessa un tiro a botta sicura sulla linea di porta. Nemmeno una punizione invitante di Mangiapane aveva avuto miglior sorte. Si vede che non era destino. Le due squadre si stavano giocando ai rigori la possibilità di cucirsi sul petto nella stagione successiva il prestigioso triangolo tricolore. La Cavese aveva segnato il primo penalty della sua serie con Antonio Corradino: la palla era finita prima sul palo, e poi si era infilata con qualche patema nella porta difesa da Rodomonti. Ora era il turno dell’Isernia. L’arbitro, il signor Barletta di Bernalda, raccomandò a Stefano Ambrosi di non muoversi e di rimanere immobile fino al suo segnale. Ferraro non alzava gli occhi da terra ed evitava bene di incrociare lo sguardo del numero uno biancoblù. La rincorsa fu lunga e decisa, il tiro forte e a mezz’altezza terminò la sua corsa all’incrocio dei pali. Ambrosi intuì la direzione, ma non riuscì ad evitare che la sfera terminasse nel sacco. Si rialzò prontamente e osservò con un pizzico di rammarico il mediano dell’Isernia che raggiungeva i compagni sorridendo. Uno a uno, tutto da rifare.
Sugli spalti non volava una mosca. Mille tifosi giunti da Cava seguivano lo sviluppo della contesa con grande apprensione. Era la degna conclusione di una stagione lunghissima, cominciata malissimo e finita in gloria, quasi in modo inaspettato. Il copione di quel campionato sembrava tratto da una sceneggiatura di un thriller o di una fiction ad alta tensione. La Cavese si era salvata l’anno precedente agli spareggi con il Nardò ed era ripartita da Massimo Silva e da una squadra che annoverava diversi elementi di categoria come Morfù e Vastola. Ma nel bel mezzo del ritiro, appena cominciato, in un mese di luglio mai così infuocato, arrivò la doccia fredda che fece precipitare l’ambiente nello sconforto: il club metelliano fu retrocesso con l’accusa di frode e di illecito sportivo perpetrato ai danni dei pugliesi. Silva e i suoi ragazzi lasciarono il ritiro e si congedarono con amarezza.
Antonio Della Monica e i suoi amici dirigenti, persa la battaglia legale con la giustizia sportiva, non si diedero per vinti e affidarono la squadra ricostruita in toto dal diggì Aggradi e dal direttore sportivo Cioncolini ad un nuovo allenatore, l’ex secondo portiere del Napoli di Maradona Raffaele Di Fusco. Ai nastri di partenza del girone I della serie D la Cavese aveva l’obbligo di giocare per vincere. Ma l’inizio della nuova stagione fu più traumatico del previsto. I biancoblù persero al Lamberti all’esordio con la Vibonese, espugnarono il “Giraud” di Torre Annunziata, pareggiarono in casa col Siracusa e persero a Trapani. Fu allora, in piena crisi di risultati, che Della Monica pensò di intervenire, dando il benservito a Di Fusco. Al suo posto, su suggerimento dell’operatore di mercato Pasquale Donnarumma, fu chiamato Mario Somma, ex difensore della Cavese e della Salernitana, che non aveva molta esperienza e che non era ben visto dalla piazza proprio per i suoi trascorsi in maglia granata.
Al primo allenamento Somma, che aveva scelto come collaboratore l’ex attaccante aquilotto Roberto Rovani e che portava sempre con sé anche in panchina il figlio Michele come una sorta di amuleto, fu accolto da un ambiente tutt’altro che amichevole. La tribuna del Lamberti era piena di tifosi che chiedevano a gran voce la testa del tecnico pontino ancora prima di cominciare. La contestazione, insomma, era palpabile.
– Mister, vogliono te – gli disse ironicamente Stefano Ambrosi affacciandosi sul prato del Lamberti mentre dagli spalti si udivano distintamente cori e urla ostili – vai avanti tu che è meglio…
Ma Somma, che aveva sottoscritto con la dirigenza un contratto molto particolare e che veniva pagato in base ai risultati, in breve mise tutti d’accordo. Non chiese rinforzi, ma rivoltò la squadra come un calzino, e con gli stessi uomini di Di Fusco riuscì a trovare la giusta quadratura: spostò Chiarello in difesa, si inventò D’Aniello fantasista e modellò un equilibrato 4-2-3-1 che conferì impenetrabilità al reparto arretrato e imprevedibilità a quello offensivo. La Cavese di Somma esordì con una netta vittoria a Favara per 3-0 e poi mise in fila ben tredici risultati utili consecutivi, dodici vittorie e un pareggio. Un filotto incredibile che regalò agli aquilotti, al termine di un lungo inseguimento, il sorpasso ai danni della Vigor Lamezia e il primato in classifica. La squadra balbettante che aveva preso cinque gol nelle prime quattro partite, ne prese altrettanti in tutto il campionato. Stefano Ambrosi riuscì a mantenere la propria porta inviolata per undici gare e 1.058 minuti, dal 29 settembre 2002 di Trapani-Cavese, fino al 37’ minuto del primo tempo della gara col Lentini del 22 dicembre 2002. Un record che proiettò il portierone laziale su tutti i media nazionali.
