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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: CAMPIONI D’ITALIA

Stefano Ambrosi si avviò verso il dischetto, caracollando, con il pallone tra le mani. Il portierone aquilotto procedeva a testa bassa, cercando la concentrazione giusta. Il numero 4 dell’Isernia, Angelo Ferraro, lo aspettava sornione. I due si diedero la mano, cavallerescamente. Poi, ognuno andò per la propria strada. Ambrosi si sistemò sulla linea di porta, con il corpo basso, sperando di intuire la direzione del tiro. Il centrocampista molisano arrivò fino al limite dell’area e si fermò, con le mani sui fianchi, in attesa del fischio del direttore di gara.
Era il 21 giugno del 2003. Allo stadio “Fattori” di Civitavecchia, Cavese e Isernia si stavano contendendo il titolo di Campione d’Italia Dilettanti. I tempi regolamentari si erano chiusi sullo 0-0, ma la gara era stata comunque ricca di emozioni e capovolgimenti di fronte. Nel primo tempo Marzocchi, Di Vito, Levacovich e Mangiapane avevano provato ad impensierire gli estremi difensori, ma sia Ambrosi che Rodomonti si erano ben disimpegnati. Nella ripresa Ambrosi era stato a dir poco prodigioso, respingendo una conclusione velenosa di Maggi che si stava infilando sotto la traversa. Di Vito invece si era visto murare da Palmitessa un tiro a botta sicura sulla linea di porta. Nemmeno una punizione invitante di Mangiapane aveva avuto miglior sorte. Si vede che non era destino. Le due squadre si stavano giocando ai rigori la possibilità di cucirsi sul petto nella stagione successiva il prestigioso triangolo tricolore. La Cavese aveva segnato il primo penalty della sua serie con Antonio Corradino: la palla era finita prima sul palo, e poi si era infilata con qualche patema nella porta difesa da Rodomonti. Ora era il turno dell’Isernia. L’arbitro, il signor Barletta di Bernalda, raccomandò a Stefano Ambrosi di non muoversi e di rimanere immobile fino al suo segnale. Ferraro non alzava gli occhi da terra ed evitava bene di incrociare lo sguardo del numero uno biancoblù. La rincorsa fu lunga e decisa, il tiro forte e a mezz’altezza terminò la sua corsa all’incrocio dei pali. Ambrosi intuì la direzione, ma non riuscì ad evitare che la sfera terminasse nel sacco. Si rialzò prontamente e osservò con un pizzico di rammarico il mediano dell’Isernia che raggiungeva i compagni sorridendo. Uno a uno, tutto da rifare.
Sugli spalti non volava una mosca. Mille tifosi giunti da Cava seguivano lo sviluppo della contesa con grande apprensione. Era la degna conclusione di una stagione lunghissima, cominciata malissimo e finita in gloria, quasi in modo inaspettato. Il copione di quel campionato sembrava tratto da una sceneggiatura di un thriller o di una fiction ad alta tensione. La Cavese si era salvata l’anno precedente agli spareggi con il Nardò ed era ripartita da Massimo Silva e da una squadra che annoverava diversi elementi di categoria come Morfù e Vastola. Ma nel bel mezzo del ritiro, appena cominciato, in un mese di luglio mai così infuocato, arrivò la doccia fredda che fece precipitare l’ambiente nello sconforto: il club metelliano fu retrocesso con l’accusa di frode e di illecito sportivo perpetrato ai danni dei pugliesi. Silva e i suoi ragazzi lasciarono il ritiro e si congedarono con amarezza.
Antonio Della Monica e i suoi amici dirigenti, persa la battaglia legale con la giustizia sportiva, non si diedero per vinti e affidarono la squadra ricostruita in toto dal diggì Aggradi e dal direttore sportivo Cioncolini ad un nuovo allenatore, l’ex secondo portiere del Napoli di Maradona Raffaele Di Fusco. Ai nastri di partenza del girone I della serie D la Cavese aveva l’obbligo di giocare per vincere. Ma l’inizio della nuova stagione fu più traumatico del previsto. I biancoblù persero al Lamberti all’esordio con la Vibonese, espugnarono il “Giraud” di Torre Annunziata, pareggiarono in casa col Siracusa e persero a Trapani. Fu allora, in piena crisi di risultati, che Della Monica pensò di intervenire, dando il benservito a Di Fusco. Al suo posto, su suggerimento dell’operatore di mercato Pasquale Donnarumma, fu chiamato Mario Somma, ex difensore della Cavese e della Salernitana, che non aveva molta esperienza e che non era ben visto dalla piazza proprio per i suoi trascorsi in maglia granata.
