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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: BELLI COME LA NOSTRA CITTÀ

– Ragazzi, sapete quale è il primo muscolo da allenare se vogliamo vincere il campionato?
Gli aquilotti guardarono Vittorio Belotti con fare dubbioso.
– No, mister. Quale? – chiesero in coro un po’ tutti.
– Il cervello – rispose il tecnico.
– Ma il cervello non è un muscolo – ribatté qualcuno.
– Sì, è vero. Ma se vogliamo raggiungere un risultato così importante, prima di pensare alla tattica e alla condizione fisica, dobbiamo curare l’aspetto psicologico: dobbiamo diventare una squadra. Se facciamo questo e stiamo bene insieme, nessun traguardo può esserci precluso. Veniamo da due anni di delusioni. Non possiamo restare ancora a lungo in queste categorie. Diamoci da fare, abbiamo una grande responsabilità. Sapete bene che non è una maglia qualunque la nostra.
Era un caldo pomeriggio di agosto del 1993. La Cavese aveva da poco iniziato la preparazione cercando un po’ di refrigerio tra gli alberi della Pineta La Serra, nel cuore delle colline metelliane. Il campionato di Eccellenza era alle porte e i biancoblù non potevano più permettersi di sbagliare. Vittorio Belotti quella maglia la conosceva bene. L’aveva indossata per due stagioni in serie C, sul finire degli anni ’70. Lui, da settentrionale atipico, nativo di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo, si era legato al Sud e non lo aveva più lasciato. Cresciuto nell’Atalanta, aveva giocato anche con Cremonese e Udinese, prima di venire a Cava. Successivamente Belotti aveva militato nelle fila di Juve Stabia, Savoia e Battipagliese, e poi aveva appeso le scarpette al chiodo. Nella nostra città era rimasto a vivere e aveva intrapreso la carriera di allenatore. Mentre la Cavese conosceva l’onta del fallimento nell’estate del 1991, scomparendo dal calcio professionistico per motivi economici, più o meno nello stesso periodo, Vittorio iniziava l’avventura in Promozione sulla panchina dell’Atletico Cava di Bruno Magliano che avrebbe condotto in maniera inaspettata alla vittoria del campionato.
La Cavese, nel frattempo, era stata rilevata da un imprenditore edile, Pasquale Sorrentino, ed era ripartita dall’Eccellenza con il nome di Intrepida, avendo acquisito il titolo sportivo di una piccola squadra di Lanzara. Al primo anno tra i dilettanti le cose non erano andate come previsto e la compagine aquilotta non era stata in grado di centrare la promozione, finendo seconda alle spalle della Paganese. In panchina si erano alternati due tecnici, Aniello Salzano e Francesco Cianfrone, ma i risultati non erano stati esaltanti. L’anno dopo, nel 92/93, in Eccellenza ci sarebbero state due compagini metelliane, l’Intrepida Cavese e l’Atletico. Troppa grazia per una città come la nostra, che ancora una volta avrebbe dovuto rimandare l’appuntamento con il riscatto. Belotti si trasferì sulla panchina degli aquilotti, mentre quella della seconda squadra cittadina fu affidata a Pasquale Spatuzzi. Nonostante la conduzione tecnica di Belotti, i biancoblù arrivarono comunque dietro alla Nocerina e al Grotta, che si contesero la promozione in un combattuto spareggio giocato allo stadio San Paolo di Napoli. Fu in quel momento che Pasquale Sorrentino e Bruno Magliano capirono che dovevano mettersi a tavolino per costruire qualcosa di solido e duraturo e optarono finalmente per una fusione tra i due club. Dalle ceneri dell’Intrepida e dell’Atletico, il 13 luglio del 1993, nacque la nuova Cavese. Che si presentò, per la terza volta, ai nastri di partenza del torneo di Eccellenza campana con chiari propositi di vittoria.
Il nuovo direttore sportivo Guglielmo Russo, che aveva preso il posto di Alfonso Pepe, aveva costruito una rosa fortissima. Vittorio Belotti era consapevole di avere tra le mani una autentica corazzata. Ma sapeva bene che nel calcio non si vince soltanto con i nomi. Sarebbe troppo facile. E troppo comodo. Bisogna prima cementare il gruppo. Fin dai primi allenamenti, pertanto, cominciò a lavorare sulla mente degli atleti che la società gli aveva messo a disposizione. L’allenatore, dall’alto della sua esperienza, non si sbagliava. Perché il segreto di quel gruppo che si rese protagonista di una cavalcata trionfale, fu proprio quello di seguire il suo condottiero in tutto e per tutto, accettando di condurre una vita da professionisti in un campionato dilettantistico. La squadra era un giusto mix tra calciatori esperti, giovani interessanti di grande talento e ragazzini che avevano voglia di emergere. Ne venne fuori una miscela esplosiva che infiammò un’intera città e che seppe riportare la gente allo stadio.
