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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: UN SAN VALENTINO TINTO D’AZZURRO

San Valentino è la festa degli innamorati. Nella vita puoi cambiare la macchina, la casa, la moglie o il marito, ma non la squadra del cuore. Giovedì 14 febbraio 1980 gli amanti della casacca biancoblù ricevettero dai dirigenti metelliani il regalo più bello: la Cavese affrontò al Comunale, in un’amichevole di prestigio, la Nazionale di Enzo Bearzot. Gli Azzurri erano in ritiro all’Hotel Raito per preparare la gara con la Romania che si sarebbe disputata quarantott’ore dopo, sabato 16, a Napoli, e scelsero di incrociare i tacchetti con gli aquilotti per un ultimo test prima del match del San Paolo. Questa è la storia, a distanza di quasi quarant’anni, di un pomeriggio indimenticabile, scolpito nella memoria di chi quel giorno era in campo e di chi osservò la contesa stipato sugli spalti, in mezzo ad un mare di folla.
L’impianto di Corso Mazzini non si era mai riempito così. Nemmeno per Cavese-Martina Franca del 22 maggio 1977, quando conquistammo la promozione in C. Nemmeno per i derby con la Salernitana o per Cavese-Milan di tre anni dopo, in serie B. Un’ora prima dell’inizio dell’incontro, fissato per le ore 14, tutti i settori erano stracolmi. Tifosi, donne, bambini, interi nuclei familiari, curiosi, appassionati giunti dai centri vicini: nessuno voleva perdere l’occasione di ammirare da vicino quei campioni tanto celebrati. La gente era ovunque: sui balconi delle case vicine, aggrappati alle cancellate, sulle mura di cinta. Parafrasando il Vangelo, senza essere blasfemi, quel giorno sarebbe stato più facile far passare un cammello attraverso la cruna di un ago, piuttosto che far entrare altri sportivi all’interno del Comunale. E invece verso le 13.45, dal momento che c’era almeno un migliaio di curiosi che si accalcava ancora all’ingresso chiedendo di poter passare, per motivi di ordine pubblico, fu deciso incredibilmente di spalancare le porte. Alla fine furono quasi 22.000 gli spettatori, per un incasso che sfiorò i trenta milioni di lire. Niente male per un semplice allenamento.
Il torpedone che trasportava la Nazionale si fermò vicino alla porta carraia, tra la tribuna laterale e la curva nord. I ragazzi di Bearzot scesero lentamente dal pullman, oltrepassarono il varco tra due ali di folla ed entrarono sul prato per avviarsi verso il tunnel che conduce negli spogliatoi. Non appena Dino Zoff, impeccabile nella sua tuta azzurra dell’Adidas, e Roberto Bettega, che indossava un insolito cappotto grigio, fecero capolino sul terreno di gioco, seguiti da Scirea, Gentile, Cabrini, Causio e da tutti gli altri, ci fu un boato enorme. I calciatori della Juventus avevano già calpestato l’erba del Comunale verso la metà di settembre del 1977, quando si allenarono a Cava prima di andare a giocare a Napoli. Gli applausi, come in quella circostanza, si sprecarono. Qualche fischio si levò solo all’indirizzo di Paolo Rossi, ma poi spiegheremo il perché. Alla Nazionale la Cavese lasciò il suo spogliatoio e tutti gli onori del caso. I biancoblù si sistemarono nello stanzone solitamente riservato agli ospiti.
Qualche aquilotto, sentito il frastuono, si era posizionato di nascosto sotto il serpentone di metallo che porta nel ventre del Comunale, per spiare da lontano la passerella di quei fenomeni che fino a poco tempo fa avevano potuto ammirare solo in televisione o sull’album delle figurine Panini. E mentre il capotifoso Eduardo Purgante faceva gli onori di casa, accogliendo sulla pista di atletica Enzo Bearzot e salutando con i soliti inchini ad uno ad uno tutti gli azzurri, ci pensò Beniamino Pisapia, l’inossidabile magazziniere, a richiamare all’ordine i biancoblù, intimandoli di rientrare per prepararsi.