Al primo allenamento Somma, che aveva scelto come collaboratore l’ex attaccante aquilotto Roberto Rovani e che portava sempre con sé anche in panchina il figlio Michele come una sorta di amuleto, fu accolto da un ambiente tutt’altro che amichevole. La tribuna del Lamberti era piena di tifosi che chiedevano a gran voce la testa del tecnico pontino ancora prima di cominciare. La contestazione, insomma, era palpabile.
– Mister, vogliono te – gli disse ironicamente Stefano Ambrosi affacciandosi sul prato del Lamberti mentre dagli spalti si udivano distintamente cori e urla ostili – vai avanti tu che è meglio…
Ma Somma, che aveva sottoscritto con la dirigenza un contratto molto particolare e che veniva pagato in base ai risultati, in breve mise tutti d’accordo. Non chiese rinforzi, ma rivoltò la squadra come un calzino, e con gli stessi uomini di Di Fusco riuscì a trovare la giusta quadratura: spostò Chiarello in difesa, si inventò D’Aniello fantasista e modellò un equilibrato 4-2-3-1 che conferì impenetrabilità al reparto arretrato e imprevedibilità a quello offensivo. La Cavese di Somma esordì con una netta vittoria a Favara per 3-0 e poi mise in fila ben tredici risultati utili consecutivi, dodici vittorie e un pareggio. Un filotto incredibile che regalò agli aquilotti, al termine di un lungo inseguimento, il sorpasso ai danni della Vigor Lamezia e il primato in classifica. La squadra balbettante che aveva preso cinque gol nelle prime quattro partite, ne prese altrettanti in tutto il campionato. Stefano Ambrosi riuscì a mantenere la propria porta inviolata per undici gare e 1.058 minuti, dal 29 settembre 2002 di Trapani-Cavese, fino al 37’ minuto del primo tempo della gara col Lentini del 22 dicembre 2002. Un record che proiettò il portierone laziale su tutti i media nazionali.
Era fortissimo tra i pali, Stefano Ambrosi. Era dotato di un fisico imponente, ma riusciva ad essere ugualmente agile e capace di riflessi felini. Era reduce da un’annata vissuta a Campobasso con poche luci e molte ombre, ma a Cava si era rilanciato alla grande. In alcune partite era stato impressionante. Come a Rossano, e come a Delianuova, in una partita tristemente balzata agli onori della cronaca per gli incidenti incresciosi che si verificarono all’interno e all’esterno dello stadio. I fatti di Delianuova costarono al club metelliano tre mesi di squalifica del Lamberti e cinque turni da disputare in campo neutro e a porte chiuse. La Cavese tornò a giocare davanti al proprio pubblico solo alla quarta di ritorno, il 2 febbraio, contro il Trapani. Ma gli aquilotti non si persero d’animo e riuscirono a superare anche questa avversità.
Stefano Ambrosi, fratello di Alessandro, attaccante che vestì il biancoblù nella stagione 97/98 e che mise a segno 16 gol, era anche un pararigori. Decisivo fu il penalty respinto con una mano all’attaccante del Delianuova Giacco, concesso dall’arbitro Scoditti di Bologna in pieno recupero, per un fallo dubbio di Dos Santos su Di Lorenzo. Era il 9 marzo 2003 e la Cavese stava accusando l’unico passaggio a vuoto della sua trionfale stagione. Aveva perso in casa con la Rossanese e aveva pareggiato con l’Orlandina penultima in classifica. La Vigor Lamezia era di nuovo scappata via: se Giacco avesse fatto gol e il Delianuova avesse pareggiato, i lametini sarebbero volati a più quattro. Ma Ambrosi ipnotizzò il calciatore calabrese e fece il miracolo, tenendo in corsa la Cavese. La domenica dopo gli aquilotti ripresero a Castrovillari la corsa verso la promozione e misero la freccia, questa volta in maniera definitiva, sette giorni dopo, battendo il Lamezia nello scontro diretto al Lamberti, grazie ad una magia su punizione di Benedetto Mangiapane.
