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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: LIBERO COME L’ARIA

La folla ruggì, ancora una volta, facendo tremare i vetri delle case del quartiere di Marassi. Cesidio Oddi si rialzò da terra, sconsolato, per raccogliere l’ennesimo pallone che era finito in fondo al sacco. Quanti ne aveva già presi? Sei, sette? No, otto. Sì, avete capito bene. Otto. La Cavese stava perdendo 8-1 a Genova contro la Sampdoria, in una triste serata di fine agosto del 1984, e il portiere aquilotto non poteva credere ai suoi occhi. Certo, era una partita di Coppa Italia, ma Oddi non si era mai trovato in una situazione simile: i blucerchiati arrivavano da tutte le parti, centralmente e dal fondo. Bastava un semplice uno-due e il portiere metelliano si ritrovava di fronte almeno un paio di avversari. Per quei satanassi di Mancini, Vialli, Beccalossi e Francis bucare la difesa biancoblù era stato un gioco da ragazzi, fin dai primi minuti. Persino Fausto Salsano, cavese doc che militava nella Sampdoria, era andato a segno, siglando il punto del 6-1 al dodicesimo della ripresa, ed era costernato. I suoi compagni non avevano l’intenzione di fermarsi e stavano esponendo la squadra della sua città ad una figuraccia epocale. La Sampdoria di Bersellini, rispetto alla Cavese appena retrocessa dalla serie B e costruita per risalire prontamente tra i cadetti, era di un altro pianeta, ma che qualcosa nell’undici di Benetti non funzionasse ormai era evidente, anche per chi di calcio ne masticava poco.
Oddi cercò lo sguardo di Gianluca Signorini. Il difensore arrivò sbuffando a capo chino dalle parti del portiere, quasi per consolarlo. In realtà era ancora più arrabbiato di lui. Maledetta zona! Romeo Benetti, il mediano tutto cuore e polmoni che aveva raccolto gloria e trofei nel Milan, nella Juventus e nella Nazionale di Bearzot, dopo aver vinto l’anno prima il campionato Primavera con la Roma battendo in finale il Milan di Capello, voleva riproporre nella Cavese quel sistema di gioco spregiudicato. Niente più libero staccato: difesa in linea, diagonali, trappola del fuorigioco, pressing, e ripartenze. Era un innovatore, Benetti, ma forse era troppo avanti per quei tempi. Un modulo simile non solo era improponibile contro la Sampdoria: sarebbe stato difficile da digerire anche in un campionato ostico e scorbutico come quello di terza serie. Signorini allargò le braccia, per rincuorare il portiere, seguito a ruota dai compagni di reparto Andreoli e Bobbiesi. Nessuno di loro aveva mai preso una scoppola del genere. Benetti più di una volta, nel corso della gara, pensò di ritornare all’antico. Poi si convinse che si trattava solo di far maturare gli eventi. La Cavese era una buona squadra, i giocatori dovevano solo assimilare i meccanismi e poi col bel gioco avrebbero convinto pubblico e addetti ai lavori. L’allenatore aveva creato un buon rapporto con i suoi ragazzi, fin dal ritiro di Altomonte, in Calabria. Bisognava aspettare, perché col lavoro prima o poi i risultati arrivano. Di solito, nel calcio come nella vita, è una regola non scritta. Per l’undici di Benetti, invece, si rivelò ben presto una dolorosa utopia.
Anche nelle altre uscite di Coppa Italia la Cavese andò incontro ad ulteriori delusioni. Dopo le due sconfitte interne con l’Udinese di Zico e con il Catanzaro, e la debacle di Genova allo stadio “Ferraris”, gli aquilotti rimediarono altre due batoste a Lecce e Bari: i giallorossi rifilarono al povero Oddi altre sei reti, mentre i galletti si accontentarono, si fa per dire, di un “meno” rotondo 5-0. La Cavese fu estromessa dalla massima competizione tricolore dopo cinque partite con un bottino di zero punti, due gol fatti e ventiquattro subiti. Numeri tremendi, che fecero suonare nella valle metelliana più di un campanello d’allarme. Sul banco degli imputati, al di là delle idee del tecnico veronese, finì anche quello che doveva essere il perno dell’intera retroguardia, quel Gianluca Signorini che era arrivato a Cava con una reputazione di ferro e che in quel momento rappresentava una autentica sorpresa in negativo.
