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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: “LA RIMONTA”

Quella domenica arrivai allo stadio più tardi del solito. Mio padre parcheggiò la Fiat Regata blu metallizzato all’altezza del Bar Mazzini e mi fece scendere, senza dimenticare prima di assestarmi il solito scappellotto dietro al collo. Era il nostro rituale.
– Statt buon, uagliò. E forza Pro Cavese! Ci vediamo a fine partita…
Aveva le mani pesanti mio padre. Richiusi lo sportello della Regata e mentre lo salutavo con la destra, con la sinistra stringevo forte il tesserino da raccattapalle che per me valeva più della Coppa del Mondo che un anno prima Lothar Matthäus aveva alzato al cielo di Roma in una tiepida serata di inizio luglio.
All’ingresso della tribuna non c’era tanta gente. Mancava poco al calcio d’inizio e tutti erano già al loro posto. Il Simonetta Lamberti presentava il consueto colpo d’occhio. I ragazzi della curva, stipati dietro lo striscione “Ultrà Cava”, intonavano senza sosta i cori d’incitamento anche prima dell’inizio della partita. I distinti e il resto dello stadio invece erano in silenzio. Era il 7 aprile del 1991. In una gara valida per la 26esima giornata del campionato nazionale di serie C/2 girone D, la Pro Cavese si apprestava ad affrontare l’Enna di mister Rosario Rivellino. Sembrava un match dall’esito scontato. I siciliani erano nei bassifondi della classifica ed erano in piena lotta per evitare la retrocessione. La Pro Cavese invece, nonostante i problemi societari e la falsa partenza, si era ripresa ed occupava il terzo posto insieme con la Vigor Lamezia, alle spalle delle due battistrada Ischia e Acireale. Paolo Braca, il vecchio capitano di antiche battaglie, alla sua prima panchina tra i professionisti, dopo aver rilevato l’inconsistente Cancian alla sesta giornata, stava facendo miracoli ed aveva dato una precisa identità ad una squadra che faceva sognare una tifoseria ancora ferita e amareggiata per le delusioni delle ultime stagioni.
Scesi le scale della tribuna quasi correndo, mostrai al cancello il mio tesserino per il riconoscimento, e in un attimo mi ritrovai sulla pista d’atletica, proprio mentre le squadre facevano il loro ingresso sul rettangolo di gioco, spuntando dal serpentone degli spogliatoi tra gli applausi della folla.
– PRO CAVESE: Onorati, Accardi, Merendi, Polenta, Schettini, Carafa, Di Santi, Sorbi, Ricci, Pierozzi, Sorrentino. Allenatore Paolo Braca.
– ENNA: Sottile, Juculano, Prochilo, Carnevale, Policardi, Tovani, Di Somma, De Feo, Pisano, Sinopoli, Musumeci. Allenatore Rosario Rivellino.
– Dirige il signor D’Agostini di Roma. Buon divertimento a tutti e forza Pro Cavese!!!
Lo speaker del Lamberti aveva appena finito di leggere le formazioni tra lo scoppio dei mortaretti e il fumo dei petardi che coloravano di bianco e blu la Curva Sud. Io mi posizionai come al solito alle spalle della porta lato Curva Nord. Per un ragazzino di tredici anni fare il raccattapalle è qualcosa di speciale: puoi assistere alla partita da una posizione privilegiata, vedere da vicino i tuoi beniamini, respirare l’odore dell’erba, contribuire ad una vittoria o evitare una dolorosa sconfitta. In che modo? Beh, semplice: se la Pro Cavese stava perdendo o pareggiando, bisognava recuperare in fretta tutti i palloni che terminavano all’esterno del terreno di gioco, nel cosiddetto campo per destinazione. Se la Pro Cavese invece stava vincendo, bisognava far finta di niente e perdere tempo, lasciando che il pallone venisse recuperato dagli avversari, tra i rimbrotti di scherno e gli sfottò della gente.