Era una saracinesca anche dagli undici metri, Stefano Ambrosi. A lui ci stavamo aggrappando anche contro l’Isernia per vincere la poule scudetto e conquistare il tricolore. Dopo i primi rigori trasformati da Corradino e Ferraro si era sull’1-1. Sul dischetto si presentò il neo entrato Biagio Sansò, che Somma aveva gettato nella mischia nel finale di partita proprio perché era uno specialista. E il centrocampista napoletano non deluse il suo allenatore. Palla da una parte, Rodomonti dall’altra, 2-1 per la Cavese. Ambrosi osservava al limite dell’area piccola. Tirò un sospiro di sollievo e tornò tra i pali con molta flemma. Ora era il turno dell’Isernia. Il suo avversario si chiamava Omar Rivolta, e come Angelo Ferraro e Fabio Levacovich era un ex aquilotto. Gli andò incontro, come aveva fatto con Ferraro, cercò di perdere tempo per farlo innervosire. L’arbitro lo rimproverò, e Stefano con un cenno sembrò quasi chiedergli perdono. Il suo idolo era Stefano Tacconi, il portierone juventino. Ambrosi si ispirava a lui nello stile e negli atteggiamenti da simpatico guascone. Non sappiamo se Rivolta perse la giusta concentrazione anche per le movenze compassate del nostro numero uno. Sta di fatto che il destro ciabattato di Rivolta terminò fuori, a lato del palo della porta difesa da Ambrosi. Un boato scosse i distinti dello stadio “Fattori” che ospitava la torcida metelliana. Eravamo in vantaggio. Non era ancora fatta, ma di sicuro ora ad inseguire erano i molisani. Ambrosi cercò lo sguardo dei tifosi. Civitavecchia era la città della moglie, da poco i due avevano comprato casa, e si sarebbero stabiliti lì alla fine della sua carriera. Il portiere sembrò indicare qualcuno sugli spalti con l’indice della mano destra. Probabilmente era un modo per caricarsi ulteriormente in vista dei tiri decisivi.
Il terzo aquilotto che si presentò dagli undici metri fu Oscar Di Matteo. L’attaccante pescarese, nativo di Chieti, era stato utilissimo nel finale di stagione. In una squadra in cui andavano molto più facilmente in gol i centrocampisti che si inserivano come D’Aniello e Mangiapane o gli esterni come Di Vito, Di Matteo era venuto fuori nel girone di ritorno: dopo le feste di Natale, anche a causa dell’infortunio di Cerminara, aveva avuto più spazio e aveva realizzato sette reti in quindici partite. Era stato decisivo nella vittoria di Siracusa il 25 gennaio 2003, quando dopo il gol di Abate, aveva messo in ghiaccio il risultato, chiudendo alla perfezione un veloce contropiede e sfruttando un assist di Tony D’Amico. Il tutto via satellite, davanti alle telecamere di Rai Sport. Poi non si era più fermato, mantenendo una media realizzativa di quasi una rete ogni due partite. Le siciliane gli portavano bene: oltre agli aretusei Di Matteo aveva fatto gol anche a Marsala, Milazzo, Trapani e Belpasso. Aprile fu il suo mese magico: bravo di testa, generoso e sempre a disposizione della squadra, il centravanti divenne ben presto un beniamino della tifoseria. Non poteva tradire dal dischetto, in una partita così importante. Non poteva, proprio lui. Il numero nove sistemò la palla con grande precisione, quasi la accarezzò. Prese una rincorsa decisa, e ancora una volta non ci fu nulla da fare per Rodomonti. Il portiere dell’Isernia si tuffò sulla sua destra, ma stavolta la palla finì alla sua sinistra. Di Matteo esultò rabbiosamente, e come Ambrosi cercò l’approvazione dei tifosi metelliani. Cavese 3, Isernia 1. Il sogno dello scudetto si stava materializzando, a poco a poco. I tifosi biancoblù erano in festa. Ma non era ancora finita.
