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DOPPIA SEDUTA PER GLI AQUILOTTI IN VISTA DELLA JUVE STABIA

Continua la preparazione setimanale per la Cavese. Oggi doppia seduta: mattina seduta di forza a Pregiato e pomeriggio attivazione e prove tattiche al Lamberti.

Rosafio ha recuperato ed oggi si è aggregato al gruppo dopo il lavoro personalizzato di ieri alla ripresa. Terapie e allenamento di recupero per Lia.

Lavoro in piscina, palestra e sul campo con il prof. Leone per Migliorini: problema muscolo-tendineo di lieve entità dopo gli esami strumentali effettuati ieri pomeriggio.

Domani seduta pomeridiana al Desiderio.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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PEPPE PAVONE, IL DEMIURGO DEL PALLONE

Pensi a Peppe Pavone come calciatore e ti vengono in mente una fascia di capitano, cinque anni vissuti intensamente con la maglia biancoblù addosso, e l’assist per il gol del 2-1 di Di Michele a San Siro, rubando il tempo a Franco Baresi, mica uno qualunque. Pensi a Peppe Pavone come direttore sportivo e ti viene in mente che oggi, a 69 anni compiuti il 15 febbraio, resta uno dei dirigenti più competenti del panorama calcistico nazionale. Artefice del Foggia dei miracoli di Casillo, del Pescara di Immobile e Insigne e di un binomio inscindibile con Zdenek Zeman, Pavone è uno di quelli che riesce a vedere immediatamente se in un giocatore grezzo c’è del talento e se può diventare un campione. Pensare di averlo di nuovo a Cava per costruire qualcosa di importante è un privilegio non di poco conto. Abbiamo fatto con lui una lunghissima chiacchierata, parlando del calcio di oggi e di quello più romantico di una volta. Solitamente il dirigente di Barletta non è uno di tante parole. Ma stavolta ha fatto un’eccezione e ci ha regalato un’intervista che va assaporata lentamente. Come un buon brandy che crea la giusta atmosfera.
‹‹Sono arrivato a Cava da Taranto insieme con Bronzetti nell’estate del 1981 – racconta Pavone – mi volle a tutti i costi il mister Santin, c’era da sostituire l’infortunato Paolo Braca ed io ero il classico regista d’esperienza che poteva essere utile ad una neopromossa come la Cavese. Cava mi fece subito una buona impressione. È sempre stata una cittadina carina, dalla dimensione umana. Anzi, forse una volta lo era ancora di più. Abitavo in via Atenolfi e amavo passeggiare sotto i portici con i miei compagni, parlare con la gente e con i tifosi. Quando non c’erano i procuratori i rapporti erano molto più intensi.››
Come fu l’impatto con Rino Santin?
‹‹Santin è sempre stato un grande lavoratore, anche se era istriano d’origine, veniva considerato da tutti un cavese d’adozione e questo lo caricava moltissimo. Guerino Amato aveva molta fiducia in lui: era un tecnico molto preparato, faceva lavorare tanto. Nel calcio per vincere bisogna soffrire ridendo: lo sport non è solo divertimento, bisogna fare tanti sacrifici per arrivare in alto. Quella Cavese aveva tutti i tasselli al posto giusto. Guerin Amato era il padre padrone, si faceva volere bene ed aveva sempre una parola di conforto da buon padre di famiglia. Attorno a lui c’erano diversi dirigenti che avevano grandi ambizioni e che ci mettevano l’anima in quello che facevano. Ricordo con affetto i fratelli Violante, Vangone, l’avvocato Cotugno. Tra di loro c’era una grande unione. Santin poi aveva potere assoluto e noi lo seguivamo.››
Santin consegnò a Pavone le chiavi del centrocampo e lui immediatamente divenne il fulcro dell’intero reparto. D’altra parte, per uno che aveva giocato tante partite in serie A con le maglie di Foggia e Inter, e che con i nerazzurri aveva anche vinto una Coppa Italia nel 1977/78, non deve essere stato difficile imporsi all’interno dello spogliatoio.
