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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: CLAUDIO DE ROSA, LA BANDIERA

Le oltre 200 presenze, di cui 197 in campionato, e i 100 gol tondi tondi realizzati, collocano di fatto Claudio De Rosa nella storia della Cavese. L’attaccante, che il 13 novembre scorso ha compiuto 37 anni, è alla nona stagione in biancoblù. Claudio è il fratello di Dino e Paolo De Rosa: entrambi facevano parte della compagine di Eziolino Capuano che vinse il Campionato Nazional Dilettanti nella stagione 1996/97. Dino era un centrocampista dai piedi sopraffini; Paolo un terzino vecchio stampo che si affacciava in prima squadra dalle giovanili, e che ebbe l’onore di aprire le marcature in quel Terracina-Cavese 1-4, ultima giornata, che sancì il ritorno in C/2. Quando il 4 maggio 1997 Dino e Paolo festeggiano la promozione al “Mario Colavolpe”, Claudio ha 16 anni ed è una promessa. Cresciuto nello Sporting Club sotto la guida di Gerardo Grottola e Michele Lamberti, Claudio finisce alla Battipagliese del diesse Angelo Belmonte. Fa tutta la trafila negli allievi di Crescenzo Scungio, poi Antonio Merolla lo inserisce stabilmente in prima squadra. E’ il 1999/2000 e siamo in C/2. L’anno dopo Claudio si ritrova a vestire la maglia della Cavese. E’ un periodo molto tormentato, con esoneri a ripetizione e cambi societari. A fine dicembre Gino Montella e Angelo Belmonte lasciano il club nelle mani di Antonio Della Monica. In panchina da inizio campionato si alternano Salvatore Esposito, Antonio Merolla, Pasquale Casale e Sergio Di Palma. La Cavese retrocede in serie D dopo un drammatico spareggio con il Sant’Anastasia. Il 29 maggio 2001 gli aquilotti non vanno al di là di un deludente 0-0. Nel ritorno il 3 giugno, sul neutro di Torre Annunziata, Marzano sigla il gol della salvezza a dodici minuti dal termine. Claudio ha la palla del 2-0, potrebbe chiudere i giochi, ma davanti a Morrone sbaglia clamorosamente. E così, come spesso accade nel calcio, arriva la beffa: Sgambati, all’ultimo istante, in acrobazia pesca il jolly e ci manda all’inferno. Per Claudio, che non ha ancora compiuto venti anni, la delusione è tremenda. L’intervista comincia proprio da qui. E ci conduce fino ai giorni nostri, tra gol, gioie, infortuni, cadute e rinascite di colui che a tutti gli effetti può essere considerato l’ultima bandiera della nostra squadra del cuore.
‹‹Sai quante notti non ho dormito ripensando a quell’azione – esordisce ridendo Claudio De Rosa – feci tutto il campo e arrivai davanti a Morrone convinto di fare gol. Calciai di sinistro, ma la palla uscì fuori di un soffio. Oggi, se potessi tornare indietro, calcerei col destro, il mio piede preferito. Scartare il portiere? Non credo. In quelle circostanze preferisco tirare di prima intenzione e prendere il tempo all’estremo difensore. Purtroppo quella volta mi andò male. Quando Sgambati pareggiò, ci cadde il mondo addosso. Piangevamo tutti, sia in campo che sugli spalti. Fortuna che poi la Cavese venne ripescata e riuscimmo ad evitare la retrocessione. Così la delusione venne addolcita.››
Per uno come te, cavajuolo purosangue, cresciuto a pane e Cavese, deve essere stato terribile…
‹‹Fu un’autentica mazzata. Mi sentivo responsabile e mi chiusi in me stesso. D’altra parte sono un introverso, è il mio modo di fare. Ce n’è voluto di tempo per dimenticare. Già allora per me questa maglia era come una seconda pelle. A casa mia tutti sono malati della Cavese e vanno allo stadio ancora oggi. Mio padre Franco giocava a calcio anche lui, e durante gli anni della B a via Filangieri organizzava i pullman per le trasferte. Anche mia mamma Adelaide, scomparsa una decina di anni fa, veniva alle partite. Sai perché mi chiamo Claudio, ad esempio? In onore di De Tommasi, il centravanti della Cavese di Santin che vinse il campionato di serie C/1 nel 1980/81. Per farti capire come la Cavese era importante a casa mia, ti racconto quest’altro aneddoto. Trasferta di Milano, quella storica di Milan-Cavese. Mio padre entra a San Siro e viene subito colpito dalla destrezza di un ragazzino che sta posizionando gli striscioni, a cavalcioni sul parapetto. Un amico gli fa: “Ma quello è tuo figlio Dino…”. “Impossibile – risponde lui – Dino è a casa”. Era veramente mio fratello Dino, che si era infilato di nascosto su un pullman ed era andato a Milano senza dire niente a nessuno.››
Dopo lo spareggio col Sant’Anastasia vai alla Nocerina per sei mesi in C/1, poi a gennaio il ritorno alla Cavese. E’ un altro anno tormentato, con gli aquilotti in lotta per non retrocedere e con il valzer in panchina tra Vittorio Belotti e Mario Russo. Stavolta lo spareggio con il Nardò si conclude positivamente, ma la retrocessione viene sancita dalla giustizia sportiva, in seguito ad un presunto tentativo di corruzione.