Per l’Isernia si presentò sul dischetto il fantasista Maggi. Insieme con Levacovich era l’uomo dotato di maggior classe della squadra allenata da Andrea Pensabene. Rispetto ai precedenti rigoristi il numero dieci prese una rincorsa molto più breve. Sembrò fermarsi, ad un certo punto, poi colpì il pallone con l’interno del piede destro e lo spedì a fil di palo. Ambrosi intuì per l’ennesima volta la direzione, ma non riuscì ad arrivare sulla palla. Il portierone se la prese con il montante e con la sfortuna, mentre Maggi tirava un sospiro di sollievo per il pericolo scampato. Dopo sei rigori il punteggio parziale era il seguente: Cavese 3, Isernia 2.
Il quarto rigorista metelliano che si presentò al cospetto di Rodomonti fu Fabio Di Vito, un altro protagonista della splendida cavalcata trionfale dell’undici di Mario Somma. Di Vito era arrivato a Cava dal Chieti insieme con il difensore Gabrieli. Fu proprio il suo compagno di squadra a caldeggiare l’acquisto dell’esterno offensivo nativo di Termoli. Fortuna che il diggì Aggradi ascoltò l’imbeccata. Di Vito fu uno degli elementi determinanti nello scacchiere tattico disegnato da Somma. Insieme con il brasiliano Dos Santos, agiva sulle fasce e, partendo largo, si inseriva spesso in maniera letale in zona gol, specialmente in trasferta. L’attaccante segnò il gol della vittoria esterna col Lamezia nel girone di andata e in quello di ritorno siglò una doppietta a Castrovillari, preziosa per mantenere il fiato sul collo dei lametini in vista dello scontro diretto. Di Vito segnò anche il gol della promozione in casa contro il Corigliano, il 27 aprile 2003, sfatando il suo tabù che non lo vedeva mai a segno tra le mura amiche. Fu quello il punto decisivo per il ritorno in C, anche perché giunto in contemporanea con la sconfitta della Vigor a Delianuova. Soprannominato l’”avvoltoio” da amici e compagni di squadra, la punta tascabile della Cavese confermò di essere freddo anche dagli undici metri. Ancora una volta non ci fu nulla da fare per Rodomonti. Di Vito lo spiazzò, emulando i suoi compagni. Cavese 4, Isernia 2. Ora lo scudetto era davvero ad un passo. L’Isernia non poteva più sbagliare.
Il tiro decisivo fu affidato a Emanuele Marzocchi. Il numero otto dell’Isernia si presentò al cospetto di un Ambrosi sempre più determinato a sbarrargli la strada. Il “Fattori” piombò in un silenzio surreale. Marzocchi arrivò sulla sfera con il corpo troppo piegato all’indietro, colpì la palla con notevole potenza, ma la stessa si alzò eccessivamente e terminò la sua corsa oltre la traversa. Il calciatore molisano si mise le mani nei capelli. Ambrosi invece esultò al culmine della gioia, con le braccia alzate verso il cielo, e corse ad abbracciare Michele Sica, il fotografo della squadra che aveva vissuto tutto il torneo al loro fianco, e che era stato determinante a Delianuova, contribuendo con i suoi scatti a chiarire l’accaduto ed evitando guai peggiori. Michele, che aveva seguito la lotteria dei rigori dietro la porta di Ambrosi e Rodomonti, documentò quegli istanti indimenticabili da par suo, nel migliore dei modi.
