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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: I RAGAZZI CHE FECERO L’IMPRESA

– Pronto, Mario? Devo chiederti un favore, non puoi dirmi di no. Mi hanno chiamato da Milano dal consorzio Tuttocamposport, per domenica ci propongono la radiocronaca a due voci: ci sarà un giornalista locale e poi mi hanno chiesto un corrispondente da Cava. Hai voglia di andare? Posso dare il tuo nominativo per l’accredito? È un po’ che non te ne occupi, ma non so quante volte capiterà che la Cavese giochi a San Siro…
Gianfranco Pagano curava i rapporti col pool della serie B per conto di Radio Nova Campania, una delle emittenti più ascoltate a Cava de’ Tirreni che trasmetteva dalla frazione di Sant’Arcangelo. Dalla metà degli anni Settanta, dopo la liberalizzazione dell’etere, nelle valle metelliana le radio libere erano sorte come funghi. La prima era stata Radio Cava Centrale, fondata da Luca Barba nel 1974, poi erano venute a ruota Radio Filangieri, Radio AICS, l’antenata di Radio Nova, Radio Tirrenia, Radio Metelliana, Radio Castello, Radio Atlantide, e chi più ne ha più ne metta. Mario Durante era uno dei soci di Radio Nova, insieme a Carmine e Innocenzo Santoriello e a Peppe Bucciarelli. Lavorava in banca, ma la radio era la sua passione. In quel periodo aveva avuto delle gravi vicissitudini familiari che lo avevano tenuto lontano dai microfoni e dagli studi di registrazione. Ci pensò un attimo. Poi sciolse la riserva.
– Va bene, Gianfrà. Mi organizzo, cerco di farcela. Parto sabato notte in macchina e rientro subito dopo la gara, senza passare per gli spogliatoi, in modo da essere regolarmente in banca lunedì.
Milan-Cavese non era una partita qualunque, Mario lo sapeva bene. A Cava in quei giorni non si parlava d’altro. Lo squadrone del presidente Farina era in testa alla classifica ed era la candidata più autorevole per la promozione in serie A. Il tecnico Ilario Castagner aveva tra le mani una autentica fuoriserie: Tassotti, Baresi, Evani, Cuoghi, Battistini, Serena, Jordan erano un lusso per la categoria. All’ottava di campionato il Milan era ancora imbattuto: dopo due pareggi con Samb e Catania, i rossoneri avevano colto cinque successi di fila, battendo nell’ordine Arezzo, Campobasso, Bari, Monza e Bologna, e poi avevano pareggiato per 0-0 a Varese. Anche la Cavese però non scherzava mica ed aveva cominciato la nuova stagione con il piglio delle grandi. Dopo la salvezza dell’anno precedente, la compagine metelliana si era notevolmente rinforzata e stazionava nelle zone alte della classifica, in virtù di quattro pareggi con Foggia, Palermo, Pistoiese e Arezzo, tre vittorie con Perugia, Varese e Catania e una sola sconfitta, il 24 ottobre, a Bergamo contro l’Atalanta. Il 2-1, con il quale gli orobici si erano imposti sotto un autentico nubifragio, fu vendicato dagli aquilotti, alla vigilia della trasferta di San Siro, con la bella affermazione sul Catania di Gianni Di Marzio, messo alle corde da una prova sontuosa e trafitto da uno splendido gol di Angelo Cupini. Milan e Cavese, insomma, arrivavano alla partitissima godendo di ottima salute. Ma mentre il clima sotto i portici era più frizzante del solito e i tifosi erano intenti a preparare l’esodo per il capoluogo lombardo, Rino Santin, nel frattempo, aveva il suo bel da fare per isolare la squadra e stemperare la tensione.
