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INFO SETTORE OSPITI PER DOMENICA A LENTINI

Dopo la riunione GOS tenutasi nel pomeriggio di oggi, via libera per i tifosi biancoblu alla trasferta di domenica a Lentini per la sfida con la Sicula Leonzio ore 14:30.

I prezzi dei tagliandi del settore ospiti sono di 10€ + 1,5€ di prevendita (vendita fino alle 19:00 di sabato 2 febbraio) del circuito Vivaticket e potranno essere acquistati presso la TIPOGRAFIA TIRRENA in corso Mazzini, 87.

La vendita dei tagliandi per il settore ospiti è disponibile sul circuito www.vivaticket.it

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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UFFICIALE: SAINZ-MAZA È UN CALCIATORE DELLA CAVESE

La Cavese 1919 srl comunica di aver acquisito il diritto alle prestazioni sportive fino al 30 Giugno 2020, di Miguel Angel Sainz-Maza esterno d’attacco dalla Sicula Leonzio (20 presenze quest’anno).

Nato in Spagna a Santona nel 1993, è cresciuto nel Barcelona dove ha poi giocato nella squadra B, poi alla Reggina in B, tre anni a Foggia e protagonista della vittoria del campionato con Stroppa allenatore, Pisa e Pordenone sempre in Serie C.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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UFFICIALE: IL CENTRAVANTI MAGRASSI DAL RAVENNA

La Cavese 1919 srl comunica di aver acquisito il diritto alle prestazioni sportive dell’attaccante centrale a titolo temporaneo, di Andrea Magrassi dal Ravenna, ma diproprietà della Virtus Entella classe ’93.

Nato a Dolo (VE) cresciuto nel settore giovanile del Brescia, in Serie C con Portogruaro, Real Vicenza, Martina Franca, anche un’esperienza all’estero in Portogallo all’Olharense. Lo scorso anno al Matelica in D con 18 gol realizzati.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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UFFICIALE: IL DIFENSORE LORENZO FILIPPINI DALLA LAZIO

La Cavese 1919 srl comunica di aver acquisito il diritto alle prestazioni sportive a titolo temporaneo, del difensore esterno sinistro Lorenzo Filippini dalla SS Lazio.

Nato a Roma nel 1995 nel settore giovanile della Lazio e capitano della Primavera di Bollini Campione d’Italia, ha giocato in Serie B con Bari, Pro Vercelli, Virtus Entella e Pisa lo scorso anno (33 presenze ed  gol).

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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UFFICIALE: IL CENTROCAMPISTA PUGLIESE DALLA CARRARESE

La Cavese 1919 srl comunica di aver aquisito il diritto alle prestazioni sportive, a titolo temporaneo, del centrocampista Mario Pugliese dalla Carrarese (14 presenze quest’anno), di proprietà dell’Atalanta.

Classe 1996 il nuovo acquisto biancoblu è nato a San Giorgio a Cremano. Cresciuto nel settore giovanile della Dea dove ha esordito in prima squadra nella Tim Cup. Passato poi al Carpi in Serie B, all’Arezzo e Pro Piacenza in Serie C e di nuovo in Serie B con la maglia della Pro Vercelli. Sempre convocato nelle Nazionali: dall’Under 16 all’Under 19. 

Il nuovo aquilotto si è già aggregato ai nuovi compagni nella seduta di allenamento odierna.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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UFFICIALE: L’ESTERNO D’ATTACCO LA FERRARA

La Cavese 1919 srl comunica di aver acquisito il diritto alle prestazioni sportive a titolo definitivo, dell’esterno offensivo Cosimo Marco La Ferrara classe ’98.

