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PARI A RIETI E SECONDO RISULTATO UTILE CONSECUTIVO

RIETI: Chastre; Dabò, Pepe, Gigli, Papangelis; Diarra (45’st Delli Carri), Palma (29’st Kean); Cericola (29’st Lukinga), Maistro (12’st Di Domenicantonio), Vasileiou (45’st Konaté); Todorov. A disposizione: Costa, Caparròs, Venancio, Tommasone, Gualtieri, Criscuolo e Demosthenous. Allenatore: Ricardo Chéu.

CAVESE: Vono; Palomeque, Bruno, Manetta, Licata (1’st Nunziante); Tumbarello, Favasuli (24’st Lia), Fella; Rosafio (24’st Bettini), Sciamanna (38’st De Rosa), Agate (1’st Migliorini). A disposizione: De Brasi, Silvestri, Mincione, Buda, Logoluso, Flores Heatley e Zmimer. Allenatore: Giacomo Modica.

Arbitro: Miele di Torino

Ammoniti Licata e Fella (C), Cericola, Maistro e Todorov (Ri)

Recupero: 0’pt, 5’st.

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RAPP. UNDER 17 LEGA PRO: QUATTRO CONVOCATI PER LA CAVESE

Ben quattro ragazzi del settore giovanile convocati per lo stage nazionale della Under17 di Lega Pro in programma mercoledì 3 Ottobre 2018 presso il “Vigor Sporting Center” di Roma.

Convocati il difensore Battimelli Gervasio ’02, gli attaccanti Santaniello Francesco ’03, Colantuono Domenico ’02 e il portiere Casillo Claudio ’02.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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VENTITRE CONVOCATI PER LA TRASFERTA DI RIETI

Allenamento di rifinitura questa mattina, prima della partenza, subito dopo pranzo, per il ritiro pre-partita di Rieti.

Indisponibile Insoudine, che sta recuperando dal problema alla pianta del piede dopo il programma di recupero stilato dal dott. Trofa insieme al prof Leone. 

Portieri: 1 Vono, 22 De Brasi

Difensori: 2 Palomeque, 3 Silvestri, 5 Manetta, 19 Licata, 23 Bruno, 29 Lia

Centrocampisti: 4 Migliorini, 8 Favasuli, 11 Fella, 14 Tumbarello, 15 Mincione, 16 Buda, 17 Logoluso, 20 Bettini, 28 Nunziante

Attaccanti: 7 Rosafio, 9 Sciamanna, 10 De Rosa, 18 Flores Heatley, 24 Agate, 25 Zmimer

Indisponibili: Bisogno, Inzoudine

 

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RIETI-CAVESE SI GIOCA A PORTE CHIUSE

È arrivata da poco la comunicazione della Prefettura di Rieti: porte chiuse sabato ore 14:30 Rieti-Cavese.

“In ragione delle evidenziate carenze struttturali” dello stadio Manlio Scopigno, questa la motivazione del Prefetto.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

 

 

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: “L’INTERVISTA”