Nato a Pisa il 17 marzo del 1960, fisico imponente, buona tecnica di base e grande professionalità, il difensore era stato uno dei fiori all’occhiello della campagna acquisti condotta con notevole competenza dal nuovo direttore sportivo Renato Cavalleri. Dopo aver girovagato per i campi della Toscana, tra Pisa, Pietrasanta, Prato e Livorno, Signorini aveva disputato una buona stagione con la Ternana ed era stato ingaggiato perché desse al reparto arretrato quella solidità che Benetti auspicava per costruire una Cavese vincente. D’altra parte, dopo la delusione per la sconfitta di Pistoia che aveva fatto precipitare inaspettatamente i metelliani in C, la società biancoblù non aveva badato a spese per costruire uno squadrone e Signorini era stato uno dei primi nomi indicati da Cavalleri a Benetti. Gianluca era arrivato a Cava a 24 anni: non era ancora nel pieno della maturazione, ma aveva già una discreta esperienza. Era però il classico libero tanto in voga in quel periodo: in quel modo non aveva mai giocato e affrontare gli avversari in campo aperto, nell’uno contro uno, lui che era dotato di un fisico imponente e non era certo un fulmine di guerra, non lo favoriva affatto. Si applicava Gianluca, cercava di seguire i dettami di Benetti, seguito dal capitano Pavone e dai compagni Andreoli, Bobbiesi, Malaman, Malisan, Fratena, Mari, Rispoli, La Rosa, Urban e Mandressi. Ma non appena cominciò il campionato le cose non migliorarono di certo, anzi.
La Cavese, considerata una delle favorite per la vittoria finale, esordì con un pareggio a Monopoli, quindi superò in casa la Reggina. Poi mise in fila sei pareggi e quattro sconfitte, che fecero precipitare i biancoblù al terzultimo posto in classifica. La panchina di Benetti vacillò paurosamente. Una parte della dirigenza chiedeva a gran voce la sua testa, e alla stessa stregua facevano i tifosi. I calciatori erano ancora con lui, anche se una buona metà dello spogliatoio cominciava ad interrogarsi sul credo integralista del tecnico veneto.
Signorini, nel frattempo, era finito fuori squadra. Per un mesetto si parlò anche di una sua possibile cessione. Gianluca non fece polemiche. Si trincerò dietro un comprensibile silenzio, sostenuto dall’affetto della sua famiglia. Il libero non amava fare vita mondana: era andato a vivere a Vietri in compagnia della moglie Antonella e dei suoi due bambini Alessio e Benedetta. Gli altri due figli Andrea e Giulia non erano ancora nati. Ogni tanto lo si poteva incontrare sotto i portici. Parcheggiava la macchina dietro al Maiorino, e poi si faceva una passeggiata lungo il corso. Spesso si fermava a prendere un caffè al Bar Remo, che all’epoca si trovava di fronte al cinema Metropol, ed era il ritrovo degli sportivi. Quando Benetti fu mandato via e i dirigenti richiamarono quel vecchio filibustiere di Corrado Viciani, Signorini dopo 40 giorni di assoluto anonimato ritornò al centro del progetto. Si riprese la maglia da titolare e non la mollò più, mostrando subito ai tifosi il suo vero volto.
Intervistato ai primi di gennaio del 1985 da Antonio Battuello per la rivista “Spazio Biancoblù”, il libero aquilotto, che era tornato a giocare nella maniera che gli era più congeniale, ebbe comunque parole di stima per l’allenatore esonerato. Dichiarazioni che gli fecero onore e che furono la conferma che Gianluca era innanzitutto un uomo vero, e poi un grande professionista.