Soltanto tre biancoblù avevano giocato a San Siro: gli ex interisti Guida e Pavone e quel furetto di Tivelli che con la maglia del Foggia aveva già segnato due gol al Milan, nel campionato di serie B 1980/81. Il primo l’ala sinistra lo aveva realizzato a Milano il 23 novembre 1980, proprio nel giorno del tragico terremoto che sconvolse l’Irpinia, in un Milan-Foggia 1-1; il secondo Tivelli lo aveva siglato al ritorno allo Zaccheria, il 18 aprile del 1981, e con quella prodezza su calcio di rigore i pugliesi avevano addirittura vinto. Per tutti gli altri aquilotti si trattava del battesimo alla “Scala del calcio”. Dopo la gara col Catania, Rino Santin non riuscì a prendere sonno tutta la notte, pensando a quello che sarebbe accaduto la domenica successiva. Roberto Pidone, l’arcigno terzino sinistro di quella squadra fantastica, tifoso del Milan dai tempi di Gianni Rivera e Nereo Rocco, dopo l’1-0 sugli etnei, invece dormì tranquillamente. Ma con il passare dei giorni, l’attesa divenne insostenibile, ed anche lui cominciò a “sentire” la partita e a vedere materializzarsi fantasmi rossoneri da tutte le parti.
La settimana di allenamento della Cavese trascorse senza particolari sussulti. Il giovedì, come di consueto, la squadra si recò a Sarno per affrontare in amichevole una compagine di promozione. Incredibilmente gli aquilotti persero per 3-0, ma nessuno si scandalizzò, nemmeno Santin. I ragazzi erano apparsi scarichi, erano incappati nella classica giornata storta, non era il caso di fare drammi. E poi perdere la partitella di Sarno portava bene: tutte le volte che accadeva, la domenica successiva la Cavese faceva una grande prestazione. A San Siro nessuno avrebbe voluto fare brutta figura, il mister non aveva il minimo dubbio.
Sabato 6 novembre 1982 la squadra effettuò una leggera sgambatura e poi, dopo pranzo, si imbarcò dall’aeroporto di Capodichino su un volo charter per raggiungere la Lombardia. Come quartier generale la Cavese aveva scelto un albergo di Milano 2. “Cava, una città in marcia su Milano”, titolava a nove colonne la “Gazzetta dello Sport” il giorno prima dello storico match. Raffaele Senatore, corrispondente per la rosea della nostra città, raccontava l’attesa, i preparativi degli oltre 3000 supporters che con 12 pullman, 2 treni e 2 aerei avrebbero seguito la Cavese nella partita di cartello. Il Centro di Coordinamento Clubs Cavese aveva addirittura preparato dei contrassegni speciali da esporre sulle auto, mentre il Cavese Club San Giuseppe al Pozzo aveva fatto stampare delle cartoline ricordo. Sugli spalti di San Siro in realtà la macchia biancoblù sarebbe stata ben più numerosa, sfiorando le 5000 unità. Ai cavesi che partirono dalla nostra valle, infatti, si aggiunsero gli emigranti del nord e quelli che vivevano all’estero, in Germania, in Svizzera o in Francia. Prima di andare allo stadio, tutti si diedero appuntamento alle 11 in Piazza Duomo, nel cuore di Milano. Era un modo come un altro per riabbracciare qualche amico lontano e per scattare una foto con i vessilli biancoblù all’ombra della Madonnina.
All’una di notte di domenica 7 novembre, Mario Durante, l’inviato di Radio Nova, accese la sua BMW 2002 e si mise in viaggio da solo, entrando in autostrada dal casello di Cava. Nello stesso momento, a Milano, Roberto Pidone, che era in camera con Giacomo Piangerelli, non riusciva a chiudere occhio. Mentre il suo compagno di stanza dormiva placidamente, lui si girava e si rigirava nel letto. Alle 4.30 il baffuto difensore decise di alzarsi e scese giù nella hall per prendere un caffè. Pidone fu il primo, ma a poco a poco il bar dell’albergo si riempì di stralunati avventori, insolitamente mattinieri a causa della tensione che evidentemente giocava brutti scherzi. Dopo aver fatto colazione, qualcuno risalì in camera, qualcuno andò a sentire la messa, qualcun altro uscì per fare una passeggiata. Pidone, come al solito, telefonò a casa del padre Enzo, a Pisa.