Marco cercò da lontano lo sguardo del mister. Mentre i compagni correvano verso gli spogliatoi, lui si avvicinò all’allenatore a piccoli passi, con le mani dietro la schiena. Voleva farsi notare senza dare troppo nell’occhio. La partitella era appena terminata. Gino Avella e Nicola Gregorio stavano raccogliendo i palloni, mentre Ottavio Bugatti, il preparatore dei portieri, stava mettendo a posto i conetti che aveva usato per far esercitare i ragazzi. Rino Santin si accorse subito della presenza di Marco e gli andò incontro.
– C’è qualcosa che devi chiedermi? – gli disse.
Marco arrossì. Tutta colpa di questi maledetti dodici anni, pensò tra sé e sé. Poi si fece forza e prese il coraggio a due mani.
– La professoressa d’Italiano ci ha chiesto di intervistare un adulto come compito a casa. Dobbiamo raccogliere i suoi ricordi e raccontare alla classe la storia della sua vita. Sapete quanto mi piace il calcio… Ecco, io ho pensato a voi…
Rino Santin sorrise, passandosi le dita tra i baffi brizzolati.
– Solitamente mi trovo davanti dei giornalisti un po’ più maturi, ma per te farò un’eccezione. Facciamo così, dammi qualche minuto. Nel frattempo va’ a farti la doccia e aspettami. Non sarai mica troppo cattivo con le domande, vero?
Marco ringraziò il mister e andò in tutta fretta a prepararsi. Mentre gli altri facevano un baccano d’inferno negli spogliatoi, lui era al settimo cielo. Rino Santin non era solo l’allenatore della scuola calcio che frequentava da un annetto. Era l’allenatore della Cavese, la squadra del suo cuore che militava in C/2 e che stava contendendo al Siracusa la vittoria del campionato. Qualche anno prima, dal 1980 al 1983, era stato il condottiero della Real Cavese che aveva raggiunto la serie B e che aveva battuto il Milan, sfiorando la promozione in A. Rino Santin, insomma, era un mito. Certo, lui aveva solo dodici anni e quelle gioie non le aveva vissute in prima persona. Era troppo piccolo, non poteva ricordarselo. Ma il padre, tifosissimo degli aquilotti, tante volte, prima di metterlo a letto, gli aveva raccontato le imprese dei biancoblù in giro per lo stivale. Marco si era fatto aiutare dal papà per preparare l’intervista. Aveva scritto le domande su un block notes, come un vero cronista, e le aveva ripetute nella sua mente per tutta la notte, sperando in cuor suo che il mister l’indomani gli avrebbe detto di sì. Ora stava per vivere davvero quel momento. Fece la doccia velocemente, si vestì, prese la borsa e aspettò Santin all’uscita degli spogliatoi. Il mister arrivò dopo una decina di minuti.
– Vieni Marco, sediamoci qui vicino al bar. Dimmi pure…
Il campetto della Scuola Calcio Rino Santin, situato nella frazione Annunziata di Cava de’ Tirreni, era piccolo ma accogliente. Prima di cominciare la chiacchierata Marco chiuse gli occhi, e immaginò di essere Sandro Ciotti o Enrico Ameri negli spogliatoi di San Siro. Trattenne il fiato per un attimo, poi cominciò.
– Come mai siete venuto a vivere a Cava? Mio padre mi ha detto che siete nato a Rovigno, in Istria, e che siete arrivato qui dopo la guerra…
Il mister non si aspettava una domanda del genere. Fu preso quasi in contropiede, pensava di parlare solamente di calcio. Rimase qualche istante in silenzio.
– Sai dove si trova l’Istria?
Marco arrossì nuovamente scuotendo il capo.
– Non lo sai, vero? Immaginavo… L’Istria è una piccola penisola che si affaccia sul Mare Adriatico, oggi appartiene alla Jugoslavia, ma una volta era italiana. Rovigno è un paese di pescatori molto bello e accogliente. Io ero molto contento di vivere lì con la mia famiglia. Avevo tanti amici, non me ne sarei andato per nulla al mondo. Poi scoppiò la guerra e Rovigno fu occupata dai nazisti. Si organizzò la resistenza, ma la convivenza con i tedeschi non fu sempre dura. Dopo l’armistizio, quando arrivarono le truppe slave di Tito, pensavamo di essere stati liberati, ed invece cominciò la caccia all’italiano. Rovigno e l’Istria dovevano diventare slave, non c’era più posto per noi. Decidemmo così a malincuore di lasciare la nostra casa per evitare guai peggiori. Mio padre raggiunse la sorella a Salerno. Io, mia mamma, mio fratello, mia sorella e mia nonna prendemmo un treno di notte e viaggiammo per cinque giorni per raggiungerlo da mia zia. Quando arrivammo a Salerno, mio padre però non c’era più. Aveva trovato un impiego: si era imbarcato su una nave a Napoli e aveva cominciato a lavorare su un piroscafo che faceva rotta da Genova a New York. Lo riabbracciai dopo un anno. Noi, nel frattempo, ci eravamo stabiliti qui a Cava.