Quel giorno si respirava un’aria strana. Eravamo quasi tutti rilassati. Non c’era tensione, forse per questo anche io avevo fatto tardi, pregustando una agevole vittoria. Nel calcio però non esistono le partite facili. Fu così che in poco meno di un quarto d’ora, tra lo stupore generale, l’Enna si ritrovò in vantaggio per 2-0. Meritatamente. Pisano e Musumeci ci diedero due schiaffi, assestati in pieno volto che ci fecero sussultare. Due errori difensivi clamorosi, due svarioni che potevano essere tranquillamente evitati. Due gol siglati nella porta sotto la Curva Sud, dalla parte opposta della mia postazione. La Pro Cavese non c’era, forse non era proprio scesa in campo. In difesa Accardi, Schettini e il capitano Polenta non erano sicuri come al solito; a centrocampo Sorbi, il nostro uomo migliore, non riusciva ad accendere la luce, mentre i motorini Carafa e Di Santi giravano a vuoto. In attacco poi Ricci e Sorrentino erano evanescenti. Nemmeno Pierozzi, “Cavallo Pazzo”, solitamente un trascinatore, era riuscito a caricarsi la squadra sulle spalle come faceva nei momenti di difficoltà. Le sue galoppate si infrangevano puntualmente contro la diga eretta dalla retroguardia siciliana che non sembrava mai sul punto di vacillare, nemmeno quando Davide Ricci, il nostro bomber, colpì un palo incredibile su punizione. Io ero esterrefatto. Guardavo sconvolto, in cerca di risposte, Pasquale Sorrentino, il fotografo della Pro Cavese che era al mio fianco, ma anche lui alla fine del primo tempo non trovava le parole giuste per confortarmi.
– Uagliò, non è giornata – mi disse – mettiamoci l’animo in pace. Non si può vincere sempre.
Paolo Braca era rientrato negli spogliatoi con un diavolo per capello. Era stato costretto a togliere Merendi dopo neanche venti minuti per un problema fisico e aveva gettato nella mischia il giovane Albano. Sotto di due gol, gli aquilotti si erano innervositi e avevano smarrito il bandolo della matassa. Negli spogliatoi si sarebbe fatto sentire sicuramente. All’intervallo, mentre tutti i tifosi si recavano al bar della tribuna per accaparrarsi un corroborante Borghetti, io e i miei amici raccattapalle ci radunammo attorno alla radiolina di Pasquale Sorrentino per ascoltare distrattamente i risultati della serie A. Ognuno di noi, in cuor suo, credeva nella possibilità di agguantare almeno il pareggio e si aggrappava a qualsiasi cosa. Dopo un primo tempo da incubo giocato sotto la Curva Nord dalle nostre parti, la Pro Cavese avrebbe attaccato sotto la Curva Sud. Magari sarebbe stato uno stimolo in più per raddrizzare le sorti di un incontro che appariva stregato. Perdere in casa con l’Enna sarebbe stata una autentica sciagura: avrebbe spalancato completamente all’Ischia e all’Acireale le porte della C/1. Significava dire addio ai sogni di gloria.
All’inizio della ripresa i biancoblù si gettarono all’attacco ma, dopo dieci minuti, l’Enna colpì ancora una volta: Giovanni Pisano, infallibile bucaniere d’area di rigore, bucò Onorati in contropiede e siglò un incredibile 3-0. Il Lamberti ammutolì. Nessuno credeva a quello che stava succedendo. Fu allora che accadde qualcosa di magico. Fu così che una possibile disfatta si trasformò inaspettatamente in una meravigliosa ed epica rimonta. Punta nell’orgoglio, la Pro Cavese si destò. Paolo Braca si giocò il tutto per tutto e inserì un altro attaccante, La Rocca, al posto di Accardi. Non avendo più nulla da perdere, gli aquilotti iniziarono a cingere d’assedio l’Enna. Attilio Sorbi e Pierluigi Pierozzi si rimboccarono le maniche e alzarono decisamente il ritmo. Sorbi colpì un altro palo clamoroso. Era il secondo di giornata. Che sfiga!!! A venti minuti dalla fine, dopo un intervento sospetto in area, l’arbitro decise di darci una mano e assegnò un calcio di rigore dubbio alla Pro Cavese. I siciliani protestarono in maniera veemente, e il loro attaccante De Feo venne espulso. Dagli undici metri si presentò Pierozzi, uno specialista. La palla, per la terza volta, si stampò sul montante, a portiere battuto. Non c’era proprio niente da fare, sembrava una maledizione. E invece, il vento del match, improvvisamente, cambiò direzione. Fu un crescendo rossiniano, le coronarie dei tifosi sugli spalti e di noi che seguivamo la contesa da bordo campo vennero messe a dura prova.