‹‹A Nocera l’ambiente era elettrico. La squadra era forte, ma non girava, né con Piero Cucchi né con gli allenatori successivi, nonostante i vari Avallone, Belmonte, Barbera, Langella, Pilleddu. Io viaggiavo con Enzo Criscuolo, fu lui la mia chioccia in quel periodo. Mi dava tantissimi consigli, a Nocera come a Cava ancora oggi è un’istituzione. A gennaio insieme con Gerardo Alfano passammo alla Cavese. Dopo l’esonero di Russo e il ritorno di Belotti ci rimettemmo in carreggiata e ci salvammo ai play out col Nardò. Poi sappiamo tutti come andò a finire. Quando arrivò la sentenza eravamo in ritiro con il nuovo allenatore Massimo Silva. L’organico messo su dalla società era veramente forte. Purtroppo fu tutto inutile perché dalla sera alla mattina ci ritrovammo senza squadra e senza contratto››
A ventun anni De Rosa viene così ingaggiato dal Foggia. Può essere il grande salto. In panchina c’è Pasquale Marino. La piazza è stimolante. I satanelli vincono il campionato di C/2 e vengono promossi in C/1. Claudio però totalizza solo 7 presenze. Anche l’anno dopo in C/1 gioca pochissimo. Come mai?
‹‹Oggi col senno del poi posso tranquillamente affermare che se avessi fatto una vita più ordinata fuori dal campo, dando maggiore peso all’alimentazione e agli orari, forse a Foggia sarebbe andata diversamente. Molti dicono che per sfondare nel calcio bisogna saper prendere i treni giusti, ed hanno ragione. Non sempre si ha la testa e la maturità per capirlo. Con il tempo ho imparato a gestirmi e oggi faccio una vita molto più riservata. Se sono tornato a 37 anni in C è solo perché ho capito e ho fatto tesoro degli errori commessi in quegli anni. Il calcio poi è tremendo, può cambiare tutto nel giro di un anno. Ai ragazzi più giovani racconto sempre questi due episodi. Nel 2001, subito dopo lo spareggio con il Sant’Anastasia, incontro con mio padre a Cava, al Bar Fer, Spillo Altobelli, l’ex centravanti dell’Inter che mi vuole prendere in procura. Non se ne fa nulla, perché faccio altre scelte. Ma chissà invece se avessi accettato cosa sarebbe potuto accadere. Tra il 2010 e il 2011, invece, Tonino Simonetti mi vuole portare a Sarno da mister Squillante, ma non mi possono dare più di 500 euro al mese. Io ringrazio e rifiuto con educazione, non è questione di soldi, ma non sono convinto. L’anno dopo Simonetti è al Savoia e mi chiama per portarmi a Torre. Mi dice: fai tu il prezzo, basta che vieni. Ti rendi conto come le situazioni si capovolgono quando meno te l’aspetti? L’importante in questo mondo è saper mantenere i rapporti e avere rispetto per tutti, perché prima o poi, se ti fai trovare pronto, il treno passa sempre.››
Già, il treno. Dopo Foggia forse Claudio pensa di averlo perso definitivamente il “suo” treno. Scende tra i dilettanti e non riesce più a risalire. Acerrana, Terzigno, pensa addirittura di smettere. Non è un bel momento. Poi arriva il Savoia e Claudio De Rosa inizia ad essere un giocatore che fa la differenza almeno in serie D.