I dirigenti della Nazionale avevano chiesto di affrontare una selezione dei migliori elementi della Primavera, magari rinforzata da qualche calciatore della prima squadra. Adolfo Milite, l’allenatore delle giovanili, avrebbe potuto contare solo per quel giorno sul portiere Vannoli, su Truddaiu, Polenta, Gabriellini, Miano e Burla. Corrado Viciani, lasciò ampio spazio al suo collaboratore e si accomodò in panchina. Si defilò, come solo i grandi sanno fare, ma fu vicino ai suoi ragazzi e seguì tutte le operazioni con grande attenzione. La sua Cavese, quella dei grandi, non navigava in cattive acque, ma non stava brillando in campionato, tutt’altro. Dopo la straordinaria vittoria per 2-1 al Vestuti di Salerno, il 28 ottobre del 1979, che aveva causato l’esonero del tecnico granata Viviani e le dimissioni in massa di diversi dirigenti della Salernitana, la Cavese aveva dovuto aspettare più di tre mesi per rivincere una partita: il 3 febbraio 1980 infatti al Comunale la capolista Catania cadde per 2-0 e il successo riportò il sereno in casa metelliana. In precedenza, i tifosi avevano cominciato a mugugnare, perché si aspettavano molto di più dai propri beniamini. Viciani, vedendo che le cose non andavano come dovevano, portò la squadra in ritiro a Villa San Giovanni a fine dicembre. Gli aquilotti festeggiarono, si fa per dire, il Capodanno nella hall dell’albergo, e andarono a letto pochi minuti dopo la mezzanotte, mentre tutta Italia era impegnata a darsi gli auguri e a sparare i classici botti. Ma Viciani era così, sapeva essere dolce, e severo nello stesso tempo, quando era necessario. Da uomo di cultura, leggeva tantissimo, regalava cravatte e libri ai calciatori e ai giornalisti e dedicava tantissimo tempo alla preparazione atletica e allo studio della tattica. Per il bene della squadra non guardava in faccia a nessuno. Fu per questo che nel ritiro di Bojano mandò Roberto Pidone alla “forca” per fare una marea di esercizi, affinché il rude difensore potesse migliorare il suo tocco di palla. Il tecnico di Castiglion Fiorentino non era insomma solo il profeta del “gioco corto”, per la Cavese di quegli anni fu molto di più. Quel giorno, però, fu Adolfo Milite a preparare la partita, a decidere la formazione e a caricare i suoi ragazzi con un discorso breve, ma efficace. Nello spogliatoio dei giovani biancoblù non volava una mosca, la tensione era palpabile.
– Ragazzi, siete emozionati, vero? – chiese con il sorriso sotto i baffi il tecnico della primavera della Cavese – Non vi preoccupate, è soltanto un’amichevole, non conta il risultato. Ci sono tantissimi osservatori, in tribuna, come in ogni settore dello stadio: per voi è una vetrina importante. Giocate come sapete, ma cercate di non entrare troppo duro, non si deve fare male nessuno.
Pierino Burla, che per l’occasione indossava la fascia di capitano, provò a tenere alto il morale del gruppo con una delle sue battute. Burla, nato a Roma l’undici aprile del 1956, cresciuto nelle giovanili del Milan, ex Reggina e Venezia, in questo era uno specialista. I suoi scherzi erano temuti da tutti. Nemmeno Viciani veniva risparmiato. Nelle pause dell’allenamento, quando i ritmi si facevano troppo pesanti, o in albergo, durante i ritiri, il suo grido “Gioco corto, gioco corto!” rompeva i momenti di silenzio e tutti si mettevano a ridere. Compreso il mister.