Siamo tutti debitori nei confronti di quella Cavese targata Belotti. Una compagine capace di chiudere il campionato senza perdere neppure una partita, vincendone venticinque e pareggiando solo in cinque occasioni. Una macchina da gol, che mise a segno ben 66 reti, e ne subì soltanto 11. Una corazzata che chiuse la stagione con ben otto punti sulla seconda in classifica, la temibile Pro Salerno di Eziolino Capuano. Siamo tutti debitori di quella Cavese, dicevamo, perché è da quel trionfo che si sono gettate le basi per la successiva risalita nei professionisti. Senza quella Cavese non si sarebbe ricreato entusiasmo nella nostra valle, non sarebbe nata una nuova generazione di tifosi. Sì, è proprio così. Perché la stagione 93/94, per tutti noi che non abbiamo vissuto per motivi anagrafici i fasti della B, rappresenta una sorta di spartiacque. Molti si sono innamorati della maglia biancoblù seguendo le gesta dei ragazzi di Belotti. Molti sono ritornati allo stadio per merito loro. Molti in quell’annata hanno cominciato a frequentare la Curva Sud che ben presto divenne il cuore pulsante del tifo metelliano, un fervido laboratorio di iniziative sociali e di solidarietà aperto a tutti che ancora oggi viene apprezzato e rispettato in ogni parte d’Italia. Siamo tutti figli di quella squadra, insomma. Ed è giusto riconoscere i meriti ai protagonisti e a chi visse quel successo senza le luci della ribalta, ma condividendo con gli altri gioie e fatiche, oneri e onori.
Se Vittorio Belotti era la mente in panchina, Sergio Mari era il capitano e l’allenatore in campo. A 32 anni il mediano si era calato nella nuova realtà con il solito entusiasmo e con la grinta dei tempi d’oro. I compagni e i più giovani lo ascoltavano e lo seguivano, lo chiamavano il “Professore”, perché si presentava al campo con il giornale sotto al braccio e perché leggeva tantissimo. Non aveva cominciato ancora a scrivere romanzi o racconti a quei tempi, ma si occupava di arte e dirigeva una galleria nel cuore della centralissima via Mercanti a Salerno. Dopo gli allenamenti, insieme a Mimmo Barone che gli dava una mano, lo si poteva trovare lì, a parlare di quadri, di colori a olio e di nature morte. Era lui quello che si faceva rispettare sul rettangolo verde e che doveva fare qualche ramanzina nel chiuso degli spogliatoi, se ce n’era bisogno. Giancarlo Bentivoglio invece era il capitano non giocatore. Il difensore aveva accettato il ruolo senza fiatare e se ne stava zitto zitto, buono buono, nelle retrovie. Alla fine la sua presenza nel gruppo fu determinante. Alla stessa stregua di chi come lui, e mi riferisco ai vari Dresia, De Bonis, Di Salvatore, Longobardi giocò meno degli altri, e dei giovani Marra, Vitale, Barone, Ferrara e Di Giorgio che si affacciavano in prima squadra desiderosi di apprendere e di imparare i segreti dei più grandi con devozione e umiltà. Senza dimenticare lo sfortunatissimo Aniello Granito che indossò la maglia da titolare alla prima giornata col Castel San Giorgio, segnò su rigore e poi si infortunò, restando fuori per tutta la stagione.
In campo quella squadra aveva mille anime e altrettanti volti. C’era la serietà e la professionalità di Sergio Manzi, libero gentiluomo che faceva parlare i fatti, e il carisma di Dario Rasi, fine regista e metronomo del centrocampo come non se ne vedono più ormai da anni. C’era la grinta e l’esplosività in difesa dei vari Genco, Serao e Iannone. C’era l’umiltà e la verve di Matteo Di Santi, un altro reduce come Mari della Cavese che aveva militato in C/2 prima del fallimento. C’era l’energia devastante di Ciro De Cesare, il talento di Alberto Borsa, l’angelo biondo che quando era in giornata era letteralmente imprendibile, la classe in zona gol di Peppe Orlando, capace di stringere un rapporto con la curva come pochi nella storia recente della nostra squadra. E poi c’era lui, Gianni Pirone, il bomber, l’uomo copertina di quella macchina meravigliosa.