‹‹Sì, è vero, tra Acerrana e Terzigno dove ho giocato con mio fratello Paolo, sono andato in crisi e ho anche pensato di appendere le scarpette al chiodo. Non avevo quasi più stimoli. Poi a Torre Annunziata con Paolo Anastasio prima e Massimo Agovino dopo, giocando da esterno, ho ritrovato la voglia di correre e divertirmi. E’ da lì che sono ripartito e non mi sono più fermato.››
Col Savoia dal 2006 al 2009, in tre anni, Claudio colleziona 75 presenze, condite da 20 gol. A questo punto Citarella lo riporta tra i professionisti e lo tessera con la Nocerina appena ripescata in C/2. Seguono un paio di annate in chiaro scuro, le parentesi di Vico Equense e Monte di Procida. E poi il ritorno a Cava in Eccellenza, con la maglia del Città de la Cava. E l’inizio di una lunga e bellissima favola. Il ragazzo che aveva sbagliato quel gol clamoroso nello spareggio con il Sant’Anastasia torna da uomo, e diviene l’idolo indiscusso della sua città. Arriva in punta di piedi, e diventa “Re” Claudio, proprio come De Tommasi.
‹‹Raffaele Paolillo cominciò a chiamarmi così, ma non sapeva della passione di mio padre per De Tommasi. Pensa che qualche anno dopo Luigi Rinaldi si è fatto un tatuaggio sul polpaccio con una scarpetta dell’Adidas e la scritta “Re 10” in mio onore. Eppure l’avventura al Città de la Cava iniziò in modo casuale. Mi tesserarono per farmi un piacere, perché dovevo liberarmi per ottenere la lista successivamente, e cominciai ad allenarmi. Poi però il mister Pietropinto mi chiese se poteva convocarmi e una volta entrato stabilmente in formazione, non sono più uscito dal campo. Quell’anno, in estate, la Cavese era fallita e la piazza era divisa. La gente ci seguiva con scarso entusiasmo, ma la società era integralmente composta da cavesi e, pur partendo in ritardo e tra mille difficoltà, abbiamo fatto un autentico miracolo, conquistando la promozione ai play off. L’Agropoli era più forte e vinse la regular season. Noi facemmo degli spareggi straordinari, eliminando prima la Palmese e il Montecorvino Rovella nella fase regionale, e poi l’Audace Cerignola e l’Akragas nella fase nazionale. Se ripenso ancora alla finale di Agrigento mi vengono i brividi…››
In effetti l’impresa del Città de la Cava, che il 17 giugno 2012 espugna per 1-0 lo stadio “Esseneto” di Agrigento, fu qualcosa di eccezionale.
‹‹La finale di andata a Cava, quattro giorni prima, era finita 2-2. Io avevo segnato il 2-1 su rigore, poi a sei minuti dalla fine Guastella aveva pareggiato e loro si sentivano con un piede in serie D. Inutile dire che in Sicilia dovevamo essere noi le vittime sacrificali perché a loro bastava il pareggio. Mio fratello Dino che vive da diversi anni ad Agrigento, dove ha giocato e gestisce una scuola calcio, mi aveva detto che erano sicuri di avere la promozione in tasca. Noi eravamo soli, l’Akragas aveva uno stadio pieno dalla sua, quasi 5000 persone che facevano un baccano infernale. Il primo tempo è scivolato via senza sussulti. Nella ripresa però i cambi di Pietropinto hanno fatto la differenza. Non abbiamo mai rinunciato a fare la partita e ad un quarto d’ora dalla fine siamo stati premiati: Balzamo è stato atterrato in area e l’arbitro ha indicato il dischetto. Lo stadio è ammutolito, ma il rigore era nettissimo, il direttore di gara non poteva non fischiarlo. Io avevo già segnato dagli undici metri all’andata. Mi sono ritrovato nuovamente davanti al loro portiere Casella, stavolta sotto la curva dei tifosi locali. Sono stati attimi interminabili. Mi è passata tutta la vita davanti, anche l’errore con il Sant’Anastasia. Il Città de la Cava non era la Cavese, ma dopo il fallimento degli aquilotti potevamo restituire almeno la serie D alla città e ci tenevamo da morire. Rispetto al penalty dell’andata ho cambiato angolo e Casella non ci è arrivato. Una volta in vantaggio, per i restanti minuti abbiamo sofferto tantissimo, ma al triplice fischio dell’arbitro è stata l’apoteosi. Loro piangevano, noi eravamo impazziti di gioia, ma lo stadio ci ha applaudito con grande sportività e anche negli spogliatoi il presidente dell’Akragas ci ha offerto i pasticcini e lo spumante che avevano preparato per la festa promozione. Ci ha fatto i complimenti e ci ha detto: “Almeno festeggiate voi, l’avete meritato”. E’ stato bellissimo.››
Nell’estate del 2012 i soci del Città de la Cava per motivi economici si fanno da parte. Con il passaggio simbolico del gagliardetto tra il neo presidente Gino Montella e l’amministratore unico della vecchia Cavese Michele Sica, il Città de la Cava, sorto con l’acquisizione del titolo della Vis San Giorgio, cambia denominazione. Si fonde con l’Aquilotto Cavese, acquisisce i beni immateriali e il marchio della società fallita, e il club assume il nome di USD Pro Cavese. La gente torna allo stadio, ma i risultati sono altalenanti e le crisi e i ribaltoni dirigenziali sono dietro l’angolo. Fino al mese di luglio del 2015, quando Domenico Campitiello rileva l’intero pacchetto azionario, sono stagioni di autentica sofferenza. Claudio De Rosa è il capitano, il leader indiscusso in campo, il portavoce della squadra e della tifoseria. A lui ci si aggrappa sperando in un futuro migliore. In tre anni gioca 94 partite e segna 70 gol. Per due volte è capocannoniere del girone.