Ma quando le due squadre si affacciarono dal tunnel per entrare in campo e videro la folla che li attendeva, anche al simpatico Burla tremarono le gambe.
– Porca miseria, quanta gente! – pensò tra sé e sé il capitano della Cavese.
La Nazionale di Bearzot in un’anonima maglia azzurra, senza scudetto tricolore e con colletto e polsini rossi, dopo aver effettuato il riscaldamento sul rettangolo di gioco, tra le ovazioni della gente, si sistemò sotto i distinti per scattare una foto ricordo insieme a tutti i calciatori aquilotti, che quel giorno indossavano la divisa bianca. Poi al centro del campo i due capitani Burla e Zoff si scambiarono due fasci di fiori e, sotto gli occhi dell’arbitro Sessa di Salerno, effettuarono i convenevoli di inizio partita.
L’Italia si schierò inizialmente con Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Causio, Tardelli, Rossi, Antognoni e Bettega. La Cavese rispose con Vannoli, Magliocca, Truddaiu, Polenta, Infante, Mari, Milito, Miano, Gabriellini, Consalvo, Burla. Bearzot chiese di disputare due tempi di quaranta minuti ciascuno, in vista della partita con la Romania, e fu accontentato. Il CT ci teneva a verificare le condizioni di Cabrini e Tardelli, entrambi al rientro dopo diversi problemi fisici. Nel pre partita, durante alcuni esercizi, Ciccio Graziani invece aveva sentito un indurimento muscolare, e venne tenuto a riposo in via precauzionale.
La gara vera e propria non iniziò mai. Troppo netta era la superiorità degli azzurri che in venticinque minuti, pur andando al piccolo trotto, misero a segno tre gol. L’incontro si sbloccò dopo appena due giri di lancette. Causio andò via sulla destra, con una delle sue classiche azioni, e mise un preciso spiovente nel mezzo che superò il mucchio e pescò sul secondo palo Lele Oriali: il mediano dell’Inter fu lesto a battere di giustezza l’incolpevole Vannoli. Uno a zero per l’Italia. Tra il 14’ e il 25’ salì invece in cattedra Marco Tardelli. In undici minuti il centrocampista della Juventus siglò una pregevole doppietta: prima fu bravo a finalizzare in rete una insistita azione personale sulla sinistra di Oriali; poi superò Vannoli con una girata in acrobazia, al termine di una combinazione in velocità tra Gentile e Causio. Sul 3-0 gli azzurri, probabilmente appagati, tirarono i remi in barca.
I giovani aquilotti non si diedero per vinti e cercarono di salvare l’onore. Mentre Viciani seguiva la contesa seduto senza scomporsi più di tanto, Adolfo Milite era in piedi e li incoraggiava in continuazione. La Cavese baby era disposta in campo ricalcando per grandi linee i movimenti della prima squadra: davanti a Vannoli Polenta era il libero e Infante si occupava della marcatura della punta avversaria, in questo caso addirittura Paolo Rossi, il “Pablito” d’Argentina e il futuro capocannoniere di Spagna ’82, l’uomo che farà piangere il Brasile. I terzini erano Magliocca e Truddaiu. A centrocampo Sergio Mari e Consalvo agivano per vie centrali, supportati da Miano da una parte e Burla dall’altra. In attacco Milito sosteneva la punta centrale Gabriellini. Tra i metelliani la parte del leone la fece sicuramente Tonino Infante che annullò letteralmente Paolo Rossi. Mentre Bettega, con le sue lunghe leve, fungeva da raccordo tra il centrocampo e l’attacco, Rossi venne chiuso dalla marcatura ossessiva di Infante e non riuscì mai a liberarsi per un dribbling o un tiro. Il pubblico di Cava, non contento della sua prestazione, gli riservò diverse bordate di fischi. Ma dietro il dissenso nei confronti dell’attaccante toscano c’erano ben altri motivi.