I supporters metelliani esplosero nel proprio settore petardi e mortaretti, e accesero fumogeni a ripetizione. La gente era impazzita. Dopo un solo anno tra i dilettanti la Cavese ritornava in serie C/2 e lo faceva con il tricolore sul petto. Era il degno epilogo di un’annata irripetibile, chiusa con numeri da record in campionato: 80 punti in 34 partite, frutto di 25 vittorie, 5 pareggi e 4 sconfitte; 48 gol fatti e solo 10 subiti, + 5 sul Lamezia secondo in classifica e addirittura + 17 sul Siracusa che si era piazzato al terzo posto. Con l’avvento di Somma i biancoblù avevano fatto il vuoto. Era innegabile. Dopo aver battuto nel girone eliminatorio della poule scudetto Melfi e lo stesso Isernia e superato nella doppia semifinale l’Ivrea, gli aquilotti si erano aggiudicati il titolo, anche senza tre titolari del calibro di Ianni, Dos Santos e D’Aniello. Il Capitano nel derby di ritorno con lo Stabia aveva rimediato un brutto colpo al ginocchio sinistro ed aveva saltato gli ultimi impegni; Dos Santos, in accordo con la società, aveva raggiunto in anticipo il Brasile al termine del campionato, mentre il gioiello D’Aniello, oggetto del desiderio di svariati club di categoria superiore, era stato risparmiato perché in procinto di passare al Benevento. Somma li aveva sostituiti con Curcio, Corradino e Guarro, e i tre non avevano demeritato. Ambrosi, invece, aveva fatto il suo dovere, come al solito. E ora raccoglieva la meritata ovazione. Si presentò con la fascia da capitano al braccio per ricevere i trofei della serata dalle mani delle massime cariche della Federazione, William Punghellini e Giancarlo Abete. E poi li mostrò con orgoglio alla sua gente.
Mario Somma osservava la scena compiaciuto. Quella squadra avrebbe potuto aprire un ciclo e fare bene anche l’anno successivo tra i professionisti. Ma l’allenatore, probabilmente, stava già maturando l’addio in gran segreto. Dopo aver annunciato che avrebbe prolungato di un altro anno il suo contratto col club, ai primi di luglio l’allenatore rassegnò le dimissioni e si accordò con l’Arezzo. Fu un fulmine a ciel sereno, che colse di sorpresa tutto l’ambiente. Senza di lui e con la cessione di qualche pezzo pregiato come D’Aniello e Mangiapane, la macchina perfetta che annichiliva gli avversari come un rullo compressore non fu più la stessa.
“Siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Italia siamo noi…” intonavano quella sera allo stadio “Fattori” i tifosi metelliani durante il giro di campo dei propri beniamini, ignari di tutto. Sembrava di rivivere la festa promozione con il Corigliano, quando calciatori e dirigenti celebrarono il sospirato traguardo tra canti e balli fino a notte inoltrata. O sembrava di rivedere l’invasione di campo dell’ultima giornata contro il Vittoria, quando davanti a diecimila spettatori, nelle fila della Cavese, era sceso sul prato del Lamberti anche Biagio Antonacci. L’artista milanese, grande appassionato di calcio e membro della Nazionale Cantanti, sognava da tempo di giocare una partita vera. L’idea era nata così, con un “pourparler” sulla pista dell’impianto di via Mazzini, tra Antonacci, i suoi amici Alfonso Troiano e Franco Di Salvatore, e Mario Somma.
– Se vinciamo il campionato, ti faccio giocare con noi l’ultima partita con il Vittoria – gli aveva detto il mister, tra il serio e il faceto.
Ma nel calcio, come nella vita, ogni promessa è un debito. E Biagio Antonacci, per la gara che chiudeva la regular season, fu tesserato per davvero dal club di Via Sorrentino. Giunse in città il mercoledì prima del match e si aggregò al gruppo. A quasi quarant’anni, con grande umiltà, si allenò come un calciatore qualunque e partecipò al ritiro, facendosi ben volere da tutti. Somma lo gettò nella mischia all’8’ della ripresa, quando si era sul punteggio di 1-1. Antonacci si sistemò in attacco ed ebbe anche un’occasione gigantesca per segnare il gol che avrebbe regalato alla Cavese i tre punti. Ma sulla linea di porta il cantante non ebbe la freddezza necessaria per battere il portiere del Vittoria e lisciò clamorosamente la sfera. Sarebbe stato un degno finale per una bella storia da film. E invece Antonacci, fenomeno sul palco con il microfono in mano, dimostrò di essere una persona normale con il pallone tra i piedi. Nessuno è perfetto.

Fabrizio Prisco

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