– Sei emozionato, Roberto? – gli chiese il genitore – Ascoltami bene, ti voglio raccontare una cosa: sono stato a San Siro una sola volta, per Italia – Brasile del 1963, la partita in cui Trapattoni marcò Pelè. Quel giorno gli azzurri vinsero 3-0 contro i campioni del mondo. Oggi tocca a te…
– Battere il Milan in casa sua? E’ una parola… – pensò tra sé e sé il terzino aquilotto, mentre le voci di Tivelli e Paleari, in lontananza animavano la hall dell’albergo già piena di tifosi. Dopo pranzo il mister radunò la squadra in una stanza per la consueta riunione pre-partita. Comunicò la formazione che avrebbe affrontato il Milan e poi, cercando di infondere la massima serenità a tutti, diede le ultime indicazioni, guardando i suoi ragazzi dritto negli occhi.
– Oggi non abbiamo nulla da perdere – cominciò Santin – sono loro che devono vincere a tutti i costi e non avranno fatto niente di eccezionale. Se invece dovessimo riuscire a fare una grande partita, sappiate che entreremo nella storia della Cavese e di Cava de’ Tirreni e saremo ricordati per sempre. Quindi state tranquilli e giocate come al solito, puntando sulla grinta e sulla voglia di arrivare per primi su tutti i palloni. Il motore del Milan è Evani: se fermiamo lui, li mettiamo in difficoltà. Lo seguirà come un’ombra Gregorio, sono certo che riuscirà ad arginarlo. Guida marcherà Jordan, mentre Pidone si occuperà di Serena. Cupini a destra e Guerini a sinistra dovranno coprire le fasce dando una mano alla difesa e proponendosi anche in appoggio alla manovra per non lasciare da solo Piangerelli. A centrocampo Pavone sarà così libero di muoversi, seguendo il suo estro, e proverà ad innescare Tivelli e Di Michele. Facciamogliela vedere nera, ragazzi! Sono uomini come noi, non dimenticatelo!
Le parole di Santin avevano acceso il cuore di tutti. La Cavese raggiunse San Siro in pullman con la consapevolezza di non partire battuta. In fondo il mister aveva ragione, il Milan era forte, ma non era una squadra di extraterrestri. Nel calcio, come nella vita, le motivazioni sono fondamentali. – Sei troppo bianco in faccia: ti senti bene, Roberto? – aveva detto a Pidone don Guerino Amato, il patròn della Cavese, la domenica mattina nella hall dell’albergo. Il dirigente, vero artefice del periodo aureo dei metelliani, vedendo il difensore teso come una corda di violino, aveva cercato di scuoterlo, da buon padre di famiglia. Ora però, ripensando al discorso del mister, il terzino si sentiva molto più tranquillo. Anzi, non vedeva l’ora di scendere in campo per dimostrare che anche lui, come tutti i suoi compagni, poteva dire la sua al cospetto di tanti campioni.
Quando mancava un’ora all’inizio del match, Mario Durante parcheggiò la BMW nel piazzale antistante la tribuna centrale. Era in perfetto orario. Ad attenderlo c’era un collega di Milano, alto, magro e molto distinto. Era Danilo Sarugia, il giornalista a cui si appoggiava il consorzio Tuttocamposport, con il quale avrebbe diviso il microfono e la postazione in tribuna stampa. Sarugia, in realtà, era Direttore della rivista ufficiale dell’Inter, e non simpatizzava assolutamente per il Milan, anzi. Mario tirò un sospiro di sollievo e si fece guidare da Sarugia, dopo aver ritirato l’accredito, nel ventre dello stadio. Anche per lui era la prima volta a San Siro. Cercò di non darlo a vedere, ma era emozionato come un bambino.