‹‹La serie B è molto diversa dalla A, ma all’epoca c’erano tante squadre che avevano buoni giocatori e il livello era elevato. Il primo anno puntammo a consolidare le fondamenta, conquistando la salvezza, perché eravamo dei neofiti per la categoria. Un po’ come stiamo facendo quest’anno che siamo partiti a fari spenti dopo il ripescaggio. Il secondo anno la squadra è stata rinforzata ulteriormente e io mi sono subito accorto che si era creato il giusto mix di esperienza, qualità e umiltà per fare bene. La gente ci faceva sentire forti, ma il gruppo aveva tanti elementi di qualità come Cupini, Guerini, Piangerelli, Tivelli, Di Michele e tante persone serie che avevano voglia di emergere e sudavano la maglia. Siamo stati una sorpresa, ma fino a un certo punto. Io agivo da regista, anche se a Foggia ho giocato pure da esterno. Avevo Piangerelli che mi copriva le spalle, era il classico mediano. Guerini e Cupini erano due stantuffi inesauribili. Eravamo una macchina perfetta.››
Nell’immaginario collettivo della stagione 82/83 restano la vittoria di Milano, e il pareggio dell’Olimpico contro la Lazio, davanti a oltre diecimila cavesi. Che ricordi ha Pavone di quelle due partite?
‹‹A Milano vincevamo 2-1 e la partita sembrava non finire mai. Si vedeva che l’arbitro Falzier era pronto a favorire i rossoneri per indirizzare la gara sul pareggio. Fu così che mi rivolsi a Guida, Pidone e Bitetto implorandoli di stare molto attenti. Se fate un soffio a Jordan dà il rigore, gli dissi. Non lo fate entrare in area. Falzier concesse 5 o 6 minuti di recupero che in quegli anni non si erano mai visti. Ma non ci fu nulla da fare. Fu una soddisfazione immensa per tutti noi. Solitamente il venerdì o il sabato prima della partita, insieme a Cupini e Tivelli, andavo a prendere il caffè al Bar Remo. Prima della gara col Milan trovammo due vecchietti che ci fecero un in bocca al lupo speciale. Quando li ritrovammo, dopo l’impresa, ci dissero di ritornare sempre e di riferire a Santin che il merito della vittoria era stato anche loro. A Roma, invece, ricordo ancora come se fosse ieri la marcatura asfissiante di Pidone su Bruno Giordano. Roberto lo seguiva ovunque, anche quando Giordano andava a bere in panchina. Fu così che l’attaccante della Lazio, allargando le braccia, gli chiese di lasciarlo stare almeno in quei momenti. Ma Pidone fece finta di non sentire. Lui e Gianni Gregorio erano due mastini, non te ne liberavi facilmente. Ti toglievano il respiro. Le squadre sono come dei cantieri, ognuno deve avere il suo ruolo. Per vincere gli operai sono fondamentali.››
Ma la serie A fu veramente a portata di mano? La gente ad un certo punto ci credeva sul serio. E voi?
‹‹Certo che ci credevamo, tanto è vero che a marzo siglammo un patto con i dirigenti per la conquista della massima serie. Allora c’era un tot di fisso e poi le società promettevano allo spogliatoio premi a punto o a partita. Il calcio era molto diverso, con l’avvento di Berlusconi è cambiato tutto. Senza dubbio la gara con il Palermo ci tagliò le gambe. Il pareggio contestato, il gol annullato a Di Michele e le polemiche che seguirono ruppero l’incantesimo. Non so se l’arbitro Pirandola fosse in malafede, certamente qualcosa di strano accadde. Tutti pensammo che fosse gol, vedendo la giacchetta nera indicare il centro del campo, prima di cambiare idea. Io da capitano andai a protestare, ma quando l’arbitro ti dice che ha visto lui, c’è ben poco da fare. Se continui ti becchi pure una squalifica. Probabilmente la Cavese non doveva andare in serie A perché a livello federale non eravamo così potenti. Cava era una piccola realtà con un campo e un’utenza che non potevano essere paragonati al gotha del calcio italiano. Guerino Amato a quei tempi era il re del calcestruzzo, ma forse per salire ci voleva qualcosa di più. Bronzetti poi era appena agli inizi della sua fulgida carriera.››
Ecco, apriamo una parentesi su Ernesto Bronzetti. Scomparso tre anni fa nella sua casa di Terni per un male incurabile, tutti lo ricordano ancora come l’intermediario capace di curare il trasferimento di sette Palloni D’Oro, come il consulente fidato di Adriano Galliani e del presidente del Real Madrid Florentino Perez, e come l’uomo delle trattative impossibili. Come ha fatto a diventare così potente come operatore di mercato?
‹‹Sicuramente è stato molto bravo a farsi delle amicizie importanti specialmente all’estero. Io l’ho conosciuto a Taranto, stravedeva per me, tanto è vero che mi ha portato a Cava. In Italia si è fatto tanti nemici e per questo ha deciso di andare in Spagna. Lì è stato determinante il rapporto che è riuscito a creare con il presidente dell’Atletico Jesus Gil. Ad un certo punto tutti quelli che volevano fare affari con la Spagna si sono rivolti a lui. Nella vita bisogna saper essere nel posto giusto al momento giusto.››