Nell’estate del 1979, infatti, Paolo Rossi era stato al centro di un notevole intrigo di mercato. Nato come ala tornante, al Vicenza Giovan Battista Fabbri lo aveva trasformato in centravanti puro e Rossi era esploso. Ai Mondiali di Argentina era arrivata la definitiva consacrazione. Il noto giornalista Giorgio Tosatti lo aveva definito “un impasto di Nureyev e Manolete, un atleta con la grazia del ballerino e la spietata freddezza del torero”. Rossi non segnava mai di potenza, ma era bravissimo nel movimento senza palla, nello smarcamento e nel trovarsi al posto giusto nel momento giusto, per sfruttare il minimo errore di distrazione dell’avversario. E sapete perché ci riusciva? Perché Pablito giocava d’anticipo, con intelligenza, pensando sempre cosa fare un secondo prima che gli arrivasse il pallone. Con la maglia del Lanerossi Vicenza Rossi nel biennio 1977-78 si laureò miglior marcatore prima in serie B con 21 gol e poi in serie A con 24 reti. Dopo il Mondiale d’Argentina Vicenza e Juventus, che detenevano la comproprietà del calciatore, andarono alle buste: il Vicenza incredibilmente offrì di più, quasi 2 miliardi e 612 milioni per la metà del cartellino, e Rossi rimase in biancorosso. La stagione però fu sfortunata e costellata da infortuni, e, nonostante i 15 gol di Rossi, il Vicenza non riuscì ad evitare una clamorosa retrocessione in B. Pochi giorni dopo, nell’estate del 1979 appunto, i giornali annunciarono il suo passaggio al Napoli. Ferlaino, approfittando della situazione, tentò il colpo a sorpresa. Ma Paolo Rossi gentilmente rifiutò, non se la sentiva di andare a Napoli a fare il salvatore della patria. E accettò la corte di un’altra società in ascesa, il Perugia del presidente D’Attoma. A Napoli non la presero bene. E quando il 20 ottobre 1979 Paolo Rossi con la maglia dei grifoni si recò al San Paolo per incontrare il Napoli di Vinicio, si trovò 90.000 spettatori indiavolati, pronti a fischiarlo per tutta la partita. Un record di presenze che nell’impianto di Fuorigrotta resiste ancora oggi.
A Cava quel pomeriggio, evidentemente, sugli spalti c’erano diversi simpatizzanti del Napoli, perché l’attaccante del Perugia, fu l’unico azzurro a ricevere più improperi che applausi. Rossi, a dir la verità, non si impegnò più di tanto. Corse a ritmo ridotto e non riuscì mai a impensierire Vannoli. Tonino Infante ne approfittò e fece un figurone. Ancora oggi i tifosi metelliani ricordano la sua pregevole prestazione e il fatto che sia riuscito a mettere la museruola al centravanti della Nazionale che due anni dopo si sarebbe laureato campione del mondo in Spagna.
Nella ripresa Bearzot e Milite diedero spazio anche ad altri calciatori che erano rimasti in panchina nei primi quaranta minuti. Entrarono Bordon (per Zoff), Maldera (per Cabrini), Buriani (per Oriali), Bellugi (per Scirea), Zaccarelli (per Antognoni) e Giordano (per Bettega). Nella Cavese D’Arco rilevò Milito, Nuoto prese il posto di Consalvo, Alviani di Burla e Rispoli di Magliocca. Ma il risultato non cambiò fino al termine.
I nuovi aquilotti provarono a cambiare l’inerzia del match e cercarono di ritagliarsi il proprio quarto d’ora di celebrità. Enrico D’Arco, roccioso difensore, si piazzò su Bruno Giordano. Dopo pochi minuti l’attaccante della Lazio subì un’entrata dura che lo fece sobbalzare.
– Scusami, non l’ho fatto apposta. Volevo prendere la palla – gli disse Enrico.
– Non ti preoccupare, ragazzo. Sono cose che capitano. Gioca come sai – gli rispose il bomber laziale.
