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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: I MAESTRI DEGLI ANNI CINQUANTA E SESSANTA

Se volete parlare di calcio, in un’atmosfera un po’ speciale, degustando un buon caffè, dovete assolutamente passare dal Bar Nonis. Come, non ne avete sentito parlare? Io ci vado tutte le volte che posso. Lo gestisce un distinto signore sulla settantina, con i capelli brizzolati pettinati all’indietro, e un sorriso rassicurante. Ha due spalle massicce e conserva ancora un fisico d’atleta. Ai suoi tempi militava nella Cavese. Era il centromediano metodista, il perno attorno al quale ruotava il gioco. E non era solo il calciatore più importante: di quella Cavese Nonis, Antonio Nonis da Pieris, era anche il capitano.
Oggi Pieris è una frazione del comune di San Canzian d’Isonzo, in provincia di Gorizia, in Friuli-Venezia Giulia. Vi risiedono circa 3200 abitanti. Fino alla Prima Guerra Mondiale apparteneva all’Impero Austriaco. Nonis era nato da quelle parti verso la fine del 1921 e aveva mosso i primi passi in una compagine dell’entroterra goriziano, il Turriaco. Quindi aveva giocato nella Ponziana di Trieste, nella squadra del Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone, e nel Lecce in serie C. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale aveva vestito le maglie del Prato in B, della Salernitana e dell’Arsenal Taranto dove era finito in prestito, dopo che i granata di Gipo Viani, appena promossi in serie A, nel 1947 lo avevano ingaggiato con un esborso di sette milioni di lire, una cifra notevole per l’epoca. Rientrato alla base, dopo un buon campionato disputato in Puglia, era rimasto a Salerno dove aveva giocato per due anni in B. La Cavese lo contattò nell’estate del 1951.
La storia di Nonis è incredibile, di quelle che non se ne sentono facilmente in giro. Se passate dalle parti del suo Bar, ve ne parlerà volentieri, mentre mette in ordine il bancone e pulisce la macchina del caffè. A me, la prima volta, l’ha raccontata così.
– Se dal 1951 non ho più lasciato la tua splendida città – mi aveva spiegato Nonis – è tutto merito di don Ciccio Casaburi. Non sai chi era? Beh, don Ciccio era il Segretario Generale della Cavese di quei tempi, l’uomo che dopo la guerra tanto si adoperò per la rinascita degli Aquilotti. Pensa che dopo la fine dei combattimenti Cava non aveva più nemmeno il campo sportivo. Nel luglio del 1945 il proprietario del fondo sul quale era stato costruito il “Palmentieri”, non ricevendo da tempo alcun tipo di compenso per il fitto, aveva deciso incredibilmente di dissodare il terreno con un aratro e una coppia di buoi. Il “Palmentieri” scomparve in questo modo e la Cavese non ebbe più dove disputare le sue partite. Soltanto tre anni dopo, su iniziativa del Sindaco di Cava, Gaetano Avigliano, e dell’Azienda di Soggiorno e Turismo, in via Mazzini venne costruito un nuovo campo in terra battuta, in una zona dove erano stati riversati i lapilli dell’eruzione del Vesuvio del 1944, e dove attualmente sorge il “Simonetta Lamberti”. Don Ciccio Casaburi, coadiuvato da Tony Pellegrino, insuperabile scopritore di talenti che purtroppo morì troppo presto nei primi mesi del 1955, si diede da fare per mettere su una squadra competitiva che vinse subito il campionato di II Divisione nel 1949, e che trionfò in quello di I Divisione l’anno successivo. L’allenatore di quell’undici fortissimo, che vinse sedici partite su diciotto nel girone eliminatorio e otto su dieci in quello finale, era Attilio Sudati, ex calciatore di Torino, Bari e Fiorentina. Il presidente era il commendatore Marcantonio Ferro, industriale, proprietario di un rinomato pastificio che sorgeva nei pressi dell’attuale Parco Beethoven, che si avvaleva dei preziosi consigli del direttore tecnico Adolfo Accarino. Alla fine della stagione, tuttavia, Ferro, spinto da interessi di natura commerciale, passò alla Salernitana e gli sportivi cavesi iniziarono a temere nuovamente il peggio. Casaburi, da abile stratega, non si diede per vinto e riuscì ad affidare al nuovo allenatore Renato Del Moro una rosa che ben figurò nel campionato di Promozione 1950/51. Il torneo fu