Nato a Napoli per lui 7 anni di settore giovanile nel Milan con l’esordio in prima squadra con Montella in panchina. Passato poi al Varese e in questa prima parte di stagione al Rieti.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: L’IMPERATORE CLAUDIO DE TOMMASI

Ho fatto tantissime interviste nella mia vita. Ma ogni volta che sento Claudio De Tommasi, viene fuori sempre qualcosa di speciale. Anche se ha vestito la maglia della Cavese quasi quarant’anni fa, il ricordo delle sue prodezze che trascinarono gli aquilotti di Santin in serie B resta vivo nel cuore di tutti. Calciatore delizioso, dotato di classe sopraffina e capace di numeri d’alta scuola, De Tommasi ha incantato i tifosi metelliani per tre stagioni, dal 1979 al 1982, prima di essere ceduto al Bari. Ha giocato sia da ala che da trequartista a tutto campo, in appoggio del centravanti, ed è in questo ruolo che a Cava ha raccolto le soddisfazioni più grandi. Probabilmente avrebbe potuto compiere una carriera ancora più prestigiosa, se solo la sorte lo avesse voluto. Nel momento decisivo invece un infortunio e qualche scelta poco felice gli hanno tarpato le ali. Ma Claudio non ha rimpianti. Oggi vive a Santo Spirito, un quartiere di Bari, ha due figli, Alessia e Federico, e fa l’allenatore nel settore giovanile dell’Aurora. Non vuole sapere di lavorare con i grandi, preferisce mettere a disposizione dei bambini la sua esperienza. Nel calcio frenetico di oggi lui non c’entra nulla. Con De Tommasi facciamo un tuffo indietro nel tempo e ci immergiamo nel periodo più bello della Cavese. Ecco così che, rievocando uomini e gol, questo ragazzo di 61 anni, ancora legatissimo alla nostra città, torna ad emozionarsi come quando correva sotto i distinti dopo una rete. Sono sicuro che, leggendo le sue parole, farete fatica a trattenere la commozione. Durante la chiacchierata è capitato anche a me. Claudio, dall’alto della sua sensibilità, sa toccare le corde giuste. Allo stesso modo di come in campo accarezzava il pallone.
‹‹Sono passati tanti anni, ma mi sento ancora un Cavese come quando indossavo la maglia biancoblù – spiega l’attaccante pugliese – non so spiegare il motivo di questo legame e dell’enorme affetto che ho ricevuto e che ricevo tuttora quando pubblico una foto o un pensiero sulla mia pagina Facebook. Forse è perché scrivo e parlo con il cuore e sul terreno di gioco ho fatto sempre il mio dovere. A Cava sono stato troppo bene e sarò riconoscente in eterno alla gente metelliana che mi ha accolto e coccolato come un figlio.››
Prima di ricordare il triennio magico vissuto nella nostra valle, facciamo un passo indietro. Come nasce il Claudio De Tommasi calciatore?
‹‹Ho cominciato a giocare in una squadretta locale, la GS Gennaro Minafra di Bari. Fui segnalato alla Roma tramite il direttore del “Corriere dello Sport” Mario Gismondi che era amico del mio presidente. In questo modo venni aggregato alla primavera giallorossa, ma mi allenavo spesso con la prima squadra. Ho fatto due ritiri con la Roma di Liedholm, nel 75/76 a Brunico e nel 76/77 a Norcia. Vivevo a Ostia in un pensionato insieme a tutti i calciatori che non erano della Capitale e frequentavo l’Istituto Magistrale “Alfredo Oriani” in Piazza dell’Indipendenza, ad un tiro di schioppo dalla sede del “Corriere dello Sport” e dalla stazione Termini. E’ stato un periodo molto bello e, allo stesso tempo, molto frenetico. La mattina andavo a scuola, poi mangiavo un boccone alla stazione e correvo ad allenarmi al “Tre Fontane”. Erano gli anni del terrorismo e delle BR, Roma era blindata. Diciamo che la tensione in giro si avvertiva, era palpabile.››
Com’era il rapporto con Nils Liedholm?