Era fortissimo tra i pali, Stefano Ambrosi. Era dotato di un fisico imponente, ma riusciva ad essere ugualmente agile e capace di riflessi felini. Era reduce da un’annata vissuta a Campobasso con poche luci e molte ombre, ma a Cava si era rilanciato alla grande. In alcune partite era stato impressionante. Come a Rossano, e come a Delianuova, in una partita tristemente balzata agli onori della cronaca per gli incidenti incresciosi che si verificarono all’interno e all’esterno dello stadio. I fatti di Delianuova costarono al club metelliano tre mesi di squalifica del Lamberti e cinque turni da disputare in campo neutro e a porte chiuse. La Cavese tornò a giocare davanti al proprio pubblico solo alla quarta di ritorno, il 2 febbraio, contro il Trapani. Ma gli aquilotti non si persero d’animo e riuscirono a superare anche questa avversità.
Stefano Ambrosi, fratello di Alessandro, attaccante che vestì il biancoblù nella stagione 97/98 e che mise a segno 16 gol, era anche un pararigori. Decisivo fu il penalty respinto con una mano all’attaccante del Delianuova Giacco, concesso dall’arbitro Scoditti di Bologna in pieno recupero, per un fallo dubbio di Dos Santos su Di Lorenzo. Era il 9 marzo 2003 e la Cavese stava accusando l’unico passaggio a vuoto della sua trionfale stagione. Aveva perso in casa con la Rossanese e aveva pareggiato con l’Orlandina penultima in classifica. La Vigor Lamezia era di nuovo scappata via: se Giacco avesse fatto gol e il Delianuova avesse pareggiato, i lametini sarebbero volati a più quattro. Ma Ambrosi ipnotizzò il calciatore calabrese e fece il miracolo, tenendo in corsa la Cavese. La domenica dopo gli aquilotti ripresero a Castrovillari la corsa verso la promozione e misero la freccia, questa volta in maniera definitiva, sette giorni dopo, battendo il Lamezia nello scontro diretto al Lamberti, grazie ad una magia su punizione di Benedetto Mangiapane.
Era una saracinesca anche dagli undici metri, Stefano Ambrosi. A lui ci stavamo aggrappando anche contro l’Isernia per vincere la poule scudetto e conquistare il tricolore. Dopo i primi rigori trasformati da Corradino e Ferraro si era sull’1-1. Sul dischetto si presentò il neo entrato Biagio Sansò, che Somma aveva gettato nella mischia nel finale di partita proprio perché era uno specialista. E il centrocampista napoletano non deluse il suo allenatore. Palla da una parte, Rodomonti dall’altra, 2-1 per la Cavese. Ambrosi osservava al limite dell’area piccola. Tirò un sospiro di sollievo e tornò tra i pali con molta flemma. Ora era il turno dell’Isernia. Il suo avversario si chiamava Omar Rivolta, e come Angelo Ferraro e Fabio Levacovich era un ex aquilotto. Gli andò incontro, come aveva fatto con Ferraro, cercò di perdere tempo per farlo innervosire. L’arbitro lo rimproverò, e Stefano con un cenno sembrò quasi chiedergli perdono. Il suo idolo era Stefano Tacconi, il portierone juventino. Ambrosi si ispirava a lui nello stile e negli atteggiamenti da simpatico guascone. Non sappiamo se Rivolta perse la giusta concentrazione anche per le movenze compassate del nostro numero uno. Sta di fatto che il destro ciabattato di Rivolta terminò fuori, a lato del palo della porta difesa da Ambrosi. Un boato scosse i distinti dello stadio “Fattori” che ospitava la torcida metelliana. Eravamo in vantaggio. Non era ancora fatta, ma di sicuro ora ad inseguire erano i molisani. Ambrosi cercò lo sguardo dei tifosi. Civitavecchia era la città della moglie, da poco i due avevano comprato casa, e si sarebbero stabiliti lì alla fine della sua carriera. Il portiere sembrò indicare qualcuno sugli spalti con l’indice della mano destra. Probabilmente era un modo per caricarsi ulteriormente in vista dei tiri decisivi.