Né Zoff, né Bordon furono mai impensieriti dagli avanti metelliani, anche grazie all’attenta prestazione della retroguardia, con Collovati e Scirea sugli scudi. Antognoni si fece apprezzare per un paio di fucilate che avrebbero meritato miglior sorte, Causio suscitò entusiasmo con i suoi guizzi. I sei cambi della ripresa nelle fila azzurre non riuscirono ad incidere. Il solo Buriani fece di tutto per mettersi in mostra. Maldera sprecò, invece, un paio di occasioni clamorose.
La gente iniziò a sfollare qualche minuto prima della fine della partita. Al triplice fischio dell’arbitro Sessa gli azzurri salutarono la platea, dirigendosi verso gli spogliatoi a testa alta, concedendosi comunque ad ulteriori richieste di foto e autografi da parte chi era riuscito ad entrare a bordocampo. Viciani e Bearzot si strinsero la mano, soddisfatti. Negli spogliatoi della Cavese Adolfo Milite si congratulò con i suoi ragazzi. Gli azzurri, in segno di riconoscenza, prima di ritornare sul torpedone che li avrebbe riportati all’Hotel Raito, consegnarono agli aquilotti le maglie utilizzate nel corso della sgambatura, che vennero divise tra tutti i partecipanti. Anche se non c’era lo scudetto della Federazione Italiana Giuoco Calcio, era comunque un prezioso cimelio.
Due giorni dopo, a Napoli, l’Italia si impose per 2-1 sulla Romania. Segnarono prima i rumeni con Boloni; la rimonta fu firmata da Collovati, al primo gol in Nazionale, e da Causio. Un mesetto dopo il calcio italiano fu sconvolto dallo scandalo del Totonero: il 23 marzo 1980 le pantere della polizia entrarono negli stadi dopo le partite. Ci furono tredici arresti e quattro ordini di comparizione. Furono coinvolte diverse società e alcuni campioni come gli stessi Rossi e Giordano, Manfredonia, Albertosi e Morini. Lazio e Milan finirono in B, Avellino, Bologna e Perugia ebbero 5 punti di penalizzazione. Rossi e Giordano vennero squalificati e saltarono gli Europei che nel mese di giugno si sarebbero disputati proprio nel nostro paese. Bearzot non poté contare per la manifestazione sui due attaccanti più in forma del campionato e si dovette accontentare di un deludente quarto posto. Fu la Germania di Jupp Derwall, battendo in finale il Belgio di Guy Thys, ad aggiudicarsi il massimo trofeo continentale. L’Italia fu eliminata dai Diavoli Rossi nel suo girone, e perse anche la finale per il terzo e quarto posto ai rigori con la Cecoslovacchia. Bearzot colse la sua rivincita due anni più tardi in Spagna, aspettando la rinascita di Paolo Rossi, appena tornato in campo dopo essere stato “graziato” dalla giustizia sportiva.
Al termine della stagione 1979/80, conclusa al decimo posto con 33 punti in serie C/1 girone B, Corrado Viciani, invece, lasciò la Cavese. Fu una grave perdita. Ma il club di Via Sorrentino, che in un primo tempo aveva pensato di affidare la guida tecnica a Claudio Tobia, decise di ricorrere alle cure di Rino Santin. Mai scelta fu più azzeccata. A Cava si stava per aprire un ciclo magico, anche grazie all’opera precedente del maestro di Castiglion Fiorentino, che con i suoi insegnamenti aveva contribuito alla crescita dell’intero ambiente.
Tutti quelli che nel giorno di San Valentino del 1980 avevano pensato di vivere un sogno, vedendo la Nazionale di Bearzot al Comunale, si erano sbagliati. I sogni si sarebbero realizzati per davvero nel triennio successivo. Tutti, tranne uno: la Cavese in serie A. Ma per quello, c’è sempre tempo.

Fabrizio Prisco

 

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