‹‹Si suole dire che noi atleti – dichiarò Signorini – siamo sempre pronti ad arrampicarci sugli specchi, pur di salvare la faccia, ma non posso sottovalutare gli oltre 40 giorni di assenza dai campi di gioco. Ritengo di non essermi presentato ai livelli degli ultimi tornei da me disputati a Livorno e a Terni, che mi hanno consentito di essere ai primi posti di rendimento nelle classificate stilate dai tecnici di categoria. Mi dispiace per Benetti. Con lui si poteva dialogare come un fratello, gli si deve dare atto di una predisposizione al contatto umano come pochi sanno. Il rapporto con il sottoscritto non ha avuto accenti di ipocrisia. Accuse non se ne possono muovere: ha pagato chiaramente lo scotto dell’inesperienza e, al momento della stipula del contratto, non ha valutato le difficoltà di un campionato come quello di C/1 dove il bel gioco viene annientato dalla praticità del risultato. Con Viciani la squadra è migliorata notevolmente. Non si è verificato più quel notevole scompenso che esisteva al centro del campo: il nuovo mister è riuscito a velocizzare la manovra, ha inculcato in tutti noi la necessità del cambio di passo, ha ottenuto i risultati che erano la linfa per questa pianta che stava seccando. La mia vita lontano dal campo è tranquilla, come ho sempre desiderato, in compagnia di mia moglie e dei miei due marmocchi. A Cava mi trovo bene: ho avuto la possibilità di stringere amicizie al di fuori dell’ambito del calcio, e per me questo vale tanto. È un’ottima residenza, ritengo che sia una cittadina deliziosa per pulizia, tranquillità e per la completa assenza della delinquenza.››
Si trovava bene a Cava Gianluca Signorini. Ma nella valle metelliana, in cuor suo, si sentiva di passaggio. Sperava nel gran salto, si augurava, nonostante a marzo del 1985 avesse compiuto 25 anni, di attirare ancora le attenzioni di qualche grande club. Fino a quel momento aveva militato sempre in serie C, ma ora con Viciani, giocando da libero staccato, era tornato ad essere uno dei migliori difensori della categoria.
– Beato te, che hai giocato in B… – disse una volta il difensore toscano, in un momento di sconforto, a Cesidio Oddi, durante una cena.
– Ma cosa dici, Gianluca – rispose il portierone aquilotto – mica sei a fine carriera! Hai tutto il tempo per raggiungere i traguardi che meriti. Vedrai…
Mai parole furono più profetiche. La Cavese di Viciani ottenne la salvezza a due giornate dal termine. Signorini venne acquistato dal Parma di Arrigo Sacchi che in due anni vinse il campionato di C, approdò in B e si tolse lo sfizio di eliminare dalla Coppa Italia il Milan di Liedholm e di Berlusconi. Fu in quella circostanza che il Cavaliere si innamorò del profeta di Fusignano. Fu così che nel 1987/88 Sacchi andò al Milan, e Signorini approdò finalmente in serie A alla Roma, che nel frattempo aveva riabbracciato il Barone. La leggenda vuole che, al suo arrivo a Milanello, Sacchi abbia fatto vedere le videocassette del Parma a Franco Baresi per studiare i movimenti difensivi della difesa dei ducali pilotata proprio da Signorini. Nella Capitale il libero toscano rimase solo una stagione. Poi andò al Genoa, voluto fortemente da Franco Scoglio. E proprio il “Luigi Ferraris”, lo stadio dove quattro anni prima Signorini con la Cavese aveva rimediato contro la Sampdoria quell’incredibile 8-1, divenne la sua casa, per sette lunghe ed intense stagioni. ‹‹Datemi Signorini e andiamo in A con 50 punti››, aveva detto il Professore di Lipari, uno che morirà nel 2005 per una crisi cardiaca parlando del Genoa in diretta tv. Per la cronaca quel Genoa di punti ne fece 51 e fu promosso nella massima serie.
Furono sette anni indimenticabili, di alti e bassi e di un biennio d’oro, quello targato Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa che portò uno scudetto a Verona nel 1985 e che condusse il Genoa al quarto posto nel 90/91, e fino alle soglie della finalissima in Coppa Uefa l’anno successivo. Era la squadra del duo d’attacco Aguilera e Skuhravy, delle bombe su punizione di Branco, di Gennarino Ruotolo, Onorati, Bortolazzi, Eranio e Torrente. Signorini, da Capitano, incarnava in pieno l’orgoglio di un club, il più antico d’Italia, da sempre destinato a soffrire. Era forte e coraggioso Gianluca, aveva le mani grandi e le spalle possenti come quelle di un camallo del porto. Sembrava un personaggio uscito da un caruggio del centro storico o da una canzone di Baccini e De Andrè. Era forte e coraggioso Gianluca, come i navigatori delle repubbliche marinare. Ancora oggi chi ama il Grifone non può non avere gli occhi lucidi ripensando ai derby con la Samp di Vialli e Mancini, alle imprese in Europa, alla rimonta in casa all’ultimo istante con l’Oviedo, alla vittoria di Anfield con il Liverpool, quando Braglia aveva chiuso la saracinesca e Pato Aguilera aveva fatto piangere gli inglesi, alla sfortunata semifinale con l’Ajax.