‹‹Inesistente. Il Barone era un tipo particolare, stava molto sulle sue. Aveva una grande considerazione di sé ed era superstizioso. Chiedeva a tutti il segno zodiacale e consultava sempre l’oroscopo. Mi diceva che dovevo irrobustirmi e io arrivavo al campo mezz’ora prima per allenarmi con Francesco Rocca, il famoso “Kawasaki”, che doveva recuperare dall’infortunio al ginocchio. Il mister della Primavera, Antonio Trebiciani che era anche il secondo del tecnico svedese, mi faceva giocare dietro le punte Casaroli e Sella. Per due anni ho respirato l’aria della massima serie, ma non ho mai esordito in prima squadra. Dopo l’esame di maturità i direttori sportivi Moggi e Perinetti mi cedettero in prestito alla Salernitana. In questo modo mi mandarono a farmi le ossa in terza serie.››
A venti anni, così, il “riccetto” della primavera giallorossa arriva a Salerno nel 1977 e conosce la dura realtà della serie C. Il girone meridionale è durissimo e prevede diversi derby con squadre distanti soltanto pochi chilometri come Nocerina, Paganese e Pro Cavese, appena promossa dalla D. In campo e sugli spalti sono autentiche battaglie, ma in realtà molti calciatori fuori dal rettangolo di gioco diventano amici e si frequentano nel tempo libero.
‹‹È proprio così. Vivevamo a Marina di Vietri e di sera uscivamo insieme. E pazienza se uno giocava nella Salernitana, uno nella Cavese, un altro nella Nocerina o nella Paganese. In campo però nei derby non si scherzava. Se non vincevi, non potevi mettere il naso fuori dopo gli allenamenti per almeno una settimana. Ho cominciato a conoscere il calcio vero, le tensioni e il rispetto per chi era più grande di te. Si giocava molte volte per i premi partita e se non facevi bene i più anziani ti accusavano di non poter comprare il pane e il latte per i propri figli.››
A Salerno Claudio resta due anni. Gioca sulla fascia, da ala tornante, colleziona cinquanta presenze e realizza sei reti. La Salernitana vive due stagioni in chiaroscuro, cambia diversi allenatori, ma non entusiasma. Poi, nell’estate del 1979 granata e aquilotti imbastiscono un affare che fa gridare allo scandalo: alla Salernitana finiscono in un colpo solo Messina, Botteghi, De Biase, Ferrari e più tardi anche Moscon, praticamente mezza squadra. Lele Messina ha appena realizzato quindici reti con la maglia della Cavese ed è l’idolo dei tifosi. Un’operazione apparentemente senza senso, anche perché ai metelliani non viene girato il becco di un quattrino. Poi, a ritiro in corso, come parziale contropartita, arriva la notizia del passaggio in biancoblù del giovane talento De Tommasi. La trattativa viene condotta personalmente dal giudice Alfonso Lamberti, all’epoca dirigente della Cavese. Un’intuizione che farà le nostre fortune.
‹‹Ricordo perfettamente quei giorni. Ero in ritiro con la Salernitana quando lo stopper Mario Valeri mi disse che mi avevano ceduto in comproprietà alla Cavese. Faccio le valigie e prima di raggiungere i miei nuovi compagni passo negli uffici del Tribunale di Salerno dal giudice Lamberti che mi vuole parlare. Il magistrato era impegnato in un interrogatorio con due che aveva appena fatto arrestare. Pensa che erano entrambi con le manette ai polsi. Io mi sento in un grande imbarazzo. Lui mi fa passare, mi riceve senza problemi, e mi dice testuali parole: Caro Claudio, crediamo moltissimo in te. In bocca al lupo. Ti troverai bene con noi.››
E tu cosa fai?
‹‹Raggiungo la Cavese in ritiro e mi metto a disposizione di Corrado Viciani. Prima vado dal Capitano Paolo Braca che mi vuole conoscere. In camera finisco con Gaetano Longo, con il quale lego subito. I metodi di allenamento di Viciani sono molto duri, diversi da quelli che conoscevo. L’aspetto fisico è fondamentale, il mister non vuole che si butti mai la palla, anche se sulla storia del “gioco corto” molti ci hanno ricamato su. Viciani mi fa giocare ancora a centrocampo, sulla fascia, ma all’inizio i tifosi mi guardano con sospetto. In fondo, sai, venivo sempre dalla Salernitana. Poi quando abbiamo espugnato il “Vestuti” tutto è cambiato…››