Dopo il sogno della serie A, nella stagione successiva arrivò una retrocessione inaspettata. Eppure sulla carta la squadra, nonostante l’addio di Santin, sembrava anche più forte dell’anno precedente.
‹‹Nello spogliatoio non c’era più lo stesso clima. Quando prendi giocatori di serie A, e non c’è umiltà anche durante gli allenamenti, fai sempre una brutta fine. Vagheggi, Moscatelli, Gasperini si sentivano giocatori di serie A e non erano legati a Cava. Erano dei professionisti, ma quando scendevano in campo sembrava quasi che ci facessero una cortesia. Bruno era buon allenatore, ma troppo morbido. Pinardi era un uomo di Bronzetti, ma non riuscì a dare la svolta perché l’ambiente ormai era guasto. L’anno partito male finì ancora peggio. Dopo la sconfitta di Pistoia ero stravolto. Ma nonostante la delusione non ho mai pensato di andare via.››
In C/1 la Cavese nell’84/85 si affidò ad un tecnico emergente come Romeo Benetti che puntava ciecamente sulla zona pura. Fu un autentico disastro. Per fortuna che arrivò un vecchio navigato come Corrado Viciani per raddrizzare la baracca. Ma l’organico non era affatto male.
‹‹Benetti credeva moltissimo nella zona e nel 433, ma la difesa in linea per quei tempi sembrava un azzardo. Fin dalle prime uscite prendemmo tantissimi gol. E pensare che al centro del reparto avevamo Gianluca Signorini. Provammo diverse volte a parlare con il mister, ma lui era convinto di essere nel giusto, pensava che le sconfitte sarebbero state utilissime per crescere. Con Viciani, invece, la sintonia fu immediata. Faceva lavorare come Santin, con lui discutevo molto di tattica: il nostro gioco cambiò radicalmente e si basò sui triangoli stretti, con più possesso palla e meno verticalizzazioni. Signorini tornò a giocare da libero e ad essere il difensore fortissimo, un po’ lento ma di personalità, che avrebbe fatto sfracelli in serie A. Il nostro uomo in più, però, quell’anno era Alberto Urban. Metteva in crisi tutti gli avversari, era un’ira di Dio. Ho sempre creduto che avrebbe potuto fare ben altra carriera. Quando oggi vedo il Papu Gomez dell’Atalanta penso a lui.››
A proposito di zona e di 433. Nel 1985 la Cavese in Coppa Italia di serie C affronta il Licata. Pavone incontra per la prima volta Zeman e ne rimane folgorato. Per la verità anche Viciani rimane impressionato dal gioco arioso dei siciliani. Anche se avrebbe qualche correttivo da suggerire al maestro boemo.
‹‹Fossi in lui metterei il libero staccato, mi disse Viciani dopo la partita, parlandomi di Zeman. Il Licata travolse la Cavese all’andata per 4-1. Al ritorno vincemmo 1-0 con gol di Fratena, ma fummo eliminati. A fine partita mi avvicinai a Zeman e gli feci i complimenti. Andavano a mille all’ora. Si vedeva che avevano una marcia in più. La stagione successiva ci siamo ritrovati a Norcia in ritiro, noi e il Licata condividevamo lo stesso campo di allenamento. Il nostro rapporto è nato lì.››
Quella Cavese allenata da Franco Liguori nel 1985/86 fu l’ultima a poter contare in campo sulla classe di Peppe Pavone. Gli aquilotti fecero un buon campionato, ma lo scandalo del Calcioscommesse in estate travolse tutto e tutti e i biancoblù furono retrocessi in serie C/2. Pavone appese le scarpette al chiodo e andò via. Fu un vero peccato, anche perché don Guerino Amato per lui aveva in mente qualcosa di molto particolare.
‹‹Su quello che successe quell’anno stendiamo un velo pietoso, il sistema esplose e la giustizia fece il suo corso. Don Guerino voleva che rimanessi a Cava per fare il dirigente, se non addirittura il presidente. Avrei avuto pieni poteri nella scelta del nuovo allenatore e nella costruzione della squadra. A Cava stavo bene, io ero entusiasta di quel nuovo incarico. Purtroppo con lo scandalo saltò tutto. E la mia vita cambiò radicalmente.››
In quell’estate turbolenta a Foggia sbarca il “re del grano” Pasquale Casillo che diviene il padrone della società rossonera. Casillo vuole a tutti i costi Pavone e gli affida le chiavi della squadra. Peppe inizia così la sua carriera dirigenziale e sceglie subito Zeman per la panchina. Sarà l’inizio di un lungo ciclo che porterà la compagine pugliese dalla C alle soglie della zona UEFA. Il Foggia diventa l’emblema del calcio spettacolo e Zeman trasforma tanti sconosciuti come Rambaudi, Signori e Baiano in autentici campioni. Qual era il segreto di quella squadra?