Il terzo aquilotto che si presentò dagli undici metri fu Oscar Di Matteo. L’attaccante pescarese, nativo di Chieti, era stato utilissimo nel finale di stagione. In una squadra in cui andavano molto più facilmente in gol i centrocampisti che si inserivano come D’Aniello e Mangiapane o gli esterni come Di Vito, Di Matteo era venuto fuori nel girone di ritorno: dopo le feste di Natale, anche a causa dell’infortunio di Cerminara, aveva avuto più spazio e aveva realizzato sette reti in quindici partite. Era stato decisivo nella vittoria di Siracusa il 25 gennaio 2003, quando dopo il gol di Abate, aveva messo in ghiaccio il risultato, chiudendo alla perfezione un veloce contropiede e sfruttando un assist di Tony D’Amico. Il tutto via satellite, davanti alle telecamere di Rai Sport. Poi non si era più fermato, mantenendo una media realizzativa di quasi una rete ogni due partite. Le siciliane gli portavano bene: oltre agli aretusei Di Matteo aveva fatto gol anche a Marsala, Milazzo, Trapani e Belpasso. Aprile fu il suo mese magico: bravo di testa, generoso e sempre a disposizione della squadra, il centravanti divenne ben presto un beniamino della tifoseria. Non poteva tradire dal dischetto, in una partita così importante. Non poteva, proprio lui. Il numero nove sistemò la palla con grande precisione, quasi la accarezzò. Prese una rincorsa decisa, e ancora una volta non ci fu nulla da fare per Rodomonti. Il portiere dell’Isernia si tuffò sulla sua destra, ma stavolta la palla finì alla sua sinistra. Di Matteo esultò rabbiosamente, e come Ambrosi cercò l’approvazione dei tifosi metelliani. Cavese 3, Isernia 1. Il sogno dello scudetto si stava materializzando, a poco a poco. I tifosi biancoblù erano in festa. Ma non era ancora finita.
Per l’Isernia si presentò sul dischetto il fantasista Maggi. Insieme con Levacovich era l’uomo dotato di maggior classe della squadra allenata da Andrea Pensabene. Rispetto ai precedenti rigoristi il numero dieci prese una rincorsa molto più breve. Sembrò fermarsi, ad un certo punto, poi colpì il pallone con l’interno del piede destro e lo spedì a fil di palo. Ambrosi intuì per l’ennesima volta la direzione, ma non riuscì ad arrivare sulla palla. Il portierone se la prese con il montante e con la sfortuna, mentre Maggi tirava un sospiro di sollievo per il pericolo scampato. Dopo sei rigori il punteggio parziale era il seguente: Cavese 3, Isernia 2.
Il quarto rigorista metelliano che si presentò al cospetto di Rodomonti fu Fabio Di Vito, un altro protagonista della splendida cavalcata trionfale dell’undici di Mario Somma. Di Vito era arrivato a Cava dal Chieti insieme con il difensore Gabrieli. Fu proprio il suo compagno di squadra a caldeggiare l’acquisto dell’esterno offensivo nativo di Termoli. Fortuna che il diggì Aggradi ascoltò l’imbeccata. Di Vito fu uno degli elementi determinanti nello scacchiere tattico disegnato da Somma. Insieme con il brasiliano Dos Santos, agiva sulle fasce e, partendo largo, si inseriva spesso in maniera letale in zona gol, specialmente in trasferta. L’attaccante segnò il gol della vittoria esterna col Lamezia nel girone di andata e in quello di ritorno siglò una doppietta a Castrovillari, preziosa per mantenere il fiato sul collo dei lametini in vista dello scontro diretto. Di Vito segnò anche il gol della promozione in casa contro il Corigliano, il 27 aprile 2003, sfatando il suo tabù che non lo vedeva mai a segno tra le mura amiche. Fu quello il punto decisivo per il ritorno in C, anche perché giunto in contemporanea con la sconfitta della Vigor a Delianuova. Soprannominato l’”avvoltoio” da amici e compagni di squadra, la punta tascabile della Cavese confermò di essere freddo anche dagli undici metri. Ancora una volta non ci fu nulla da fare per Rodomonti. Di Vito lo spiazzò, emulando i suoi compagni. Cavese 4, Isernia 2. Ora lo scudetto era davvero ad un passo. L’Isernia non poteva più sbagliare.
Il tiro decisivo fu affidato a Emanuele Marzocchi. Il numero otto dell’Isernia si presentò al cospetto di un Ambrosi sempre più determinato a sbarrargli la strada. Il “Fattori” piombò in un silenzio surreale. Marzocchi arrivò sulla sfera con il corpo troppo piegato all’indietro, colpì la palla con notevole potenza, ma la stessa si alzò eccessivamente e terminò la sua corsa oltre la traversa. Il calciatore molisano si mise le mani nei capelli. Ambrosi invece esultò al culmine della gioia, con le braccia alzate verso il cielo, e corse ad abbracciare Michele Sica, il fotografo della squadra che aveva vissuto tutto il torneo al loro fianco, e che era stato determinante a Delianuova, contribuendo con i suoi scatti a chiarire l’accaduto ed evitando guai peggiori. Michele, che aveva seguito la lotteria dei rigori dietro la porta di Ambrosi e Rodomonti, documentò quegli istanti indimenticabili da par suo, nel migliore dei modi.