‹‹Prima dell’avvento di Campitiello ne abbiamo viste di cotte e di crude. Io ho sempre dovuto fare da intermediario con chi si è succeduto alla guida della squadra, e ho cercato sempre di fare il bene dei miei compagni e della squadra, interfacciandomi con i vari Montella, Giugliano, Manna, Tanimi, Monorchio e Vertolomo. Sicuramente la Cavese più bella è stata quella di Agovino del 2014/2015. Con lui già a Torre si era creato un ottimo rapporto. Abbiamo fatto il mercato a telefono dal mio terrazzo io, il mister e Daniele Flammia. Avevamo un grande gruppo. Se non avessimo avuto i 7 punti di penalizzazione e se non avessimo avuto i problemi societari probabilmente avremmo potuto vincere il campionato. Sono stato costretto a saltare anche le ultime quattro partite per la squalifica che la Federazione mi aveva assegnato per quello che era accaduto un anno prima contro il Licata. Ricordi la partita che vincemmo 19-5 contro una banda di ragazzini? Era il 4 maggio del 2014. Chietti si era dimesso, io da capitano firmai la distinta, ma secondo la Federazione avrei dovuto avvisarli. Eravamo allo sbando, senza soldi e senza società. Ho fatto 9 gol in un clima surreale, poi me l’hanno fatta pagare a distanza di un anno.››
In quel triennio caotico De Rosa, sempre all’“Esseneto” di Agrigento, scrive un’altra pagina memorabile. E’ il 9 febbraio del 2014: la Cavese, in dieci e sotto di due reti, vince ad Agrigento per 3-2 e Claudio realizza una fantastica tripletta.
‹‹Si vede che quello stadio mi porta bene, che ti devo dire. Perdevamo 2-0 e in dieci la partita sembrava finita. Ho segnato in contropiede prima il 2-1 e poi il 2-2 e siamo andati al riposo in parità. Nella ripresa loro hanno continuato ad attaccare, ma io su punizione sono riuscito a battere per la terza volta il portiere e abbiamo conquistato una splendida vittoria. Ancora una volta siamo usciti dal campo tra gli applausi. In quel periodo ricordo con piacere e un pizzico di commozione anche la doppietta al Palazzolo del 17 febbraio 2013, nel giorno del compleanno di mia madre scomparsa qualche anno prima.››
Con l’arrivo di Campitiello, nella stagione 2015/2016, la Cavese sembra ritrovare la stabilità societaria e si candida come una delle favorite per la promozione. Claudio non ha più lo sprint e lo scatto dei primi anni, ma indossa la fascia di capitano ed è al centro del progetto. Con il nuovo allenatore Emilio Longo instaura un buon rapporto. Il 13 dicembre 2015 contro la Vibonese la Cavese vince 2-1. Claudio segna, poi si infortuna ed esce dopo 37 minuti. A fine partita viene immortalato a fare festa sui ferri della Curva Sud insieme con i tifosi. La foto diventa virale e fa il giro del web.