– Perché proprio Cava?
– A Rovigno mia madre lavorava nella Manifattura Tabacchi del Monopolio italiano. Quella Manifattura era una delle più grandi d’Italia, seconda per importanza solo a quella di Bologna. Quando ci trasferimmo a Salerno, mia zia e mio zio consigliarono a mia mamma di presentarsi alla Manifattura di Cava per chiedere lavoro. Ricordo ancora la prima volta che venimmo a Cava. Erano le otto del mattino, mamma ci lasciò con mia nonna su una panchina di ferro della Villa Comunale dove rimanemmo fino alle quattro del pomeriggio. Io trovai subito il modo di familiarizzare con dei ragazzini che stavano giocando a calcio con una palla di gomma. Era il 1947, all’epoca avevo quattordici anni e andavo già matto per il calcio, proprio come te. A Rovigno giocavamo in strada e all’oratorio della Chiesa di Sant’Eufemia. Grazie al pallone cominciai a fare nuove amicizie. Non appena mia madre iniziò a lavorare stabilmente alla Manifattura, lasciammo casa di mia zia a Salerno e ci trasferimmo a Cava. Per un paio di settimane ci appoggiammo al campo profughi che era stato allestito dove oggi sorge Villa Alba. Poi andammo ad abitare ai Pianesi. Lì, con i ragazzi del quartiere, formammo una squadretta con la quale andavamo a giocare di rione in rione. Io ero uno dei più piccoli, non capivo bene il dialetto e tutti mi conoscevano come “’o profugo”. Sai come si chiamava questa squadretta? “Aquilotti”. Forse era un segno del destino…
Marco ascoltava rapito il racconto del mister. Di tanto in tanto prendeva appunti sul block notes, cercando di annotare le cose più importanti, come un vero giornalista.
– Come siete diventato un giocatore della Cavese?
– Un ragazzo più grande di me, Mario Matonti, mi vide giocare a San Francesco e mi propose di andare a fare un provino con la Cavese. Avevo sedici anni. Inizialmente fui aggregato ai boys. Poi passai in prima squadra dove mi volle l’allenatore Renato Del Moro che mi trattò come un figlio. Dopo quasi tre anni con la Cavese passai alla Casertana e di lì feci il salto di qualità perché fui ingaggiato dalla Spal che militava in serie A. Mio padre, nel frattempo, continuava ad essere imbarcato sulle navi. Pensa che quando esordii in serie A lui non riuscì a venire allo stadio. In quel momento si trovava ormeggiato nella baia di Buenos Aires e, a malapena, sentì uno spezzone della partita alla radio. Mio padre non si è mai risparmiato. Per questo, con i primi guadagni da calciatore professionista, comprai una tabaccheria per metterla a disposizione della mia famiglia. Era un modo per ripagare i sacrifici di mio padre.
– In che ruolo giocavate?
– Ero un interno di centrocampo. Ero abbastanza gracile e infatti Renato Del Moro e Antonio Nonis, due allenatori della Cavese degli anni Cinquanta ai quali sono molto legato, mi facevano lavorare sodo. Dicevano che dovevo mettere su qualche chilo per irrobustirmi. Grazie a Del Moro ho imparato la tecnica, l’amore per il calcio e il rispetto dell’avversario. Nonis invece mi ha insegnato che senza la fatica e il sacrificio nella vita non si va da nessuna parte. Giocando da interno, a Caserta, realizzai una quindicina di reti. Fu così che mi notò il presidente della Spal Paolo Mazza che mi strappò alla Lazio. Giocai quattordici partite con la Spal, poi accettai la corte della Fedit Roma che mi fece un’ottima proposta e tornai in serie C. Nel frattempo mi sposai e misi su famiglia. Giocai ancora qualche anno con la Salernitana, la Nocerina, il Savoia e la Sessana e alla fine degli anni sessanta cominciai la carriera di allenatore.
– Avete allenato in città importanti, ma a Cava siete entrato nel cuore di tutti portando la Cavese in serie B…
– Quando nell’estate del 1980 divenni allenatore della Cavese, nessuno si aspettava che saremmo riusciti a vincere il campionato. La squadra era stata costruita con pochi soldi, fu un autentico trionfo. Partimmo subito forte, poi a novembre ci fu il terremoto e fu un colpo tremendo per tutti. Quel giorno, il 23 novembre, avevamo pareggiato a Nocera. Non fu facile tornare alla vita normale. Le scosse continuarono per diversi mesi, i ragazzi erano spaventati, ma le avversità fortificano e noi facemmo gruppo, diventando una cosa sola con la gente di Cava. La festa dopo la vittoria con il Cosenza sul neutro di Frosinone fu indimenticabile.