Arrivato a Cava nell’estate del 1992 dalla Sangennarese, Pirone nel corso della prima stagione in biancoblù era stato condizionato dal servizio militare che aveva svolto a Udine e aveva giocato poco. L’anno successivo, riuscendo a trovare finalmente la giusta continuità di presenze e di prestazioni, l’attaccante esplose in maniera fragorosa: in 26 partite mise a segno 17 reti, laureandosi capocannoniere del girone e diventando l’uomo di punta di quella Cavese. Aveva solo 21 anni l’”avvoltoio”, come amava chiamarlo in tv, ai microfoni di Quarta Rete, il giornalista Leonardo Vallone. Giocando al fianco di Orlando il centravanti formava un tandem che rappresentava un autentico lusso per la categoria. I due piccoletti non davano punti di riferimento, svariavano su tutto il fronte offensivo e, sfruttando i movimenti di Borsa e De Cesare, i lanci di Rasi e il moto perpetuo di Mari e Di Santi, riuscivano ad impensierire chiunque. Quando serviva poi qualche centimetro in più per scardinare i bunker degli avversari, Belotti ricorreva alla bravura nel gioco aereo di Pietro De Bonis. In questo modo l’ex attaccante del Maiori seppe ritagliarsi il suo spazio e riuscì anche a segnare gol determinanti come quello nello scontro decisivo per la promozione contro la Pro Salerno, il 27 marzo 1994.
A Vittorio Belotti piacevano i giocatori di qualità, e in quella Cavese di qualità ce n’era davvero tanta. Giocavano in maniera spettacolare, si allenavano seriamente, ma si divertivano anche come matti. Era un crogiolo di personaggi fantastici quello spogliatoio che aveva i suoi riti e che quotidianamente viveva momenti di straordinaria ilarità. Inutile dire che con De Cesare, Borsa e Orlando era impossibile non divertirsi. De Cesare, detto “Sciabulella” in onore del nonno che collezionava sciabole e spade, era la vittima preferita degli sfottò del gruppo. Quando il mister metteva tutti davanti alla lavagna per la consueta lezione di tattica, il primo ad essere interrogato sui movimenti e sulle posizioni da tenere in campo era proprio lui. Conoscendo il buon Ciro, provate ad immaginare la scena. Belotti era un sacchiano di ferro, era un seguace del 4-4-2 e della zona mista e pretendeva dagli aquilotti tutto quello che il vate di Fusignano applicava nel Milan degli olandesi. De Cesare era una forza della natura, ma quando si trovava davanti a quella tavola nera di ardesia, per parlare di diagonali, linee, zone gialle, rosse o verdi che dividevano il campo in tre parti, andava letteralmente in tilt. Le risate erano assicurate.
La stessa cosa accadeva in ritiro all’albergo ristorante Hermitage, di proprietà del presidente Sorrentino. La domenica mattina, subito dopo pranzo, la squadra si riuniva nella hall per la classica partita a tre sette. Nessuno voleva perdere, e in questo campo De Cesare era un autentico fenomeno. Il terzino così a carte si prendeva una bella rivincita e quando aveva il “carico” da gettare sul tavolo, lo faceva con le sue inconfondibili espressioni colorite che facevano sbellicare i presenti. De Cesare e Borsa erano i protagonisti anche delle serate al Porky’s, il locale “cult” di Pasquale Falcone, che in quegli anni spopolava e che attirava gente da tutta la Campania. La domenica sera non era raro che la Cavese si recasse al Music Hall in via XXV luglio per assistere allo spettacolo che prevedeva lo spogliarello di qualche gentile donzella. E indovinate chi veniva sovente coinvolto, acclamato a gran voce dai compagni? Ma ovviamente lui, l’incontenibile “Sciabulella”. Una volta De Cesare si rese protagonista con una di queste avvenenti intrattenitrici di un duetto memorabile. La ragazza lo fece salire sul palco e cominciò a spogliarsi e a spogliare contemporaneamente il calciatore. Prima di sbottonargli la camicia, la signorina disse sicura del fatto suo: “Un vero uomo non porta mai la canottiera. Togliti la camicia e fai vedere a tutti che sei un vero uomo!”. Immaginate la faccia del pubblico e dei suoi compagni di squadra, quando De Cesare si tolse la camicia e rimase con una canottiera di lana, per giunta accollata e con le mezze maniche! Borsa e gli altri volevano morire. Peccato che non esistevano ancora i telefonini.