Il 28 ottobre 1979, alla quinta giornata, la Cavese compie l’impresa: batte la Salernitana a casa sua, e vive un pomeriggio da incorniciare. Il primo tempo, che si chiude sullo 0-0, è un monologo granata. Poi, all’inizio della ripresa, Viciani si gioca la carta De Tommasi, al posto di Grassi, e l’attaccante segna il classico gol dell’ex. Il “Vestuti” ammutolisce. La Salernitana pareggia su rigore trasformato dall’altro ex Messina, ma a venti minuti dalla fine Enrico Viciani, il figlio del mister, timbra il 2-1 e regala una grandissima soddisfazione a tutto l’ambiente. A fine partita Claudio è lì ad esultare con i nuovi tifosi. È con questo gol che entra definitivamente nel cuore del popolo biancoblù. Cava impazzisce di gioia.
‹‹Avevo già vissuto il derby, anche se sull’altra sponda, ma quella partita è stata incredibile, emozionante, bellissima. Il Vestuti era stracolmo, loro pensavano di vincere il campionato ed erano sicuri di superarci. Il primo tempo ci hanno schiacciato, ma non sono riusciti a segnare. Nella ripresa Viciani mi getta nella mischia. Passano pochi minuti e Burla va via in contropiede. Io lo seguo, la palla mi arriva davanti alla porta e la butto dentro: gol! Se ho esultato? Certo che ho esultato. Il calcio di oggi non mi piace, è pieno di ipocrisia. Non capisco perché i calciatori non devono esultare dopo una rete alla loro ex squadra. Io quel giorno ero felice e l’ho mostrato al mondo intero. Anche se avevo giocato due anni a Salerno, vestivo la maglia della Cavese e mi sentivo aquilotto a tutti gli effetti. A fine partita è successo il finimondo: negli spogliatoi abbiamo festeggiato alla grande, ma siamo dovuti ritornare a Cava nei cellulari della polizia. Quando siamo arrivati davanti all’Hotel Maiorino abbiamo trovato ad attenderci una marea di tifosi. Ci hanno letteralmente sollevati in aria, uno per uno. Io, nella calca, ho perso il portafoglio con i documenti, la patente e la carta d’identità. Mi hanno restituito tutto il giorno dopo.››
Nonostante la vittoria di Salerno, la Cavese non vive una stagione da protagonista e chiude al decimo posto il suo terzo campionato di C/1. De Tommasi gioca 31 partite e realizza 6 reti. La stagione passa agli archivi e viene ricordata più che altro per le amichevoli con l’Italia di Bearzot e l’Olanda di Cruijff, prima dei Campionati Europei che si disputano a giugno nel nostro paese, e per la partecipazione al Torneo Anglo-Italiano.
‹‹Contro l’Italia non c’ero, ma giocai con l’Olanda. Erano dei marziani, sembrava corressero il doppio di noi, hai presente la playstation? Mi marcava Brandts che era uno scarpone, ma gli altri come Cruijff, Krol, Rensenbrink, erano dei fenomeni. L’Anglo-Italiano fu invece una sorta di gita. Giocammo a Cava e poi in Inghilterra su dei campi magnifici che però non avevano nemmeno gli spogliatoi. Infatti la doccia la facevamo in albergo. Ma facemmo delle splendide passeggiate nei parchi britannici.››
Il destino di De Tommasi è a un bivio, e Claudio ancora non lo sa. In estate, dopo tre stagioni, Corrado Viciani lascia la Cavese e sulla panchina metelliana si siede Rino Santin. Sarà la svolta per il club aquilotto e per l’attaccante barese. Tra il nuovo mister e il calciatore è amore a prima vista.
‹‹Santin mi telefonò immediatamente e volle parlare con me. Io ero al mare, ma mi fece sentire subito importante. Mi disse che voleva conoscermi e che aveva pensato ad un nuovo ruolo per me. Quando ci incontrammo, mi spiegò la sua idea di calcio. Snocciolò la formazione, poi, quando arrivò al reparto offensivo, mi guardò dritto negli occhi e mi disse: tu fai quello che vuoi. Mi si gelò il sangue nelle vene. Come fai quello che vuoi? Ho capito bene? Allora devo spaccare tutto, pensai dentro di me.››