‹‹Mi sono fatto male, l’arbitro non mi ha fatto sedere in panchina e mi sono messo a vedere la partita nei distinti. Poi sono finito in curva e a fine partita mi sono ritrovato sulle inferriate. E’ stato quasi naturale. Ci tenevamo a vincere il campionato, purtroppo il Siracusa era più attrezzato di noi e alla lunga i valori sono venuti fuori. La piazza probabilmente non ha mai legato con Longo, ma io posso parlare solo bene di lui. Quando andavamo agli allenamenti ci faceva trovare tutto pronto, fogli e tabelle che ci spiegavano cosa dovevamo fare e perché lo dovevamo fare. Certamente non era facile per lui avere rapporti con Campitiello, il presidente aveva un carattere molto forte. E dopo il suo esonero le cose non sono migliorate affatto.››
Con l’arrivo di Papagni la squadra si scuote, ma poi la sconfitta casalinga col Rende fa precipitare le cose. Longo viene richiamato e la Cavese vince i play off. Nella finale di Frattamaggiore gli aquilotti compiono una bella impresa, che sembra spalancare le porte della serie C.
‹‹Con il Rende abbiamo perso malissimo, eravamo svuotati. Papagni aveva perso la bussola. A Longo ho detto: “Mister torna che vinciamo i play off”. E così è stato. In finale con la Frattese sono arrivato infortunato, per colpa di una lesione al collaterale non giocavo da un mese. Ho chiesto al mister di portarmi in panchina, prima della partita mi sono fatto fare un’infiltrazione e ho stretto i denti. Sono entrato al 20’ della ripresa al posto di Varriale, sul punteggio di 1-0 per loro, mi sono messo in attacco per cercare di fare qualcosa, ma stavo malissimo. Quando Ausiello ha pareggiato a due minuti dalla fine e siamo andati ai supplementari, ho pensato: “C’è un’altra mezz’ora da giocare, e ora come faccio?”. Poi l’adrenalina ti fa dimenticare tutto e ti concentri solo sulla gara. Abbiamo vinto 3-2 e negli spogliatoi, come ad Agrigento, è stata una bella festa.››
In estate il mancato ripescaggio rovina però definitivamente i rapporti tra Campitiello e la tifoseria. A Claudio, a sorpresa, non viene rinnovato il contratto. Dopo cinque splendide stagioni, compreso l’anno del Città de la Cava, De Rosa lascia la maglia biancoblù e torna al Savoia. Prima di andare via, scrive una lettera ai tifosi per ringraziarli dell’affetto e degli attestati di stima ricevuti.
‹‹Mi è sembrato doveroso, dopo tutto quello che avevo dato e ricevuto, salutare i tifosi con quella lettera. Campitiello mi ha sempre detto che voleva puntare ancora su di me, poi tre giorni dopo la finale di Frattamaggiore mi ha fatto capire di aver cambiato idea. Ci sono rimasto male, ovvio. Poi ho capito che bisognava andare avanti, anche se il mio sogno era quello di chiudere la carriera a Cava e di ritornare in C con questa maglia. Si è fatto avanti il Savoia e ho accettato, anche se ho dovuto ricominciare dall’Eccellenza.››
A Torre Annunziata De Rosa torna nella piazza dove era esploso dieci anni prima e si mette agli ordini di Fabiano con l’entusiasmo di un ragazzino. Purtroppo l’11 dicembre, contro la Sessana, un intervento killer di Marino lo costringe ad uscire dopo neanche un quarto d’ora. La diagnosi è impietosa: rottura del crociato e problemi al collaterale. Claudio finisce sotto i ferri. A 35 anni sembra vicino ai titoli di coda. E invece l’attaccante piano piano recupera e a febbraio gradualmente si rimette a disposizione della squadra. Tanto che l’estate successiva viene acquistato dall’Ebolitana e risale in serie D. Mette in fila 15 presenze e sigla 7 reti. A dicembre, quando nessuno se l’aspetta, arriva una telefonata da Cava. E’ il nuovo patron della Cavese Massimiliano Santoriello che lo rivuole in biancoblù. Campitiello in estate ha passato la mano. La storia ricomincia proprio dove si era interrotta.