Ad undici minuti dalla fine l’Enna conduceva ancora saldamente l’incontro per 3-0, quando l’arbitro indicò nuovamente il dischetto. Stavolta il rigore sembrò ineccepibile. Pierozzi, con grande coraggio, prese il pallone sotto il braccio e si presentò senza battere ciglio davanti al portiere ospite Sottile. Il Lamberti piombò in un silenzio spettrale. Stavolta il nostro numero dieci fece fino in fondo il suo dovere, scaraventando la sfera alle spalle del numero uno vanamente proteso in tuffo. 3-1, mancano dieci minuti, può succedere di tutto, pensai. Non mi sbagliavo. L’atmosfera divenne elettrica. Lo stadio era una bolgia. I tifosi in tutti i settori si alzarono in piedi e cominciarono a fare un baccano d’inferno. Ciccio “U’ Campanar”, personaggio mitologico della tribuna coperta, agitava rumorosamente i campanacci legati tra di loro con dello spago per incitare i biancoblù alla riscossa. Un dirigente della Pro Cavese ci venne a chiamare dietro la porta della Curva Nord: aveva avuto l’ordine di spostare tutti i raccattapalle sotto la Curva Sud. Bisognava velocizzare la ripresa del gioco, l’Enna di sicuro avrebbe fatto di tutto per addormentare la partita. Era la mia prima volta sotto la Sud. Mi misi a correre a perdifiato insieme agli altri, passando sulla pista d’atletica dietro le due panchine e mi sistemai all’altezza della bandierina del calcio d’angolo. Il cuore batteva forte, per poco non mi sentii male per lo sforzo e per la tensione. E il bello doveva ancora venire…
Quando mancavano cinque minuti alla fine, l’arbitro mostrò il cartellino rosso anche a un altro calciatore dell’Enna, il terzino Juculano, reo di un intervento ai limiti del regolamento. Il difensore era già ammonito, ma il direttore di gara non si fece intimidire dalle proteste della panchina ospite e rimase irremovibile sulla sua decisione. Il mister siciliano Rivellino era furibondo, rischiò anche lui di essere espulso e di finire negli spogliatoi. In nove per l’Enna fu impossibile arginare gli assalti all’arma bianca degli aquilotti che ormai sembravano sul punto di sfondare in ogni momento. Al novantesimo Franco Sorrentino accorciò ulteriormente le distanze con una stoccata delle sue: 3-2 e palla al centro. A quel punto tutti ci credevamo, nessun escluso. Eravamo all’inizio del recupero, ma l’Enna non ne aveva più. Pochi istanti dopo sembrò sul punto di capitolare nuovamente, ma il portiere Sottile compì l’ennesimo miracolo. Mentre tutti imprecavamo contro la malasorte, sugli sviluppi del corner successivo, dal nulla spuntò il piedino fatato di Luciano Carafa che in mischia beffò i centrali dell’Enna e fece esplodere il Lamberti.
GOOOL!!! GOOOOOOOLLLLLLLLL!!! GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOLLLLLLL!!! 3 a 3!!! 3 a 3!!! 3 a 3!!!
Carafa, con l’indice rivolto verso il cielo, andò incontro alla Curva Sud, correndo come un tarantolato, mentre i compagni cercavano invano di abbracciarlo. Io e gli altri raccattapalle ci gettammo sul mucchio disordinato che si era creato alle spalle della porta di Sottile, consci che stavamo vivendo un momento storico che difficilmente avremmo dimenticato. C’era chi urlava, chi piangeva di gioia, chi si sentiva venire meno per l’emozione. La Pro Cavese aveva riacciuffato per i capelli una partita che sembrava ampiamente compromessa, e lo avevamo fatto tutti insieme.
In quel preciso istante, tra le scene di giubilo, nessuno si accorse che dal cancello della tribuna, evidentemente aperto, era entrata in campo una ragazza che si dirigeva con fare minaccioso verso l’arbitro. Aveva i capelli lunghi e rossi, indossava una giacca aderente e dei pantaloni verde petrolio. La donna venne fermata prontamente da un paio di poliziotti e condotta in commissariato per l’identificazione. Più tardi scoprimmo che era la moglie dell’attaccante dell’Enna De Feo. Evidentemente voleva vendicare l’espulsione del marito e voleva prendersela con il direttore di gara per la vittoria sfumata sul filo di lana. Incredibile!
