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DOPPIA SEDUTA PER GLI AQUILOTTI A STURNO

Continua il ritiro a Sturno per De Rosa e compagni: doppia seduta come da programma stabilito dal tecnico Modica.

Mattina attivazione con mister Facciolo e lavoro tecnico. Pomeriggio tattica e partita a campo ridotto. Gradoni per i portieri De Brasi e Bisogno con il preparatore Manganaro.

Pugliese, Rosafio, Lia ed Agate hanno svolto una parte di lavoro con il gruppo e poi un personalizzato con il prof. Leone: terapie per Migliorini (lavoro personalizzato nel pomeriggio) e Sciamanna.

Domami pomeriggio altra seduta e partita a tuttocampo.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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TAGLIANDI IN VENDITA PER CAVESE-CATANZARO

Sono in vendita da oggi i biglietti per Cavese-Catanzaro di domenica 31 Marzo ore 14:30 al Simonetta Lamberti. 

Comunichiamo, inoltre, ai nostri tifosi che per acquistare i biglietti, è necessario esibire un documento di identità valido all’acquisto ed ai varchi di ingresso dello stadio.

Prezzi per settori aperti:

  • Curva Sud “Catello Mari” 8 euro (ridotto 6 euro*)
  • Tribuna Scoperta 15 euro (ridotto 12 euro*)
  • Tribuna Laterale Coperta 20 euro (ridotto 17 euro*)
  • Tribuna Centrale Coperta Hospitality 35 euro (ridotto 30 euro*)                                  Ospiti 8 euro 

*biglietti ridotti per Over70 (adulti che non hanno compiuto il settantesimo anno di età), Donne, Under 18 (ragazzi/e che non hanno compiuto il diciottesimo anno di età) e accompagnatori diversamente abili.

Ingresso gratuito per gli Under 12 (che non hanno compiuto il dodocesimo anno di età). 

Per i diversamente abili il settore loro dedicato è la Tribuna Scoperta. 

Le rivendite autorizzate per acquistare i biglietti:

  • Cartoleria Tirrena corso Mazzini, 87
  • Cafe’ Trinità corso Mazzini, 235/237
  • Caffe’ D’Essai piazza De Marinis, 8
  • Punto Ricarica Betwin360 corso Mazzini, 256
  • Cartoleria Jolly via T. Di Savoia, 20
  • Bar Enotrio via A. Sorrentino 5
  • Al Caffè via L. Siani, 12
  • Bar Daniel’s via Garzia 49/51
  • Insomnia Caffè via U. Mandoli 18
  • Givova Store via E. Talamo 13
  • News Cafe’ corso Palatucci 33
  • Uff. Gustaminori Largo S. Pastai (Minori)

IL BOTTEGHINO TRIBUNA STADIO APERTO LUNEDÌ DALLE ORE 12:30.

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: PAOLO BRACA, L’ISTITUZIONE