Mentre sugli spalti la macchia biancoblù cresceva a vista d’occhio con il passare dei minuti e i tifosi metelliani spuntavano come funghi, negli spogliatoi della Cavese c’era grande agitazione. Beniamino Pisapia, il piccolo magazziniere degli aquilotti, aveva preparato il caffè e si aggirava con discrezione. Fu lui ad accogliere il presidente Giuseppe Violante che scese dalla tribuna per salutare i ragazzi, promettendo un premio partita triplicato, in caso di vittoria. Beniamino lo guardò stranito. Come Pidone, anche lui era tifoso sfegatato del Milan. Tuttavia la Cavese veniva prima di ogni altra cosa. Non si era confidato con nessuno, ma aveva una strana sensazione. Molto piacevole, in verità. Alle 14.30 in punto, agli ordini del signor Falzier di Treviso, le squadre fecero il loro ingresso in campo, tra lo scoppio dei mortaretti e il frastuono dei quasi cinquantamila spettatori.
– Amici all’ascolto, buon pomeriggio da Danilo Sarugia. Per la nona giornata del campionato di serie B la capolista Milan e la sorpresa Cavese si stanno per affrontare a San Siro in una partita che promette scintille. Accanto a me in postazione c’è l’inviato di Radio Nova Campania, Mario Durante, con il quale vi racconteremo la gara. Buon divertimento…
La voce gracchiante dei due radiocronisti riecheggiò nella nostra valle quell’indimenticabile pomeriggio per un paio di ore che sembrarono lunghissime. Le strade erano deserte, tutti quelli che erano rimasti a Cava erano davanti alle radioline.
– Il Milan nella caratteristica divisa rossonera si schiera con Piotti, Icardi, Evani, Pasinato, Tassotti, Baresi, Cuoghi, Battistini, Jordan, Verza, Serena. La Cavese, in maglia bianca, pantaloncini blu e calzettoni bianchi, risponde con Paleari, Gregorio, Pidone, Bitetto, Guida, Guerini, Cupini, Piangerelli, Di Michele, Pavone, Tivelli.
L’inizio dell’undici di Castagner fu tambureggiante. Bastarono poco più di venti minuti al Milan per sbloccare il risultato.
– Pasinato crossa dalla destra per Verza, respinge la difesa della Cavese. Ci prova ancora Verza, il pallone arriva a Jordan. Lo scozzese colpisce di testa in mischia, Piangerelli allontana sulla linea. I milanisti chiedono il gol, l’arbitro Falzier è indeciso, sono attimi di grande concitazione. Ma attenzione, il guardalinee corre verso il centrocampo, Falzier sembra intenzionato a concedere la rete. Sì, l’arbitro convalida. Milan 1, Cavese 0. Ha segnato Joe Jordan, lo “squalo”.
Gli aquilotti in campo protestarono in maniera veemente, ma non ci fu nulla da fare. L’arbitro aveva concesso il gol. Mario Durante in tribuna pensò: il Milan ne ha già rifilati cinque al Bologna e quattro al Monza, chissà quanti ce ne fanno ora… E invece, dopo quattro minuti, accadde il miracolo.
– La Cavese è in attacco: Baresi libera male di tacco, si impossessa della palla capitan Pavone che smista la sfera sulla sinistra per Tivelli. L’ala avanza, supera di slancio Icardi con uno scatto bruciante e lascia partire una sventola di sinistro dai venti metri che non dà scampo a Piotti. Attenzione, cambia il risultato nuovamente a San Siro. La Cavese ha pareggiato con uno splendido gol di Tivelli. Milan 1, Cavese 1.
Mario osservava il tabellone di San Siro e non credeva ai propri occhi. Aveva esultato come un matto alla rete di Tivelli, i suoi vicini di postazione lo avevano guardato in cagnesco. L’unico a comprenderlo, da tifoso interista, era Sarugia che se la rideva senza darlo a vedere. La piccola Cavese era riuscita a fermare prontamente la corsa del Diavolo. Il Milan schiumava rabbia e si gettò all’attacco per cercare di nuovo la via della rete. Serena, in un paio di circostanze, fece gridare al gol, ma l’attaccante non riuscì a centrare il bersaglio. Al 38’ Verza fu costretto ad uscire per uno strappo: al suo posto Castagner gettò nella mischia Ciccio Romano. Si andò al riposo sull’1-1. Nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto di lì a poco, all’inizio della ripresa.