caratterizzato, il 18 febbraio 1951, dalla morte improvvisa del capitano della Cavese, Bruno Mazzotta, stroncato da un male incurabile, e dall’esordio in prima squadra, il 18 marzo, un mese dopo la scomparsa di Mazzotta, di un diciassettenne molto promettente, Rino Santin. Il vero capolavoro però Casaburi lo compì l’estate successiva, quando convinse il commendatore Palmiro Volzone, ex dirigente della compagine salernitana, proprietario di numerose sale cinematografiche della provincia, ad occuparsi della Cavese. L’accordo, grazie alla notevole capacità diplomatica di Don Ciccio, si trovò nei saloni del Tennis Club, che Volzone amava frequentare. Come allenatore fu scelto il bravissimo Vittorio Mosele, ex portiere di Napoli e Salernitana. Poi Volzone e Casaburi contattarono me: l’intenzione era quella di affidarmi il centrocampo, la fascia di capitano e le chiavi della squadra. Io ero alle soglie dei trent’anni e cominciavo ad avere voglia di avvicinarmi a casa: per questo avevo intenzione di accettare la proposta della Saici Tor Viscova, una compagine aziendale veneta che mi avrebbe anche garantito un posto di lavoro, una volta appese le scarpette al chiodo. Ma la tenacia di don Ciccio Casaburi, supportato dall’ingegnere Vittorio Casillo, vecchio calciatore e dirigente della Cavese, e dall’avvocato Mario Parrilli, grande amico di Volzone, fu decisiva: alla fine accettai. Da quel giorno non me ne sono più andato da Cava. Chi l’avrebbe mai detto…
Gli occhi di Nonis brillano quando si parla di Cavese. È vero che da quel giorno ha legato la propria vita ai nostri colori. A Cava ha fatto il calciatore, il Capitano, l’allenatore. Fino alla metà degli anni Settanta, ogni qualvolta è stato chiamato per dare una mano, non si è mai tirato indietro ed è sempre corso al capezzale del malato biancoblù, anche quando era in condizione disperate. Nella città metelliana ha aperto addirittura un bar, frequentato da sportivi e appassionati. Il locale è piccolo, ma accogliente. I mobili in legno ti danno immediatamente una piacevole sensazione di calore familiare. Il profumo forte del caffè espresso ti avvolge fin dalla porta d’ingresso. Non appena ti avvicini alla cassa, la fragranza della miscela si confonde con l’odore dolce del tabacco delle sigarette Nazionali sfuse e con quello più acre dei sigari toscani. Alle pareti sono appese tantissime fotografie della Cavese. Le formazioni degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta sfilano una dietro all’altra in un caleidoscopio di emozioni e sentimenti contrastanti. Nel cuore di Nonis c’è posto per tutti i suoi compagni di squadra e per i suoi allievi. Nessun escluso.
– La Cavese più bella – ama spiegare il vecchio centromediano agli avventori del bar – resta quella di Mosele che vinse il campionato di Promozione 1951/52. Tra i pali c’era Mimì Scannapieco, portiere estroso ma nello stesso tempo tremendamente efficace, un autentico guascone. I terzini erano Feliciello, l’anno prima cresciuto all’ombra dell’ex difensore romanista Gianni, e Passacantilli. Io giocavo in mediana, al fianco di Lo Presti e Quaglieri. In attacco, insieme con il delizioso interno destro Stornaiuolo, agivano Mimì Santoni, detto “rucchiello”, un’ala destra di origini fiorentine assai veloce, il rosso centravanti veneziano Willicich, padrone delle aree di rigore e dei cuori femminili, il forlivese Zattoni, dotato di un poderoso tiro al fulmicotone, e all’ala sinistra il siciliano Gullo, che era l’infallibile rigorista della squadra. Di quella Cavese faceva parte anche Rino Santin, ormai diciottenne, che tutti chiamavamo con affetto “o’ guaglione”. In 34 partite raccogliemmo ben 24 vittorie, e fummo sconfitti solamente 3 volte. Segnammo addirittura 91 gol e fummo promossi con pieno merito. Peccato non in serie C, perché proprio quell’anno la Federazione istituì il campionato di IV Serie, al quale fummo ammessi di diritto noi, la Nocerina, la Puteolana e la Turris che erano arrivate dietro in graduatoria. Quella volta, nel 1952, ci andammo molto vicino. Per ritrovare la vera serie C la Cavese dovette aspettare il 1977, venticinque lunghissimi anni. Col senno di poi fu un’autentica beffa.