I festeggiamenti per il gol del 3 a 3 durarono qualche minuto. Questa Cavese non muore mai, pensai euforico tra me e me. Poi il direttore di gara decise che forse era il caso di chiuderla lì e mandò le squadre negli spogliatoi. Mentre i calciatori siciliani imboccarono rapidamente il tunnel che conduce nel ventre del Lamberti, i metelliani rimasero sul prato a lungo, portati in trionfo dai tifosi. Anche io, dopo aver salutato i miei amici raccattapalle, a fatica abbandonai il campo e mi fermai davanti al Bar Mazzini per aspettare mio padre. All’interno del locale un nugolo di persone ascoltava sulle frequenze di Radio Cava Centrale l’intervista al capitano Adriano Polenta che stava rilasciando delle importanti dichiarazioni: “Anche oggi abbiamo onorato la maglia – spiegava ai cronisti il difensore della Pro Cavese – ma sono quasi sette mesi che non prendiamo lo stipendio. Abbiamo deciso di mettere in mora la società, ognuno di noi potrebbe andare via in qualsiasi momento, ma nessuno lo farà. Porteremo a termine la stagione nel migliore dei modi, ma con notevoli sacrifici. Pensate che per andare in trasferta ci stiamo autotassando. Abbiamo deciso di dire tutto per evitare di essere fraintesi”.
Le parole di Polenta furono un fulmine a ciel sereno. Sapevo che la Pro Cavese aveva dei problemi economici, ma non credevo fino a quel punto. Quel giorno, tra l’altro, un ufficiale giudiziario si era presentato ai cancelli d’ingresso del Lamberti e aveva sequestrato l’incasso della partita con l’Enna per conto di un creditore. L’intera somma era stata promessa alla squadra, come parziale contropartita delle spese anticipate e degli emolumenti da percepire. Fu un’ulteriore beffa per un gruppo stupendo di veri uomini che in campo continuava a regalarci tante emozioni. Dopo aver ascoltato l’intervista di Polenta il mio umore era cambiato. Ero orgoglioso del nostro Capitano, di Pierozzi, Sorbi, Carafa e di tutti gli aquilotti, ma non riuscivo a trattenere le lacrime. In quel momento intravidi in lontananza la sagoma di una Fiat Regata blu metallizzato che si avvicinava a passo spedito verso il Bar Mazzini. Cercai di darmi un contegno.
– Che partita, eh! Deve essere stata bellissima… – mi disse mio padre, accarezzandomi dolcemente il capo. Io feci un cenno in avanti con la testa e sprofondai sul sedile avvolto nei miei pensieri. Restammo in silenzio per tutto il tragitto. In realtà anche mio padre aveva sentito le parole di Polenta, ma aveva spento la radio qualche attimo prima di farmi salire. Lui non era “malato” della Cavese come il sottoscritto. Ma aveva capito che quella partita palpitante sarebbe stata una delle ultime pagine memorabili scritte da un gruppo di atleti meravigliosi. L’estate del 1991 segnò il fallimento della mia squadra del cuore che precipitò tra i dilettanti e dovette ricominciare da zero. A Cava il ricordo di quella spettacolare rimonta ancora oggi è vivissimo. Per noi Cavese-Enna 3 a 3 vale quanto Italia-Germania 4 a 3, la “partita del secolo” dello stadio Azteca dei Mondiali del 1970. Nella vita i soldi sono importanti, ma l’orgoglio e il senso di appartenenza che ci dimostrarono quella volta gli aquilotti, non hanno prezzo. Sto esagerando? Chiedetelo a chi c’era quel giorno sugli spalti del Lamberti. Mentre gli parlate, guardatelo dritto in faccia. Vi accorgerete che anche lui avrà gli occhi lucidi. Come quel ragazzino di tredici anni che aspettava suo padre fermo davanti al Bar Mazzini in un indimenticabile pomeriggio di ventisette anni fa.

Fabrizio Prisco

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