‹‹Conosco bene Massimiliano Santoriello, è lo sponsor del campus estivo che faccio a Pregiato con i miei ragazzi, tra di noi c’è una grande stima. A dire la verità, prima che lasciasse la società, mi aveva contattato di nuovo anche Campitiello e mi aveva comunicato di essere pronto a ripartire per il terzo anno di fila, chiedendomi se ero disponibile ad una nuova avventura. Poi c’è stata l’acquisizione del club da parte della cordata di imprenditori cavesi e inizialmente non se n’è fatto nulla. Così sono andato all’Ebolitana. Ma quando mi ha chiamato Santoriello, non ho potuto dire di no. Mi ha detto che voleva uno di Cava all’interno dello spogliatoio, uno di esperienza per dare una mano e ho risposto presente. Mi hanno fatto molto male le voci messe in giro da qualcuno che io avrei potuto rovinare l’equilibrio del gruppo. Non è mio costume, e non l’avrei mai fatto a Cava, nella mia città. Sono entrato in punta di piedi, Bitetto lo ha capito e non ho avuto nessun problema con i compagni. Il mister mi ha mandato in campo subito a Potenza, poi ho dato il mio contributo: quando c’è stato bisogno di me, non mi sono tirato indietro. Al termine di una lunga rincorsa non siamo riusciti a superare il Potenza, ma abbiamo vinto i play off e ci siamo guadagnati sul campo la promozione attraverso la scorciatoia del ripescaggio. Che stavolta è arrivato puntuale, senza sorprese.››
Il 15 aprile 2018, nel dodicesimo anniversario della promozione in C/1 e della scomparsa di Catello Mari, contro lo Sporting Fulgor Molfetta, la Cavese vince 4-1 e Claudio De Rosa segna su rigore il suo centesimo gol in campionato con la maglia biancoblù. E’ un traguardo storico. E’ un’altra giornata da ricordare.
‹‹A Cava ho sempre giocato indossando la maglia numero dieci. Ho segnato il primo gol sotto la Sud con la maglia numero undici e ho realizzato il centesimo gol sotto la Sud e sempre con la maglia numero undici, nel giorno del ricordo di Catello Mari. Come fai a dire che non esiste il destino?››
Nell’anno del Centenario la Cavese si è affidata al duo Pavone-Modica per centrare una tranquilla salvezza. La squadra, partita dopo partita, sta trovando la sua quadratura. Con Modica si lavora sodo e Claudio, fin dal ritiro, con grande umiltà, ha sposato in pieno la filosofia del nuovo mister.
‹‹Non sono mai stato così in forma. Sono partito per il ritiro di Serino che pesavo 86 kg e sono sceso che pesavo 79,5 kg. Pavone ha detto a me e a Favasuli, i vecchietti del gruppo, di non strafare, ma di seguire gli allenamenti del mister perché alla fine avrebbero pagato, e aveva ragione. Il direttore è sempre presente allo stadio ed è un punto di riferimento importante per tutti noi. Credo che la squadra non abbia espresso tutto il suo potenziale e credo che molti ragazzi abbiano ancora margini di miglioramento. La salvezza è alla nostra portata. Una volta raggiunto l’obiettivo, ci possiamo divertire.››
Quali sono i progetti di De Rosa per il futuro? Come si vede “Re Claudio” di qui a qualche anno? Allenatore o dirigente della Cavese, con un incarico alla Totti?
‹‹Quattro anni fa ho preso il patentino di allenatore, e potrei già sedere su una panchina di D o fare il secondo in C, ma non è al momento nei miei pensieri. Tra qualche anno mi vedrei più come dirigente, con un ruolo di raccordo tra la squadra e la società. Tra l’altro è quello che ho sempre fatto da Capitano. Sicuramente voglio chiudere la carriera a Cava. Poi si vedrà. Per ora finché mi diverto e sto bene non ci voglio pensare. Mi alleno, torno a casa, gioco con i miei cani, faccio una vita molto più equilibrata. Per me è un onore indossare questa maglia ed è un dovere rispettarla, proprio come recita lo slogan del quadro che abbiamo appeso negli spogliatoi. Quando un nuovo acquisto mette piede per la prima volta al Simonetta Lamberti, noi anziani facciamo fare un piccolo giro della struttura. L’altro giorno ho fatto vedere a Vono la dedica che Pino Daniele ha scritto sui muri del nostro stadio in segno di amicizia a Franco Troiano. Vono è rimasto senza parole. La stessa cosa accade tutte le volte che un giovane o un nuovo aquilotto mi chiede di Catello Mari, e vuole sapere tutto sulla sua leggenda e sul rito che portiamo a termine ogni volta sotto la Curva Sud. La storia di Cava, della Cavese e del Lamberti è fatta di grandi uomini. Il nostro compito è quello di non disperdere un enorme patrimonio di ricordi. Celebrare il Centenario significa questo e lo dobbiamo fare per le nuove generazioni. Magari il 2019 ci regalerà qualcosa di bello e di inaspettato. Sognare non costa nulla.››

Fabrizio Prisco

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