Anche all’interno dello staff che collaborava con Vittorio Belotti c’erano dei personaggi che contribuivano al buonumore della truppa. Ugo Russo, il massaggiatore, era uno di questi. Aveva sempre il sorriso sulle labbra e la battuta pronta. Da uomo di campo qual era, sapeva farsi ben volere e sapeva anche dire la parola giusta al momento giusto. Con Gianni Pirone aveva un rapporto speciale. Per lui era una sorta di portafortuna. L’avvoltoio aveva notato che ogni qualvolta Ugo Russo entrava in campo per soccorrere un compagno e faceva il giro dietro la porta per tornare in panchina, lui faceva gol. Accadde in più di una circostanza. Una volta contro i Giovani Lauro la Cavese vinceva 2-0 e l’arbitro assegnò un calcio di rigore. Sul dischetto si presentò Pirone, ma Peppe Orlando gli chiese se poteva batterlo lui perché voleva sbloccarsi davanti ai suoi tifosi. L’attaccante di Pianura si fece da parte e Orlando trasformò il penalty. La gara terminò sul punteggio di 5-0 per la Cavese. Era il 17 ottobre 1993. Negli spogliatoi Ugo Russo si avvicinò al bomber e gli disse: “Non farlo più, il pallone si prende collera!”. Pirone lo guardò stupefatto. “Poi capirai, a tempo debito…”, gli rispose il massaggiatore. La domenica successiva, a Solofra, i metelliani si imposero per 3-2 sugli avellinesi, e Pirone fallì un calcio di rigore ad un quarto d’ora dalla fine. “Ora hai capito che cosa intendevo”, sussurrò all’attaccante il baffuto massaggiatore mentre entrambi rientravano negli spogliatoi.
Un’altra figura insostituibile del clan aquilotto era il mitico Beniamino Pisapia, lo storico magazziniere. “Pensa che bello, caro Beniamino, se un giorno dovessi diventare l’allenatore della Cavese, e dovessi lavorare a stretto contatto con te…”, gli aveva detto in tempi non sospetti Vittorio Belotti. Quando Pasquale Sorrentino affidò la panchina all’ex difensore di origini bergamasche, Beniamino fu al settimo cielo. Stravedeva per lui, era sicuro che sarebbe stato l’uomo giusto al posto giusto. Si mise al suo servizio e non gli fece mancare nulla. Pisapia era una sorta di mascotte per la squadra. Era l’uomo del caffè ad inizio allenamento e prima delle partite, era l’uomo capace di tirare fuori dai suoi stanzoni ogni tipo di reliquia se necessario. Tra le tante cose che custodiva gelosamente, Beniamino aveva uno scatolone pieno di tacchetti di gomma e di ferro di ogni tipo. Li usava in base alla tipologia del terreno di gioco, e preparava le scarpette dei calciatori con una meticolosità più unica che rara. La Cavese era la sua vita, e gli aquilotti erano i suoi figli. Inutile dire che se Vittorio Belotti cercava di tirare fuori il meglio da ogni elemento per il bene del collettivo, sapeva che poteva contare anche su Beniamino per raggiungere l’obiettivo più importante.