Nella Cavese disegnata da Santin Alfredo Canzanese è la punta centrale, quella che prende le botte e apre i varchi. Alle sue spalle si inseriscono, a turno, Alessandro Turini e De Tommasi. Claudio giostra a tutto campo, parte da lontano e si infila centralmente tra le linee. I difensori avversari non lo prendono mai. Da fantasista il talento barese esplode definitivamente e va a segno per ben 17 volte, aggiudicandosi il titolo di capocannoniere. Sarà la sua annata più prolifica. Grazie alle prodezze di De Tommasi la Cavese vola in serie B.
‹‹Il segreto di quella squadra non fu Claudio De Tommasi. Rispetto alla gestione Viciani, ora avevamo un autentico padre di famiglia. Santin sapeva come prenderci, sapeva come motivarci e come essere duro quando era il caso. I dirigenti erano sempre presenti, sia allo stadio, sia allo Scapolatiello o alla Serra dove alloggiavamo e andavamo in ritiro. La squadra poi era fortissima. Era il giusto mix tra giovani desiderosi di ben figurare ed esperti che sapevano il fatto loro. Braca era un capitano perfetto: con lui ci si intendeva a meraviglia, bastava uno sguardo. Tutte le componenti remavano dalla stessa parte. Eravamo un gruppo eccezionale, al campo andavamo volentieri, eravamo sempre col sorriso sulle labbra.››
Chi era il giocherellone dello spogliatoio? Chi era la vittima preferita degli scherzi?
‹‹Guarda, scherzavamo in continuazione: spesso ridevamo fino a sentirci male. Tutti erano coinvolti. Che ne so, anche a tavola mettevamo gli stuzzicadenti sulle sedie o riempivamo i tovaglioli di formaggio grattugiato, in modo che quando qualcuno li prendeva per appoggiarli sulle gambe, si sporcava i pantaloni. Anche negli spogliatoi, in settimana era una risata continua. Bastava assistere ad una discussione tra il nostro magazziniere, Beniamino Pisapia, il massaggiatore, Antonio Imperato, e il mitico capotifoso Eduardo. Tutti e tre parlavano in dialetto, non sapevi mai se litigavano, se facevano sul serio o se scherzavano per mantenerci di buonumore. Beniamino faceva il caffè per tutti, era una sorta di rito, Antonio che era di Portici lo bacchettava perché diceva che non sapeva di niente e che era acqua colorata. Anche i dirigenti partecipavano alle macchiette. Alcuni come Pasquale Vangone erano dei personaggi a loro volta. Io stavo sempre con Beniamino. Il suo sgabuzzino era il mio quartier generale. Mi spogliavo lì e lasciavo a lui le mie cose.››
Fu così che, ridendo e scherzando, la Cavese di Santin, partita a fari spenti, si ritrovò in testa alla classifica. Eppure non furono tutte rose e fiori. Ci furono diversi momenti bui nel corso della cavalcata. Uno di questi si lega al giorno del terremoto, il 23 novembre 1980. Nel pomeriggio gli aquilotti avevano pareggiato 0-0 a Nocera. Poi, alle 19.34, la terra tremò e fu il panico.
‹‹Ero in pizzeria a Vietri con Gaetano Longo. Avevamo giocato a Nocera e ci stavamo rilassando. Ad un certo punto abbiamo sentito dondolare la sedia. Tutti e due pensavamo fosse l’altro che si era appoggiato allo schienale. Poi abbiamo sentito il boato, le urla della gente, è andata via la luce, e abbiamo realizzato. È stato un disastro. Per cinque o sei giorni io e Gaetano abbiamo dormito nella Fiat 600 che ci mise a disposizione il caro Pietro Sorrentino. Lo stadio divenne un punto di accoglienza per gli sfollati, quelli della Badia vennero a stare insieme a noi allo Scapolatiello. L’evento tragico però ci unì ancora di più. Fu allora che nacque il patto per andare in B. Santin ci ha sempre creduto. Le persone ci chiedevano di vincere anche per loro, si attaccarono a noi, vedevano le nostre vittorie come una potenziale riscossa contro le avversità della natura. Tutto questo ci caricava a dismisura. Anche quando andavamo in trasferta o facevamo amichevoli per raccogliere fondi e qualcuno ci chiamava “terremotati” non ci demoralizzavamo, anzi. Io mi sentivo orgoglioso di essere un terremotato come la nostra gente. Nessuno mi doveva toccare Cava e i Cavesi. L’anno dopo in B, in casa contro la Lazio, il loro portiere Marigo ci chiamò ancora una volta “terremotati”. Io lo inseguii di corsa fino all’ingresso degli spogliatoi, ero fuori di me. Dovettero separarci.››