La prima volta che ho incontrato Paolo Braca al Simonetta Lamberti risale al 1994. Era un caldo pomeriggio di inizio settembre e, dopo la trionfale vittoria del Campionato d’Eccellenza, il Nazional Dilettanti era ormai alle porte. Lui era tornato a Cava per fare l’allenatore ed io ero un giovanissimo cronista alle prime armi. Al termine dell’allenamento scesi negli spogliatoi insieme con il caro Pippo Tarallo per intervistarlo. Vi confesso che ero emozionato. Avevo solo 16 anni, e mi trovavo davanti un’autentica istituzione del calcio metelliano. Dal 1977, infatti, il nome di Braca era stato più volte accostato alla Cavese. Per cinque stagioni, fino al 1982, il centrocampista aveva indossato la maglia biancoblù e anche la fascia di capitano, pilotando con esperienza e classe la squadra di Santin per la prima volta tra i cadetti. Lui, in verità, la serie B la conosceva bene: l’aveva assaporata ripetutamente con il Catanzaro e, nel corso della sua carriera, aveva giocato anche in serie A, sia con il Napoli sia con i giallorossi del presidente Ceravolo. Una volta appese le scarpette al chiodo, dopo aver maturato un’esperienza in D con il Modica, Braca aveva allenato le giovanili aquilotte e poi la prima squadra nel 90/91, nell’anno del fallimento. Anche quel campionato 94/95 non andò bene, visto che al termine del girone di andata le strade del tecnico e della Cavese si separarono improvvisamente. Ma Paolo è rimasto legatissimo alla nostra città. E nel 2009 è stato nominato direttore tecnico del nostro settore giovanile. Oggi, a 74 anni, Braca vive a Cava con la famiglia, si diverte dando consigli ai ragazzini della scuola calcio Red Lions e continua ad amare il calcio. Quel giorno di settembre del 1994, quando lo intervistai per la prima volta, mi colpì la sua personalità. Si vedeva che, da abruzzese purosangue, alle chiacchiere preferiva la sostanza. Ancora oggi, per lui, una stretta di mano, guardandosi negli occhi, vale più di mille promesse. Vi pare poco?
‹‹Non sono mai stato bravo a vendere fumo – spiega Paolo Braca – ho sempre fatto parlare il campo. Il calcio dà e toglie, ma le polemiche e i contrasti devono durare solo novanta minuti. Quando l’arbitro fischia, si deve voltare pagina. Prima bisogna rimboccarsi le maniche e dare tutto. Ai ragazzini dico sempre che devono lavorare divertendosi. Il futuro sono loro, vanno seguiti sul rettangolo verde e anche fuori, perché l’educazione e la moralità vengono prima del gesto tecnico. Prima del calciatore va plasmato l’uomo. Bisogna dare fiducia ai giovani. Oggi probabilmente, dopo un periodo di crisi, in Italia si inizia a vedere qualcosa di buono. Gente come Zaniolo deve avere più spazio nei grandi club. Altrimenti la Nazionale rischia di continuare a galleggiare nella mediocrità.››
E se lo dice lui che a 17 anni giocava nel Giulianova in D, e che a 22 anni ha esordito in A con il Napoli, bisogna fidarsi. Braca nasce proprio a Giulianova il 30 luglio del 1944, dalle parti dello stadio, alle spalle della città antica. Il Napoli lo nota in Abruzzo durante un ritiro e per il giovane talento giuliese si aprono improvvisamente le porte della massima serie. Paolo, che in quel momento è di proprietà de L’Aquila, dalla serie C si ritrova a giocare al fianco di gente del calibro di Sivori, Altafini, Canè, Juliano, Orlando e Bianchi. Un’esperienza incredibile.
‹‹Purtroppo ero impegnato con il servizio militare e quell’anno giocai solo dieci partite. Ma allenarmi con quei campioni mi ha dato tanto, ho cercato di carpire i segreti di tutti. All’epoca giocavo ala sinistra, ma il mister Bruno Pesaola, che era sempre molto prodigo di consigli nei miei confronti, mi chiedeva di tornare tantissimo a centrocampo. Anche perché non poteva farlo certo Sivori. In quel Napoli c’erano fior fiori di giocatori, ma Sivori era un discorso a parte. Gli ho visto fare delle cose incredibili. Era un mostro. Mi diceva che bisognava dribblare gli avversari anche solo stoppando il pallone. E lui ci riusciva benissimo.››