– Siamo al 55’ minuto. Lancio lungo di Piangerelli sulla destra per Pavone, il numero dieci ruba palla a Baresi e si porta sul fondo, cross al centro dell’area per Di Michele, stacco di testa imperioso dell’attaccante… Reteeeee, reteeeeee!!! La Cavese è in vantaggio: Milan 1, Cavese 2. Incredibile a San Siro…
Stavolta Mario Durante l’aveva fatta grossa. Se al gol di Tivelli non si era trattenuto, sulla prodezza di Di Michele si era alzato in piedi ed aveva fatto di peggio. La Cavese stava vincendo a Milano, la gente era impazzita e lui non era stato da meno: aveva urlato con tutto quello che aveva in corpo, quasi come Tardelli al Bernabeu contro la Germania durante la finale del Mundial. Ma, dopo aver esultato, ora bisognava rientrare nei ranghi. Mancavano trentacinque minuti e il Milan avrebbe cercato il pareggio a tutti i costi. Era ancora lunga, lunghissima.
Sugli spalti gli umori erano contrapposti. I circa cinquemila cavesi in gradinata superiore erano in delirio, intonavano cori e accendevano torce e fumogeni, tutti raccolti dietro i drappi colorati di biancoblù. I milanisti erano in evidente imbarazzo. Chi si aspettava a quel punto una reazione veemente da parte dei rossoneri rimase deluso. La Cavese era lanciatissima ed aveva il morale a mille. Castagner inserì un’altra punta, Incocciati, al posto dell’evanescente Cuoghi, ma la mossa servì solamente ad intasare il reparto avanzato. La capolista si riversò nella metà campo ospite, ma non si trattò di un vero e proprio assedio. Davanti alla porta difesa da Paleari piovevano palloni a ripetizione, ma i prodi difensori aquilotti ribattevano colpo su colpo. Pidone e Guida, che avevano preso le misure a Serena e Jordan, giganteggiavano e chiudevano sistematicamente ogni varco; Gregorio sarebbe stato capace di seguire Evani anche in capo al mondo, mentre Bitetto controllava e pilotava le operazioni con la solita eleganza. Cupini e Guerini, come due stantuffi, continuavano ad andare su e giù senza sosta sulle corsie laterali, mentre Piangerelli, da umile e fidato gregario, proteggeva le spalle a Capitan Pavone. Tivelli e Di Michele erano isolati in avanti, ma davano una mano all’occorrenza in copertura. Con il passare dei minuti il Milan si disunì e diede segnali di nervosismo. Jordan si macchiò di un fallo di reazione su Guida, ma l’arbitro Falzier non se la sentì di espellere lo scozzese e gli mostrò solamente il cartellino giallo. A dieci minuti dalla fine le speranze del Milan si infransero su un tiro di Battistini che sibilò alto sopra il montante, facendo correre un brivido a Paleari, a Mario Durante e a tutti i cavesi presenti a San Siro. Qualcuno a Cava, temendo per le proprie coronarie, spense la radiolina. Ma ormai era fatta.
Per spezzare la manovra di accerchiamento del Milan, Santin operò due sostituzioni: il mister concesse la passerella agli eroi di giornata Tivelli e Di Michele, rilevati rispettivamente da Puzone all’84’ e da Bilardi all’88’. Il capolavoro era riuscito, il Milan era all’angolo. Non c’era più tempo. Guerini ebbe ancora la forza di scattare per portare la palla il più lontano possibile dall’area di rigore, prima di essere fermato fallosamente da un avversario. Poi arrivò il triplice fischio di Falzier, a certificare il trionfo.
– E’ finita, è finita, abbiamo vinto… – urlava Mario dalla sua postazione, fissando come un automa il tabellone di San Siro che recitava Milan 1 – Cavese 2, scritto a caratteri cubitali e con i nomi dei marcatori, Jordan – Tivelli – Di Michele, un “mantra” da ripetere ogni volta per celebrare l’impresa più grande della nostra storia. Sarugia lo guardava compiaciuto, mentre molti milanisti in tribuna e negli altri settori avevano già abbandonato i propri sediolini e si dirigevano mestamente verso l’uscita. Sul rettangolo di gioco gli aquilotti si abbracciavano e piangevano per la commozione. Roberto Pidone scaricò la tensione portando le braccia al cielo, cercando di assaporare in pieno il successo appena colto. Beniamino era al suo fianco: due milanisti avevano dato il primo dispiacere stagionale al Diavolo. Quando ci si mette il destino sa essere veramente beffardo, non c’è che dire…
I ragazzi di Santin, ebbri di felicità, andarono a salutare i tifosi sotto la gradinata, poi si lanciarono negli spogliatoi dove cominciò una festa senza fine. Li raggiunsero tutti i dirigenti, nessun escluso.