Un altro momento particolarmente delicato fu la sconfitta di Campobasso, giunta alla penultima giornata, in piena bagarre per la promozione. La quarta di tutto il campionato, dopo quelle di Salerno, Reggio Calabria e Pagani. La gara fu caratterizzata da incidenti e dal serio infortunio al capitano Braca che si fratturò la tibia e fu costretto in pratica a chiudere così la sua carriera.
‹‹Fu una partita maledetta. Già durante il riscaldamento sapemmo degli incidenti che si erano verificati e accogliemmo negli spogliatoi i feriti. Fu un’ingiustizia, non meritavamo di perdere, anche perché passammo subito in svantaggio in seguito ad una svista del nostro portiere Vannoli che calcolò male la traiettoria di un innocuo traversone di Maestripieri. L’infortunio di Braca e la squalifica del nostro stadio a tempo indeterminato che ci costrinse a giocare in campo neutro l’ultima partita con il Cosenza, quella decisiva per andare in B, avrebbero fiaccato chiunque. Ma noi eravamo più forti di qualsiasi avversità. E una settimana dopo riuscimmo a regalare alla città una giornata fantastica. Se ci penso, ancora oggi mi vengono i brividi.››
7 giugno 1981, campo neutro di Frosinone. La Cavese batte per 3-1 il Cosenza, il Campobasso non va oltre l’1-1 a Rende, e gli aquilotti possono festeggiare la promozione in B. È una giornata storica. Al Comunale di Frosinone ci sono più di diecimila tifosi in visibilio, l’autostrada Roma-Napoli è un fiume di auto e torpedoni imbandierati di biancoblù. De Tommasi ha già vissuto domeniche da copertina: ha segnato uno splendido gol alla Salernitana il 22 febbraio nel celebre derby giocato dalla Cavese in maglia gialla; ha realizzato una tripletta alla Ternana e una doppietta al Francavilla. A Frosinone segna altri due gol, che profumano di B. Sugli spalti uno striscione lo incorona “Re di Cava”. Da qui all’eternità.
‹‹La gara col Cosenza fu una delle più belle della mia carriera. Eravamo tranquilli, non sentivamo la tensione, Santin aveva preparato la partita in maniera perfetta. Il mister era convinto della B, e noi lo seguivamo. Cominciammo la partita con una decina di minuti di ritardo, per conoscere in anticipo il risultato della partita di Rende. Prima di entrare in campo Beniamino era tesissimo, non lo avevo mai visto così. Mi guardò e mi disse: Claudio, sai quello che devi fare… Quando segnai il primo gol di testa, ribadendo in rete la corta respinta del portiere calabrese Lattuada, capimmo che era quasi fatta. Poi nella ripresa Turini mise dentro una splendida punizione e io siglai la mia personale doppietta. Al triplice fischio dell’arbitro mi misi a piangere. Fu in quel momento che realizzai quello che avevamo fatto. Il primo che mi venne incontro per abbracciarmi fu un giocatore del Cosenza, non ricordo chi. Mi fece i complimenti, e io piangevo come un bambino. Avevamo dato una gioia immensa ad un popolo che era stato vituperato per tutta una settimana con delle notizie false, diffuse ad arte da Campobasso. Quegli stessi tifosi che erano stati accusati di comportamenti scorretti in Molise, a Frosinone, prima della partita, avevano distribuito rose ai passanti ad ogni angolo delle strade, nei pressi dello stadio che ci aveva ospitato. Cose mai viste. In autostrada facemmo il viaggio di ritorno in mezzo ad una marea di macchine e autobus di tifosi in delirio. Il nostro autista Tony Bus passò strombazzando all’altezza di Nocera e Pagani, poi per un attimo ebbe anche l’idea di