Il 25 settembre del 1966 Pesaola fa esordire Braca contro la Spal. Il calcio italiano, dopo il disastro ai Mondiali Inglesi e la sconfitta con la Corea del Nord, vive una fase interlocutoria. La Federazione chiude le porte agli stranieri e lascia spazio solo a chi è già nel nostro paese. L’ordine è far giocare e maturare i giovani. Paolo gioca sei partite consecutive, dalla seconda alla settima giornata. E il 2 ottobre, all’Olimpico di Roma, contro i giallorossi, si toglie persino la soddisfazione di segnare il primo gol in serie A. Il Napoli vince 2-0 e lui apre le marcature con un tocco delizioso di destro che non lascia scampo al portiere Pizzaballa. Il raddoppio lo sigla poi Sivori, con una diavoleria delle sue.
‹‹L’assist fu di Juliano, io stoppai la palla col sinistro e tirai al volo col destro. Fu una gioia immensa, anche perché vincemmo la partita. Sivori mise la ciliegina sulla torta con un pallonetto calibrato. Quel Napoli era davvero una bella squadra.››
Il campionato di serie A lo vince la Juventus di Heriberto Herrera, il teorico del “movimiento”, all’ultima giornata. La papera di Sarti a Mantova gela l’Inter del Mago che in una settimana perde Coppa dei Campioni (2-1 in finale col Celtic) e scudetto. Dopo cinque stagioni ricche di successi si chiude l’epoca della Grande Inter. L’anno dopo Paolo passa alla Spal. Dopo due partite, contro Vicenza e Roma, torna al Napoli che lo gira al Catanzaro in B. Non tutti i mali, però, vengono per nuocere. È l’inizio di una favola durata dieci anni. Braca matura come uomo e come calciatore, da ala si trasforma in interno e diviene il regista dei giallorossi che per due volte vincono il campionato e approdano in massima serie, nel ‘71 con Seghedoni e nel ‘76 con Di Marzio. Paolo gioca 240 partite con i giallorossi e segna dieci reti. Ancora oggi in Calabria non lo hanno dimenticato. Vive un unico momento poco felice. Quando un infortunio lo tiene lontano dai campi di gioco per circa due anni. Ma si rialza e torna più forte di prima.
‹‹Mi sono rotto tibia e perone. La frattura, per giunta, era scomposta. All’epoca per una cosa del genere il più delle volte potevi smettere di giocare. All’inizio ho temuto il peggio. Sono ritornato a pieno regime soltanto due stagioni dopo. A Catanzaro ho vissuto momenti indimenticabili. Eravamo un gruppo fantastico, ci frequentavamo anche fuori dal campo. Mi riferisco in particolare alla squadra di Di Marzio che andò in serie A, quella dei vari Silipo, Pellizzaro, Vichi, Banelli, Ranieri, Palanca. Tempo fa in un’intervista al “Corriere dello Sport” proprio Claudio Ranieri ha paragonato il suo Leicester dei miracoli al nostro Catanzaro. Ci divertivamo tantissimo, vincevamo con il sacrificio e con il sorriso. Io ogni giovedì organizzavo una cena a casa mia, Di Marzio però non era ammesso. Siamo rimasti molto amici: abbiamo un gruppo su WhatsApp e così ci teniamo in contatto. Anche le nostre signore continuano a sentirsi telefonicamente quasi ogni giorno. In estate, come possiamo, organizziamo una rimpatriata al mare. Accorrono tutti. Il tempo sembra essersi fermato.››
Nel 1977, dopo dieci stagioni, le strade di Braca e del Catanzaro si separano. Paolo ha 33 anni. Arriva la proposta della Cavese, neo promossa in C. Il centrocampista giunge a Cava con una reputazione di ferro. In Calabria era una bandiera, e non lo era diventato per caso. Si fa subito apprezzare per serietà, dedizione e attaccamento alla maglia. Conquista immediatamente la fascia di capitano e diventa il punto di riferimento dei tifosi in una fase importante della nostra storia. Anche grazie a Paolo Braca la Cavese, piano piano, diventa una compagine solida e costruisce mattone su mattone l’impresa che quattro anni dopo le regalerà per la prima volta la serie B.