– Fatemi bere qualcosa, altrimenti mi sento male. Ancora non ci credo… – disse in preda all’emozione il Presidente della Cavese Giuseppe Violante, prima di aprire una lunga serie di bottiglie di spumante.
A Cava la gente si riversò in strada per festeggiare la vittoria con caroselli d’auto e cortei spontanei come era accaduto nel mese di luglio per l’Italia di Bearzot. Raffaele Senatore, che aveva seguito anche lui la partita da casa incollato alla radiolina, ricevette una inaspettata quanto piacevole telefonata.
– Raccontami, Raffaele, cosa sta accadendo lungo il corso e sotto i portici. Come vorrei essere lì con voi… – disse al cronista una voce amica da Milano. Era Gino Palumbo in persona, il Direttore che aveva fatto grande la “Gazzetta dello Sport”, che da cavese d’origine trapiantato a Milano per lavoro, si sentiva particolarmente coinvolto da quella vittoria.
Prima di prendere l’aereo per tornare a casa, Pidone invece si mise in contatto con la moglie da una cabina telefonica.
– Ti rendi conto di quello che avete fatto? Qua non si capisce niente… – gli disse Alessandra. Il terzino sorrise, consapevole di aver regalato insieme con i suoi compagni una gioia enorme ad una città intera. Aveva ragione suo padre quando diceva che anche lui sarebbe uscito vincitore da San Siro come l’Italia contro il Brasile una sera di maggio del 1963. Ah, a proposito del padre di Pidone: Roberto se lo ritrovò inaspettatamente dopo la partita all’esterno dello stadio, felice come un ragazzino. Gli aveva fatto una sorpresa, e non era la prima volta. Ma mai come in quella circostanza, ne era valsa la pena.
L’unico che non si gustò a pieno quel pomeriggio memorabile fu Mario Durante. Al fischio finale dell’arbitro Falzier, dopo aver chiuso il collegamento, salutato e ringraziato Danilo Sarugia, si catapultò giù per le scale dello stadio e si mise immediatamente al volante della sua BMW 2002. Arrivò a Cava a tarda notte, quando le strade erano ormai vuote. Non vide il servizio a “Novantesimo Minuto” di Gianni Vasino che paragonò la Cavese al Real Madrid, non ascoltò la sera alla “Domenica Sportiva” Gianni Brera che parlò ugualmente di “Real Cavese”. Non appena aprì la porta di casa, si infilò nel letto, stanco ma appagato. Quel giorno Davide aveva battuto nuovamente Golia, e lui era stato uno dei fortunati cantori dell’avvenimento.
L’impresa degli aquilotti fu accolta con simpatia ovunque. A Salerno, alla lettura dei risultati da parte dello speaker del Vestuti, al termine del derby tra i granata e la Paganese, il pubblico mise da parte per un attimo la rivalità e tributò alla Cavese un sentito applauso. Il mattino dopo le edicole della valle metelliana furono prese d’assalto e i giornali andarono a ruba. “Cava tutti ti guardano”, titolava ancora il martedì a tutta pagina lo speciale della “Gazzetta dello Sport”. Sbancando San Siro, anche la squadra di Santin aveva vissuto una notte “mundial”. Grazie ad un manipolo di ragazzi terribili che si erano travestiti da eroi e che avevano suscitato tanto clamore. Nel calcio di oggi una cosa del genere sarebbe impossibile. Roba da fantascienza o da romanzo d’appendice. Eppure, credetemi, è successo veramente.

Fabrizio Prisco

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