fare il giro largo da Salerno, ma riuscimmo a convincerlo che sarebbe stata una follia. Quando arrivammo a Cava, di sera, trovammo ad accoglierci una folla immensa. Persino le vecchiette vestite di nero si aggrappavano ai tergicristalli del pullman per ringraziarci. A quel punto andammo sotto casa di Paolo Braca. Gliel’avevamo promesso. Il Capitano ci accolse nella sua stanza: era a letto, con la gamba ingessata. Ci disse soltanto “bravi, bravi”, con la sua solita flemma. Poi salimmo sulla Badia e andammo allo Scapolatiello. Trovammo ancora tantissimi tifosi, la gente che aveva perso la casa per il terremoto e che da allora divideva l’albergo con noi. Festeggiammo fino a notte fonda, con vino e mozzarelle. Io ero veramente uno di loro.››
I 17 gol realizzati e il titolo di capocannoniere fanno di Claudio De Tommasi il pezzo pregiato del mercato in casa Cavese. Tutti lo vogliono, ma “O Rey” almeno inizialmente resta. Santin gli cambia ruolo, lo arretra, per far spazio al neo acquisto Sartori. De Tommasi comincia la stagione, regala qualche sprazzo dei suoi, poi si fa male con il Pescara e resta fuori due mesi. Al rientro non è più lui. Anche perché, nel frattempo, ha perso qualche treno importante. La Cavese si salva, resta in B, ma Claudio non è più l’implacabile bocca da gol dell’anno precedente. Realizza solo 5 reti, un bottino appena sufficiente.
‹‹Devo dire la verità, quell’anno mi sono allenato male, fin dal ritiro. Col Pescara ho realizzato il rigore della vittoria, ma ho preso una botta al quadricipite che mi ha tenuto fuori quasi due mesi. All’inizio sembrava una sciocchezza, poi l’emorragia interna e la relativa calcificazione che non si assorbiva mi impedivano di tornare a giocare. In quel momento si diceva mi volesse mezza serie A, eravamo durante il mercato autunnale. In estate mi voleva il Cesena, Pierluigi Cera arrivò a offrire 900 milioni, poi ingaggiò l’austriaco Walter Schachner. A novembre si diceva che dovessi andare al Torino, in cambio di Bonesso, Mariani e 500 milioni. Poi, a causa delle mie condizioni, saltò tutto. Bronzetti, il nuovo direttore sportivo della Cavese, mi portò prima dal medico sociale del Milan, poi a Mestre da un altro specialista, dov’era in cura anche Paolo Rossi. Io pensavo solo a guarire, mi sottoposero anche a trenta applicazioni di raggi X. Al ritorno in campo conservai una leggera zoppia per diversi mesi. Mi incupii, purtroppo fa parte del mio carattere. Non sono un estroverso, quando sono in difficoltà mi chiudo in me stesso. Alla fine del campionato, a salvezza acquisita, Bronzetti mi telefonò: mi propose di andare a Ascoli in serie A da Carletto Mazzone o a Bari ancora in B. Scelsi di tornare a casa, in Puglia, anche se non ne avevo mai sentito la necessità. Fu l’inizio della fine…››
De Tommasi arriva a Bari per sostituire l’attaccante Maurizio Iorio, passato alla Roma a suon di milioni. Ma i galletti di Catuzzi adottano la zona pura e dopo un inizio pirotecnico in Coppa Italia, finiscono presto nel tunnel della crisi in campionato e retrocedono in serie C.
‹‹A Bari ho capito subito che non era aria: quando sono stato acquistato, i giornali hanno titolato a tutta pagina che De Tommasi era il nuovo centravanti al posto di Iorio. Ma nella zona di Catuzzi l’attaccante centrale doveva giocare spalle alla porta e fare le sponde per i compagni. In pratica non erano affatto le mie caratteristiche. Retrocediamo incredibilmente in serie C. L’anno dopo con Bolchi vinciamo il campionato e risaliamo tra i cadetti, ma io non trovo sempre spazio, non mi sento al centro del progetto e preferisco cambiare aria.››
Dopo i due anni tra i galletti, l’attaccante non rivivrà più i fasti di Cava. Gioca a Modena e a Monopoli in C/1 e a Fasano per cinque anni, tra C/2 e Interregionale, fino all’inizio degli anni Novanta. Quindi appende le scarpette al chiodo e si dedica al calcio dei bambini. Il calcio dei grandi, quello che comunque gli ha regalato tante soddisfazioni, ma che forse gli avrebbe potuto dare ancora gioie maggiori, non lo diverte più.