Signorini andò via dopo lo spareggio stregato con il Padova del 1995 che sancì la retrocessione in B e chiuse la carriera nel Pisa, riportando nel 1996 la società nerazzurra tra i professionisti a due anni dal fallimento. Una volta annunciato il ritiro, rimase a Pisa in qualità di direttore sportivo e si iscrisse al Corso di Coverciano per diventare allenatore. Sarebbe stato sicuramente un ottimo tecnico, se non fosse stato per la SLA, la Sclerosi laterale Amiotrofica, che una mattina, all’inizio del Duemila, decise di bussare alla porta per impossessarsi di quel fisico apparentemente invincibile e nello stesso tempo tremendamente fragile.
Il Capitano tornò per l’ultima volta nella sua Genova una sera di maggio del 2001. Lo stadio era pieno come ai bei tempi ed esplose in un boato quando il suo eroe fece capolino dal tunnel degli spogliatoi. Gianluca era accompagnato dalla moglie Antonella e dai figli Benedetta, Alessio e Andrea; mancava solo Giulia, l’ultima nata, troppo piccola per essere al fianco dell’adorato papà. In campo per salutare e dare conforto al difensore in difficoltà c’erano gli ex compagni del Genoa, della Roma e del Parma e i vecchi maestri Liedholm, Sacchi, Scoglio e Bagnoli. Avevano risposto presente all’invito di Fulvio Collovati, di Lionello Manfredonia e di Antonio Tempestilli che avevano voluto organizzare una partita di beneficenza per raccogliere fondi per la ricerca e per donare quattro borse di studio ai figli di Signorini. Eranio era arrivato dall’Inghilterra, Aguilera aveva mandato i saluti con un videomessaggio direttamente da Montevideo, Skuhravy sembrava ormai un corazziere tridimensionale; per qualcuno come Nappi, Caricola o Fontolan, invece, il tempo sembrava essersi fermato.
Come per la gara di Coppa Uefa con il Liverpool, lo stadio presentava un colpo d’occhio da brividi. Erano accorsi in trentamila. Per l’occasione la Gradinata Nord aveva predisposto una speciale coreografia: un imponente grifone giallo e arancio era stato posizionato al centro dei due anelli, mentre delle bandierine bianche scrivevano il nome di battesimo del Capitano in mezzo ad un oceano di drappi rossoblù. I due figli maschi avevano la maglia del Genoa: Alessio avrebbe giocato in difesa con la sua numero sei che di lì a breve sarebbe stata ritirata, Andrea con la undici in attacco. Signorini indossava un maglione e un pantalone blu e un paio di scarpe da ginnastica. Avrebbe voluto alzarsi dalla carrozzina per correre incontro alla sua gente, parlare, urlare, come aveva fatto tante volte. Ma non poteva. La SLA non gliel’avrebbe mai permesso. Lo stava consumando, gli aveva tolto la voce e gli stava prosciugando la vita dall’interno. Parlava con gli occhi Gianluca e piangeva per l’emozione. E quando Benedetta spinse quella carrozzina sotto la Nord, nessun genoano riuscì a trattenere le lacrime. Fu l’ultima volta che Genova vide Signorini. Prima di lasciare Marassi, Benedetta lesse al microfono un messaggio scritto dal padre. Era il suo toccante commiato.
“Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata.”
Il 6 novembre del 2002 la SLA, a 42 anni, se lo portò via. Ma quella sera di maggio del 2001 Gianluca capì, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che per tutti quelli che gli avevano voluto bene sarebbe rimasto, in ogni caso, il Capitano. Per l’eternità. Anche a Cava, nonostante abbia giocato un solo campionato (29 presenze più la Coppa Italia), tutti ricordano con affetto quel difensore gentiluomo che indossò con onore la maglia numero 6. E che oggi corre tra le nuvole, dopo aver sofferto tanto, finalmente libero. Come l’aria.

Fabrizio Prisco

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