‹‹Come a Catanzaro anche a Cava mi sono trovato subito bene. Tanto è vero che sono rimasto a vivere nella valle metelliana con la mia famiglia. Tatticamente da tempo non ero più l’ala sinistra di inizio carriera. Da mezzala o interno mi ero trasformato nel classico regista. Il primo anno abbiamo avuto un po’ di difficoltà. La squadra non riusciva a trovare la sua fisionomia, e a pagare per tutti è stato l’allenatore. Pietro Fontana probabilmente era troppo giovane, ma era una persona seria. La svolta è avvenuta senza dubbio con Corrado Viciani.››
Come si è inserito Paolo Braca nei meccanismi sincronizzati del “gioco corto”?
‹‹Non era facile mettere in pratica quello che ci chiedeva Viciani. Il mister aveva le idee chiare, ma il suo gioco non era adatto a tutti, solo i giocatori dotati tecnicamente potevano riuscirci. I movimenti erano continui, dovevi avere un’ottima forma fisica e non avevi il tempo di rifiatare. Viciani voleva passaggi corti, preferibilmente di prima, ma io godevo della massima libertà: se volevo fare un lancio lungo perché intravedevo una giocata che ci poteva tornare utile, lo facevo lo stesso. Anche con lui ci siamo tolti delle belle soddisfazioni. Nei due anni e mezzo della sua gestione abbiamo gettato le basi per lo splendido campionato del 1980/81.››
Già, chi l’avrebbe mai detto. Alla vigilia di quel torneo la Cavese non godeva certo dei favori del pronostico. E invece…
‹‹Con Santin l’intesa era perfetta. La squadra era veramente forte. Gente come Turini, Canzanese, il mio amico Banelli, con il quale avevo condiviso gli anni di Catanzaro, Glerean, Crusco ci diedero una grossa mano e ci fecero crescere. La società ci stava molto vicino: Eugenio Violante, da dirigente accompagnatore, era sempre con noi, ma anche gli altri non ci facevano mancare nulla. Sulla carta la Sambenedettese, la Reggina e forse anche il Campobasso avevano qualcosa in più, ma ci rendemmo subito conto che con un pizzico di buona sorte avremmo potuto dire la nostra. Io ci credevo. Pensa che in tempi non sospetti chiesi e ottenni il rinnovo del contratto di un altro anno, perché ero sicuro di andare in B. E in B, alla fine, ci andammo veramente.››
Purtroppo Paolo Braca non riesce a godersi completamente la festa. A due giornate dal termine, il 31 maggio 1981, a Campobasso, al secondo minuto della ripresa, il numero dieci subisce un altro gravissimo infortunio e viene sostituito da Banelli. La diagnosi è impietosa: rottura composta di tibia e perone. A 37 anni è un colpo durissimo. A Frosinone la settimana dopo Braca non c’è. La Cavese vince 3-1 col Cosenza e viene promossa. Il capitano è a Cava, nel suo letto, mentre la città impazzisce di gioia. Ma quando i suoi compagni tornano dal Lazio, corrono tutti a casa sua per salutarlo, insieme con una marea di tifosi. È un gesto inaspettato, bellissimo. Un tributo alla carriera che Paolo ricorda con affetto.
‹‹E come potrei dimenticarlo? Abitavo dalle parti della scuola media Carducci, ad un certo punto si è scatenato l’inferno. Io ero a letto, la gamba mi faceva male. Non ti so dire quanta gente mi sono ritrovato accanto al mio letto. Prima sono saliti i compagni di squadra, poi i tifosi. Nel frattempo le strade erano piene di auto che festeggiavano e il rumore dei caroselli entrava dalla finestra e mi scaldava il cuore. Ad un certo punto ho temuto che il frastuono potesse far crollare il palazzo.››
Il primo anno di B Paolo lo vive ai margini della rosa. In attesa del suo recupero la Cavese ingaggia l’esperto Peppe Pavone dal Taranto. Sarà lui a prendere il posto di Braca nello scacchiere di Santin. E a ereditare dal regista giuliese anche la fascia di capitano. Paolo si allena con il gruppo, ma quando si accorge di non essere più lo stesso dice basta. Ha 38 anni. E passa dall’altra parte della barricata. Inizia per lui la seconda vita, e si mette al servizio della Cavese per plasmare le nuove leve.
‹‹Che senso aveva continuare? Vedevo che la gamba non rispondeva come prima. Quando è così, è meglio mettersi da parte. D’accordo con la società ho cominciato a collaborare con il settore giovanile. Ho seguito prima gli Allievi e poi la Primavera. Diversi giocatori che ho cresciuto hanno poi giocato negli anni successivi con la Cavese. Ricordo ad esempio i vari Solimeno, Scermino, Schettini, Pagano, Accardi, Carafa, Di Santi e Missano.››