Quando Nonis racconta e mette sul bancone del bar i suoi ricordi, l’atmosfera si scalda. La discussione si anima, coinvolge i tavoli. Chi sta leggendo un giornale o è immerso nei suoi pensieri, si alza e lo segue in un viaggio senza tempo. Più di una volta mi è capitato di assistere ad un vivace scambio di opinioni. C’è sempre chi sostiene che i calciatori migliori erano quelli che si districavano sul campo polveroso del vecchio Comunale. Un fondo sconnesso, lastricato di pietroni, che metteva a dura prova le caviglie e le articolazioni dei padroni di casa e degli avversari, senza alcuna differenza. Un impianto mitico che aveva due cameroni umidi e lerci che fungevano da spogliatoi, piantonati da un guardiano rude e dagli occhi spiritati, Pasquale Senatore: un tipo che era meglio non contraddire troppo per non incorrere nelle sue ire. C’è chi ricorda ancora il debutto di Santin in prima squadra il 23 febbraio del 1953, in un Cavese – Palmese 2-0, e chi rammenta quando in piena crisi tecnica e societaria, due anni dopo, il 13 marzo 1955, a Catania contro la Nissena, Nonis consegnò proprio al giovane Santin la fascia di capitano. Lo stesso Santin di lì a poco sarebbe passato alla Casertana e poi ancora più su alla Spal, fino alla massima serie. C’è chi rammenta gli anni bui della Promozione, le difficoltà economiche, il breve periodo in cui la Cavese si chiamò Tirrenia Cava e gli sforzi del presidente Attilio Infranzi, maestro di arti marziali, che si adoperò per diversi anni, insieme col ragionier Michele Damiano, per riportare in alto l’Unione Sportiva Cavese.
Ogni tanto anche Attilio Infranzi passa dal Bar Nonis. Lo riconosci subito: la sua sagoma è inconfondibile. Si siede ad un tavolo, sfoglia i giornali, poi ordina qualcosa e si mette a discorrere del più e del meno. In un attimo si finisce a parlare della diatriba e del caso di corruzione che coinvolse nel 1963 Cavese, Battipagliese e Sorrento, si commentano gli spareggi per la D del 1964 con Savoia e Caivanese, vinti dai bianchi di Torre Annunziata dopo sei combattutissimi match giocati al San Paolo di Napoli, con le relative polemiche che accompagnarono l’ennesima delusione. Fu allora che Infranzi, dovendo ridimensionare i costi, si rivolse nuovamente alla vecchia bandiera Nonis, per gestire una rosa molto meno competitiva. Accadrà ancora nel 1966, nel 1967 e nel 1968. Anche in quel caso, nonostante il tentativo di fusione con la Maddalonese, saltato in extremis, la serie D resterà soltanto un miraggio.
– Non dovevo accettare, Presidente – dice Nonis ad Infranzi, con il sorriso sulle labbra – dovevi cavartela da solo.
Ma nessuno ci crede, anzi.
– Perché non gli ricordi quando vi abbiamo battuto in campionato? – urla a Nonis un omino con un cappotto in tweed dal fondo della sala – Tra andata e ritorno vi abbiamo tolto tre punti su quattro.