Il campionato di Eccellenza 93/94 fu un autentico monologo dei metelliani. Fin dalla prima giornata la Cavese dimostrò di avere una marcia in più: mise in fila undici vittorie consecutive e guadagnò subito il primato in classifica. Tra l’ottava e la nona giornata, il successo in trasferta sul difficile campo di Vallo della Lucania, grazie ad una rete su punizione di Serao, e quello in casa per 3-1 sul temibile Grotta dei gemelli Laudato fecero capire a tutti che gli aquilotti facevano sul serio. Il primo pareggio giunse alla dodicesima, il 4 dicembre 1993, nel derby del Vestuti contro la Pro Salerno. Fu una gara tiratissima, segnata dal tentativo di invasione da parte di un gruppo di teppisti salernitani. L’arbitro Pasquinucci di Ercolano fu costretto a sospendere il gioco per circa 6 minuti. Pirone portò in vantaggio i metelliani al 25’ con una stoccata delle sue che fece esplodere gli oltre 500 tifosi cavesi stipati in curva nord. Lardo pareggiò al 60’, quindi l’arbitro non concesse alla Cavese un chiaro rigore in seguito ad un fallo subito dallo stesso Pirone. L’unico momento da dimenticare dell’intera stagione fu nel girone di ritorno la partita a Grottaminarda, che fu caratterizzata da ripetuti scontri tra le due tifoserie. Al termine del match, vinto 1-0 dai nostri, i supporters locali assediarono all’interno dello stadio le persone giunte da Cava e gli stessi calciatori per circa due ore. Il giudice sportivo decretò la sconfitta a tavolino della Cavese e condannò gli aquilotti a disputare l’incontro successivo a porte chiuse. Il 13 marzo 1994, contro il Sapri, il Lamberti si presentava desolatamente vuoto: sugli spalti erano presenti soltanto una cinquantina di addetti ai lavori. La Cavese si impose di misura con una rete di Iannone, ma la vicenda fu una macchia in un’annata da incorniciare.
Quasi cinquemila persone invece affollarono l’impianto di via Mazzini il 27 marzo per la partita con la Pro Salerno. Una cornice di pubblico da categoria superiore fu l’occasione per mostrare alla collettività lo spettacolare striscione preparato dai ragazzi della Curva e dal Laboratorio Sperimentale Cavese, “Ultrà… Belli come la nostra città”. Era un sipario gigantesco che raffigurava le bellezze di Cava de’ Tirreni, i portici, Monte Castello, Monte Finestra, le torri per il gioco dei colombi e l’Abbazia Benedettina, e che copriva l’intero settore della Sud. Il 2-0 sui rivali guidati da Ezio Capuano fu il passo decisivo verso la matematica promozione che fu sancita la settimana successiva, sotto un autentico diluvio, al termine del pareggio a reti bianche contro il Poseidon. La festa finale all’ultima giornata contro l’Angri, sommerso dalla doppietta di Rasi e dalle perle di Orlando e Iannone, fu bellissima. “Zump zump uagliò”, cantavano in mezzo al campo, a fine gara, i tifosi insieme ai calciatori, prendendo spunto dalla celebre canzone dei 99 Posse. Fu il refrain di tutto il campionato.
– Hai visto Beniamino, ce l’abbiamo fatta… – urlò Belotti al piccolo magazziniere mentre veniva portato in trionfo dietro gli spogliatoi dai suoi ragazzi e dagli addetti ai lavori.
Beniamino sorrise, senza dare troppo nell’occhio. Poi, con discrezione, si rifugiò nel suo sgabuzzino. Non doveva preparare nessun caffè. Semplicemente non voleva far vedere a tutti che aveva gli occhi lucidi. Certo, aveva conosciuto momenti più importanti vivendo al fianco degli aquilotti. Ma quella vittoria, dopo tanto penare, aveva un sapore particolare. Era una sorta di rinascita. Lo sapeva bene anche lui.
Avrebbe potuto aprire un ciclo quella Cavese se solo fosse stata rinforzata come si deve l’anno successivo per il Nazional Dilettanti. E invece Belotti si fece tentare dalle sirene della Boys Caivanese e al suo posto arrivò Paolo Braca, che venne esonerato prima dell’inizio del girone di ritorno; De Cesare seguì il suo mentore a Caivano e diversi come lui andarono via. Gianni Pirone rimase ancora per un’altra stagione, poi vestì le maglie di Agropoli, Angri e Sorrento, prima di lasciare il calcio a soli 24 anni per dedicarsi all’attività di famiglia, la Scuola calcio Campanile di Pianura, una delle più rinomate di tutta la Campania. Fu un vero peccato, perché l’impressione è che quella squadra così eclettica e tecnicamente dirompente avesse ancora tanto da dire, persino nelle categorie superiori. La vita, in ogni caso, è strana, ti dà delle possibilità, ma se non le cogli al volo ti presenta subito il conto. Pirone tornò per un giorno a Cava nell’estate del 1995, per mettersi agli ordini di Bilardi. Pasquale Sorrentino non c’era più, la società era passata nelle mani di Franco Troiano e dei suoi amici, e la squadra era stata costruita da Rino Santin. L’attaccante si allenò, ma si fece male ad una caviglia e la trattativa saltò. Al suo posto venne ingaggiato Vittorio Torino. Sapete tutti come andò a finire. Si vede che non era destino.

Fabrizio Prisco

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