I supporters metelliani esplosero nel proprio settore petardi e mortaretti, e accesero fumogeni a ripetizione. La gente era impazzita. Dopo un solo anno tra i dilettanti la Cavese ritornava in serie C/2 e lo faceva con il tricolore sul petto. Era il degno epilogo di un’annata irripetibile, chiusa con numeri da record in campionato: 80 punti in 34 partite, frutto di 25 vittorie, 5 pareggi e 4 sconfitte; 48 gol fatti e solo 10 subiti, + 5 sul Lamezia secondo in classifica e addirittura + 17 sul Siracusa che si era piazzato al terzo posto. Con l’avvento di Somma i biancoblù avevano fatto il vuoto. Era innegabile. Dopo aver battuto nel girone eliminatorio della poule scudetto Melfi e lo stesso Isernia e superato nella doppia semifinale l’Ivrea, gli aquilotti si erano aggiudicati il titolo, anche senza tre titolari del calibro di Ianni, Dos Santos e D’Aniello. Il Capitano nel derby di ritorno con lo Stabia aveva rimediato un brutto colpo al ginocchio sinistro ed aveva saltato gli ultimi impegni; Dos Santos, in accordo con la società, aveva raggiunto in anticipo il Brasile al termine del campionato, mentre il gioiello D’Aniello, oggetto del desiderio di svariati club di categoria superiore, era stato risparmiato perché in procinto di passare al Benevento. Somma li aveva sostituiti con Curcio, Corradino e Guarro, e i tre non avevano demeritato. Ambrosi, invece, aveva fatto il suo dovere, come al solito. E ora raccoglieva la meritata ovazione. Si presentò con la fascia da capitano al braccio per ricevere i trofei della serata dalle mani delle massime cariche della Federazione, William Punghellini e Giancarlo Abete. E poi li mostrò con orgoglio alla sua gente.
Mario Somma osservava la scena compiaciuto. Quella squadra avrebbe potuto aprire un ciclo e fare bene anche l’anno successivo tra i professionisti. Ma l’allenatore, probabilmente, stava già maturando l’addio in gran segreto. Dopo aver annunciato che avrebbe prolungato di un altro anno il suo contratto col club, ai primi di luglio l’allenatore rassegnò le dimissioni e si accordò con l’Arezzo. Fu un fulmine a ciel sereno, che colse di sorpresa tutto l’ambiente. Senza di lui e con la cessione di qualche pezzo pregiato come D’Aniello e Mangiapane, la macchina perfetta che annichiliva gli avversari come un rullo compressore non fu più la stessa.
“Siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Italia siamo noi…” intonavano quella sera allo stadio “Fattori” i tifosi metelliani durante il giro di campo dei propri beniamini, ignari di tutto. Sembrava di rivivere la festa promozione con il Corigliano, quando calciatori e dirigenti celebrarono il sospirato traguardo tra canti e balli fino a notte inoltrata. O sembrava di rivedere l’invasione di campo dell’ultima giornata contro il Vittoria, quando davanti a diecimila spettatori, nelle fila della Cavese, era sceso sul prato del Lamberti anche Biagio Antonacci. L’artista milanese, grande appassionato di calcio e membro della Nazionale Cantanti, sognava da tempo di giocare una partita vera. L’idea era nata così, con un “pourparler” sulla pista dell’impianto di via Mazzini, tra Antonacci, i suoi amici Alfonso Troiano e Franco Di Salvatore, e Mario Somma.
– Se vinciamo il campionato, ti faccio giocare con noi l’ultima partita con il Vittoria – gli aveva detto il mister, tra il serio e il faceto.
Ma nel calcio, come nella vita, ogni promessa è un debito. E Biagio Antonacci, per la gara che chiudeva la regular season, fu tesserato per davvero dal club di Via Sorrentino. Giunse in città il mercoledì prima del match e si aggregò al gruppo. A quasi quarant’anni, con grande umiltà, si allenò come un calciatore qualunque e partecipò al ritiro, facendosi ben volere da tutti. Somma lo gettò nella mischia all’8’ della ripresa, quando si era sul punteggio di 1-1. Antonacci si sistemò in attacco ed ebbe anche un’occasione gigantesca per segnare il gol che avrebbe regalato alla Cavese i tre punti. Ma sulla linea di porta il cantante non ebbe la freddezza necessaria per battere il portiere del Vittoria e lisciò clamorosamente la sfera. Sarebbe stato un degno finale per una bella storia da film. E invece Antonacci, fenomeno sul palco con il microfono in mano, dimostrò di essere una persona normale con il pallone tra i piedi. Nessuno è perfetto.

Fabrizio Prisco