Molti di questi scendono in campo il 24 agosto 1986, in una gara di Coppa Italia contro l’Inter di Rumenigge e Altobelli. La Cavese, appena retrocessa in C/2 dopo lo scandalo del Calcioscommesse, è guidata da Angelo Mammì, ex attaccante del Catanzaro, ed ex compagno di squadra di Paolo. Alla vigilia dell’esordio in campionato a Giarre, però, Mammì si dimette e se ne torna a casa. In panchina in Sicilia ci va Braca. Gli aquilotti perdono 2-0, ma si battono con onore. La domenica successiva pareggiano in casa per 1-1 con la Paganese. Poi Braca si fa da parte e la società affida la guida tecnica a Bruno Piccioni. Paolo Braca tornerà sulla panchina della Cavese soltanto nel mese di novembre del 1990, prendendo il posto di Beniamino Cancian. Sarà un campionato bellissimo, nonostante le difficoltà finanziarie. Il club è sul lastrico, a giugno del 1991 arriva il fallimento. Ma quella squadra lotta per la promozione in C/1 con Ischia e Acireale, chiude al sesto posto e entra nel cuore di tutti.
‹‹Posso dire tranquillamente che se avessimo avuto una società alle spalle, avremmo potuto giocarcela fino alla fine. Avevo un gruppo vero, che mi seguiva e onorava la maglia. La squadra era forte, aveva tecnica e forza fisica. Il problema era che Adolfo Albano da solo non poteva portare avanti la baracca e cercava di fare quello che poteva. Ad un certo punto i debiti erano ingenti, gli incassi venivano puntualmente pignorati dai creditori e molti tifosi ci aiutavano con delle collette per fare le trasferte. Peccato perché si era creato un legame bellissimo tra i ragazzi e il pubblico che ci avrebbe potuto portare lontano.››
Braca torna a sedersi sulla panchina aquilotta nel 1994, dopo la promozione tra i dilettanti conquistata dalla Cavese di Vittorio Belotti. È reduce da un buon campionato alla guida del Castrovillari. Ma ancora una volta non è fortunato. Pasquale Sorrentino è in difficoltà e a giugno lascerà il club alla cordata capeggiata da Franco Troiano. La squadra è incompleta e il campionato prosegue senza infamia e senza lode. Fino a quando durante le vacanze di Natale, a sorpresa, arriva l’esonero che lo allontana dalla navicella biancoblù. Un episodio che il vecchio capitano non ha dimenticato e sul quale preferisce glissare.
‹‹Se ci sono rimasto male? Beh, è stata una situazione troppo particolare, tormentata direi. Lasciamo stare, non ne voglio parlare. Non ne vale la pena. Quella non era più la Cavese che io avevo conosciuto negli anni addietro.››
Paolo Braca non si dà per vinto e supera anche questa delusione. Gira i campi d’Italia e d’Europa, come selezionatore delle squadre giovanili della Federazione, e come osservatore per conto di club di serie A. Poi nel 2009 Antonio Di Giovanni gli affida la direzione tecnica del settore giovanile aquilotto. Sarà l’ultimo incarico ufficiale che legherà Paolo ai colori biancoblù. Quell’anno il consulente di mercato della società metelliana, per conto di don Pasquale Casillo, è Peppe Pavone. I due capitani di inizio anni Ottanta si ritrovano, anche se per poco tempo, uno a fianco all’altro. Oggi, a due mesi dal Centenario, Braca si augura che con Pavone e il nuovo corso voluto da Massimiliano Santoriello la Cavese abbia imboccato la strada giusta per tornare ai fasti di un tempo.
‹‹Mi fa piacere che la Cavese abbia di nuovo una società solida. Negli ultimi anni troppe cose non sono andate per il verso giusto, sai cosa voglio dire. Santoriello punta sul settore giovanile e fa bene. Certo, i risultati non vengono subito, ci vuole tempo. Ma con costanza e sacrificio si può ottenere qualcosa di importante. Auguro agli aquilotti di riuscire a centrare i play off. Sarebbe una bella soddisfazione, proprio perché ad inizio stagione si parlava esclusivamente di salvezza. Ma nel calcio, si sa, l’appetito vien mangiando. E noi del 1980/81 ne sappiamo qualcosa.››

Fabrizio Prisco

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