‹‹Il calcio è specchio della società, ti dà e ti toglie. Io ho un carattere particolare, sono trasparente, non sono capace di mediare. Se allenassi i grandi mi farebbero fuori immediatamente, perché sono diretto, dico quello che penso. Ecco perché preferisco avere a che fare con i bambini. Anche se a volte non è facile far capire ai genitori come si devono comportare per il bene dei loro ragazzi. Non vedo il calcio in tv, non mi entusiasma. C’è poca tecnica e solo tanto agonismo. L’ultima squadra che mi ha emozionato è stato il Barcellona di Guardiola, l’unico capace di portare gli schemi del calcio a 5 e del basket su di un campo di 110 metri. Anche il Napoli di Sarri mi ha affascinato. Per il resto il calcio di oggi, figlio del consumismo, in mano ai procuratori e a gente senza scrupoli, ha poco futuro.››
Come avrete capito, Claudio De Tommasi è un personaggio fuori dal comune. Non è mai banale e non le manda certo a dire. Non ha reciso il rapporto che lo lega alla nostra città. Per il Centenario sarà sicuramente presente alle celebrazioni che verranno organizzate dalla società e dai tifosi. Tutte le volte che è ritornato a Cava è stato sempre accolto con grande affetto. Basti pensare che ancora oggi nella curva sud del Lamberti sventola una bandiera che raffigura il suo volto. Basti pensare che il nostro Capitano, Claudio De Rosa, si chiama così proprio in suo onore.
‹‹Verrò, verrò, e stavolta porterò anche i miei figli, Alessia e Federico. Voglio fargli toccare con mano cosa ha fatto il loro papà in questa città. Per prima cosa passerò a trovare i familiari di Santin e voglio andare a trovare anche il mister. Da quando ci ha lasciati mi manca tantissimo, è stato come perdere un padre. Nessuno mi ha capito come lui, riusciva a tirar fuori il meglio di me, anche quando mi metteva fuori squadra. Io resto un cittadino cavese, anche se vivo lontano. Un giorno mi piacerebbe tornare nella vostra città, mettere al servizio dei bambini di Cava la mia esperienza. Non posso dimenticare quello che mi avete dato, anche nei momenti difficili. I cento anni della Cavese sono un traguardo importante. Chissà che un giorno le nuove generazioni non possano tornare a vivere quello che abbiamo vissuto noi. Vivere, e sottolineo vivere, perché in altri posti ho scelto di sopravvivere, mentre a Cava mi sono sentito vivo. Se e quando avrete bisogno di me, per voi ci sarò sempre.››

Fabrizio Prisco

 

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UFFICIALE: PRESO IL DIFENSORE LORIS BACCHETTI DAL MONOPOLI

La Cavese 1919 srl comunica di aver acquisito il diritto alle prestazioni sportive del difensore Loris Bacchetti dall’SS Monopoli 1966.

Nato a Guardiagrele (CH), il nuovo centrale difensivo classe 1993, ha vestito le maglie di Pescara, Lanciano e Pro Vercelli in Serie B, Catanzaro, Ancona, Juve Stabia e Catania in Serie C: nelle ultime tre stagioni al Monopoli.

Maglia numero 13 per il difensore blufoncè.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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TRASFERTA A LENTINI DOMENICA: ALLENAMENTI A PREGIATO

Torna subito ad allenarsi la Cavese da oggi pomeriggio a Pregiato, per preparare la trasferta contro la Sicula Leonzio domenica ore 14:30.

Il programma settimanale al Desiderio di Pregiato prevede doppia seduta domani, giovedi alle 15 amichevole con una Rappresentativa del Settore Giovanile e venerdì mattina allenamento e, subito dopo pranzo, partenza anticipata per il ritiro pre-gara in terra sicula.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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