‹‹Tutte le cose belle non nascono dal caso, e non vengono all’improvviso. Quando Casillo ci ha voluto a Foggia non abbiamo subito vinto. Il primo anno la società era nuova e il budget risicato, facemmo una buona squadra e ci classificammo all’ottavo posto. Io e Zeman avremmo voluto portare dalla Cavese Urban, Andreoli e Bobbiesi e dal Licata Schillaci e Santonocito, ma non ci furono i presupposti. A Foggia ritrovai Pidone e presi Fratena. I risultati sono venuti dopo, con il tempo. Quando si costruisce qualcosa, bisogna avere pazienza.››
Pavone in breve diventa l’uomo di fiducia di don Pasquale Casillo. Anche perché diverse operazioni di mercato si rivelano degli autentici capolavori. Quale secondo Pavone è stato il suo affare migliore?
‹‹Dico Matrecano: lo presi dalla Turris per 25 milioni e lo rivendetti al Parma per 6 miliardi. Fu un’operazione fantastica. Ma erano altri tempi e un altro mercato. Si puntava forte sul vivaio e sui giocatori italiani. Oggi un’operazione come quella di Matrecano sarebbe impensabile.››
Tanti sono stati i giovani scoperti da Pavone e lanciati nel grande calcio da Zeman. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono sicuramente Immobile e Insigne, esplosi qualche anno fa nel Pescara. Insigne fu portato da Peppe a Cava nella seconda parte della stagione 2009/2010. Cosa guarda in un ragazzo Pavone? Dove vide per la prima volta all’opera il giovane Lorenzo?
‹‹Per colpirmi un giocatore deve avere tecnica, ma soprattutto testa. Poi ci vuole sempre la giusta dose di fortuna, perché un atleta deve essere intelligente, ma anche longevo e non deve avere infortuni. Vidi Insigne la prima volta a Palma Campania con la primavera del Napoli. Mi accorsi immediatamente che avevo di fronte un fenomeno. Ecco perché lo feci arrivare a Cava in prestito e poi lo volli con me a Foggia e a Pescara.››
Con don Pasquale Casillo Pavone si sente ancora oggi. Fu lui a riportarlo a Cava nel 2009 per la prima volta nelle vesti di dirigente. Casillo era entrato nella Cavese con una piccola quota, il dieci per cento, e volle al suo fianco come uomo di fiducia proprio il vecchio Capitano biancoblù. La triade Casillo, Della Monica, Lombardi però non funzionò e il sodalizio si sciolse ben presto.
‹‹Andai all’Holiday Inn per conto di Casillo e cominciai questa nuova avventura con entusiasmo. Mi accorsi subito però che c’era qualcosa che non andava. La squadra aveva dei problemi e in più la società non era puntuale con i pagamenti. A Natale andammo in rotta con Giovanni Lombardi che voleva prendere Evacuo e Biancolino, ma avevamo già ampiamente sforato con il budget. Io mandai via 4 o 5 elementi, risanai il bilancio e portai Insigne. Alla fine con Stringara ci salvammo tranquillamente, ma a fine anno andai via. Nel calcio comunque c’è poca riconoscenza. Mi dispiace che oggi Antonio Della Monica venga ricordato per il fallimento della Cavese, mentre vi garantisco che ha fatto davvero di tutto e speso tantissimo per riportare in alto il club.››
Nell’anno del Centenario Pavone è tornato a Cava nelle vesti di direttore sportivo ed ha accolto l’invito del nuovo patròn Massimiliano Santoriello. La Cavese di Modica, partita per salvarsi, è in linea con gli obiettivi estivi. Anzi, dopo la campagna acquisti di gennaio che ha regalato al tecnico diversi elementi, oggi gli aquilotti strizzano l’occhio persino ai play off. Cosa si aspetta Pavone dai suoi ragazzi per questo finale di stagione?
‹‹Sono contento di tutti, specialmente di Modica. Non dobbiamo mai dimenticare come è stata costruita in estate la squadra, che il presidente sta facendo tanti sacrifici e che per risalire in C è stato costretto a spendere più di un milione di euro per garantirsi il ripescaggio. Oggi la Cavese ha una precisa identità e se la gioca con tutti. Abbiamo qualche calciatore seguito da compagini di categoria superiore e stiamo già lavorando per il futuro. Abbiate fede e seguiteci, magari facendo meno polemiche: servono solo a distruggere. Non c’è raccolto senza semina, non dimenticatelo mai.››

Fabrizio Prisco

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