– Per non parlare della festa dopo la partita con il Milan…
– Quello è stato il momento più bello della serie B e forse della mia vita. A San Siro ci siamo tolti una soddisfazione immensa. Vedere Gregorio, Pidone, Cupini, Guerini lottare come leoni senza paura al cospetto di Baresi, Tassotti, Evani, Jordan, ancora oggi mi riempie di orgoglio. Facemmo una partita perfetta, mi vengono i brividi se ripenso a cosa accadde negli spogliatoi e quando rientrammo a Cava. Potevamo andare in serie A, ma non ci siamo riusciti. Forse non eravamo pronti, probabilmente non lo meritavamo.
– A proposito di promozione… Mister, riusciremo a superare il Siracusa? Torneremo in C/1 quest’anno?
Santin accarezzò Marco dolcemente, passandogli una mano tra i capelli ancora umidi.
– Ci proveremo fino alla fine, anche se non sarà facile. Ricordati una cosa, però. Nello sport bisogna accettare il risultato del campo e stringere la mano all’avversario, qualunque cosa accada. L’importante è dare il massimo e impegnarsi seriamente negli allenamenti, lavorare in settimana per avere la coscienza a posto la domenica. E’ quello che ripeto anche a voi su questo piccolo campetto, giusto? La vita spesso riserva delle sorprese. Io non sarei mai andato via da Rovigno, e invece mi sono ritrovato improvvisamente a migliaia di chilometri di distanza dal mio paese. Cava mi ha accolto ed è la mia seconda casa, ma non bisogna mai dimenticare le origini. Non so se farai il calciatore da grande, per ora pensa innanzitutto a studiare. Allenati con impegno, ma non trascurare mai lo studio. Il lavoro paga sempre, ricordatelo Marco. Ora andiamo che si è fatto tardi, dai…
Marco abbracciò il mister per esprimergli la sua gratitudine per il tempo che gli aveva dedicato.
– Grazie… – gli disse con un filo di voce.
Santin si accorse che aveva gli occhi lucidi.
– Scrivi bene questo articolo, mi raccomando. Poi voglio leggerlo, ci tengo. Dopo che lo hai consegnato alla professoressa a scuola, portamene una copia! A domani…
Il mister e il suo giovane allievo si salutarono affettuosamente. Santin si infilò in macchina per tornare a casa. Marco si fermò alla fermata dell’autobus per aspettare il suo papà che di lì a poco sarebbe passato a prenderlo. Non vedeva l’ora di raccontargli tutto, non avrebbe dimenticato facilmente quella chiacchierata. Santin gli aveva aperto il suo mondo, aveva condiviso con lui ricordi, sofferenze, gioie e dolori. Lo aveva fatto con la massima naturalezza, lo aveva messo a suo agio, proprio come quando spiegava un movimento o uno schema sul campetto dell’Annunziata. Era questa la dote principale del mister. Non metteva soggezione, sembrava uno di famiglia.
Oggi Marco ha quarant’anni. Non ha fatto né il calciatore, né il giornalista. Lavora in banca, ha una bella moglie, due figli e gioca ancora a calcetto con gli amici. Rino Santin da meno di un anno non c’è più. La sua Cavese, al termine del campionato 1988/89, non riuscì a centrare per un soffio la promozione, chiudendo al terzo posto, ad un solo punto dal Siracusa. Fino a poco tempo fa Marco incontrava ancora Santin sotto i portici o alla Maddalena, quando andava a correre alla buon’ora la domenica mattina. Tutte le volte che entra al Lamberti per seguire gli aquilotti il primo pensiero va a lui, al suo vecchio mister. Che da lassù, seduto su una nuvola, osserva la Cavese accarezzandosi i baffi brizzolati, proprio come faceva in panchina. O almeno ci piace immaginarlo così. Fabrizio Prisco

vignetta di Franco Avallone

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OGGI POMERIGGIO AL LAMBERTI LA RIPRESA DEGLI ALLENAMENTI

Torna ad allenarsi oggi pomeriggio la squadra al Lamberti ore 16:30: martedì turno di riposo in campionato.

Il programma settimanale degli allenamenti, stilato da mister Modica prevede, doppia seduta domani, mercoledi seduta pomeridiana, giovedi altra doppia seduta e venerdì rifinitura (porte chiuse) prima della partenza per la trasferta di Rieti.

 

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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