Antonio Desiderio, il celebre “Pupainiello”, presidente delle Speranze Cavesi, interviene sempre a questo punto della discussione. Quell’anno, nel 1965, anche la sua squadra giocava in Promozione e a Cava, per la prima volta, si disputò un insolito derby cittadino. Il 10 gennaio 1965 la gara terminò sullo 0-0. Il 2 giugno, invece, le Speranze vinsero incredibilmente per 2-1 e ottennero un successo che fece molto rumore.
– Sì, ma caro “Pupainiello” – ribatte Nonis – non fare confusione come al solito. Perché non dici che in panchina quel giorno non c’ero io, ma Menotti Bugna? A dir la verità non c’ero nemmeno nella partita d’andata. La Cavese era stata affidata a D’Avino. Io ero appena andato via.
Attilio Infranzi sorride divertito. Lo spirito goliardico del Presidentissimo delle Speranze Cavesi è noto a tutti. D’altra parte, dopo la mancata fusione con la Maddalonese, il maestro di arti marziali si era tirato fuori e non aveva voluto sapere più nulla di aspetti gestionali. Era rimasto un semplice tifoso. E anche lui, da semplice tifoso, aveva applaudito l’apertura del nuovo stadio Comunale nel gennaio del 1969, e la promozione in D per meriti sportivi nell’estate successiva. Antonio Nonis, invece, si sedette per l’ultima volta sulla panchina della Cavese alla fine del 1973/74. Fu un calvario, perché gli Aquilotti conclusero il campionato all’ultimo posto in classifica. Ma l’amarezza durò ben poco, perché in realtà con il passaggio di mano dei vecchi soci e l’acquisizione del titolo sportivo della Pro Salerno, la Cavese salvò la categoria e aprì una nuova fase della sua gloriosa storia che l’avrebbe proiettata, nel giro di pochissimo, nell’olimpo del calcio che conta.
La foto più grande che trovate nel Bar Nonis è una gigantografia a colori: ritrae i protagonisti della splendida serata del 4 giugno 1977, quando al Comunale, per festeggiare il ritorno in C dopo 34 anni dei ragazzi di Lojacono, venne organizzata una partita tra vecchie glorie. Sugli spalti, nonostante un fastidioso vento di tramontana, accorsero in tremila. In campo i “mai dimenticati” aquilotti, avanti con l’età ma ancora in discreta forma, diedero spettacolo, senza risparmiarsi. Tra gli altri si misero in luce Lo Presti, Quaglieri, Stornaiuolo, Santin e Mario Matonti, il “reuccio” di Piazza San Francesco. Vinse la Cavese degli anni Cinquanta per 3-0 grazie ai gol di Willicich, Santoni e Casisa. Nonis, naturalmente, indossò ancora una volta la fascia di capitano e guidò i suoi ragazzi dalla mediana prima e dalla panchina poi, come ai bei tempi.
Se passate dal Bar Nonis, non potete non vederla. Fateci caso, è in alto a destra, dalle parti della cassa, in corrispondenza di una botte di legno, messa lì anche se non c’entra molto. È un trucco del gestore, per attirare l’attenzione. Vi garantisco che funziona.
Se volete parlare di calcio, in un’atmosfera un po’ speciale, degustando un buon caffè, dovete assolutamente passare dal Bar Nonis. Come, non ne avete sentito parlare? Io ci vado tutte le volte che posso. L’unico rammarico è che non vorrei mai svegliarmi. Eh già. Perché poi, quando mi sveglio e mi alzo dal letto per andare a lavorare, se ripenso al profumo dell’espresso e alla simpatia dei personaggi che frequentano il locale, un pizzico di tristezza mi assale. L’ultima volta è stata proprio l’altra notte. C’era un insolito trambusto. La sveglia è suonata nel momento meno propizio. Mentre stavo aprendo gli occhi, mi era sembrato di intravedere sull’uscio un distinto signore con i baffi brizzolati che veniva salutato con affetto da tutti. Non sono riuscito a capire bene chi fosse, anche se un sospetto, sinceramente, mi è venuto, quando ho sentito le parole che gli rivolgeva Nonis da dietro al bancone.
– Vieni, “guaglione”, vieni. Accomodati, ti aspettavo. Come stai? Te lo preparo un caffè?

Fabrizio Prisco

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