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CAVESE-REGGINA AD ARACE DI LUGO DI ROMAGNA

Per la partita di domenica alle ore 14:30 al Simonetta Lamberti contro la Reggina, arbitrerà il signor Mario Davide Arace della sezione AIA di Lugo di Romagna.

Gli assistenti saranno Mattia Politi della sezione AIA di Lecce e Riccardo Pintaudi della sezione AIA di Pesaro.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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DOPPIA SEDUTA OGGI: ROSAFIO E PUGLIESE CON IL GRUPPO

Doppia seduta tra Pregiato e il Lamberti oggi per gli aquilotti. Pugliese e Rosafio hanno lavorato insieme ai compagni: Eletto e Romano del settore giovanile si sono uniti al gruppo.

Terapie per Palomeque uscito anzitempo domenica per una distorsione alla caviglia. Magrassi (problema muscolare post-gara) e Migliorini lavoro hanno svolto lavoro personalizzato.

Per Damiano Lia lo staff medico ha programmato una consulenza chirurgo-ortopedica per una frattura al primo metatarso evidenziata dopo esami strumentali.

Domani allenamento mattutino al Desiderio.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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INIZIA LA VENDITA PER IL MATCH DI DOMENICA CON LA REGGINA

Parte la prevendita per il match Cavese-Reffina di domenica 14 Aprile ore 14:30 al Simonetta Lamberti. 

Comunichiamo, inoltre, ai nostri tifosi che per acquistare i biglietti, è necessario esibire un documento di identità valido all’acquisto ed ai varchi di ingresso dello stadio.

Prezzi per settori aperti:

  • Curva Sud “Catello Mari” 8 euro (ridotto 6 euro*)
  • Tribuna Scoperta 15 euro (ridotto 12 euro*)
  • Tribuna Laterale Coperta 20 euro (ridotto 17 euro*)
  • Tribuna Centrale Coperta Hospitality 35 euro (ridotto 30 euro*)                                  Ospiti 8 euro (con Fidelity Card Reggina)  

*biglietti ridotti per Over70 (adulti che non hanno compiuto il settantesimo anno di età), Donne, Under 18 (ragazzi/e che non hanno compiuto il diciottesimo anno di età) e accompagnatori diversamente abili.

Ingresso gratuito per gli Under 12 (che non hanno compiuto il dodocesimo anno di età). 

Per i diversamente abili il settore loro dedicato è la Tribuna Scoperta. 

Le rivendite autorizzate per acquistare i biglietti:

  • Cartoleria Tirrena corso Mazzini, 87
  • Cafe’ Trinità corso Mazzini, 235/237
  • Caffe’ D’Essai piazza De Marinis, 8
  • Punto Ricarica Betwin360 corso Mazzini, 256
  • Cartoleria Jolly via T. Di Savoia, 20
  • Bar Enotrio via A. Sorrentino 5
  • Al Caffè via L. Siani, 12
  • Bar Daniel’s via Garzia 49/51
  • Insomnia Caffè via U. Mandoli 18
  • Givova Store via E. Talamo 13
  • News Cafe’ corso Palatucci 33
  • Uff. Gustaminori Largo S. Pastai (Minori)

IL BOTTEGHINO TRIBUNA STADIO APERTO LUNEDÌ DALLE ORE 12:30.

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: PIERLUIGI PIEROZZI, IL GIOCATORE UNIVERSALE

“Piero gol” cantava la curva, e lui giocava, lottava e segnava. Correva tanto, a tutto campo, e non si fermava mai. Soprattutto non mollava mai, anche quando tutto sembrava perduto. Non c’è nessun calciatore alla fine degli anni Ottanta che si è identificato nei colori biancoblù più di Pierluigi Pierozzi. Arrivato dal Catania ai primi di ottobre del 1988, reduce da un paio di stagioni in chiaroscuro in seguito ad un grave infortunio subito ad Arezzo, a Cava si rilanciò e divenne ben presto il simbolo di quella Cavese che si dibatteva tra sogni di rivalsa e problemi economici che sfociarono nel fallimento del 1991. Lo chiamavano simpaticamente “cavallo pazzo”, per via della sua folta capigliatura, e perché era come Luciano Chiarugi, l’attaccante di Fiorentina, Milan e Napoli: quando partiva era impossibile fermarlo. Negli anni dell’esplosione del “Sacchismo” e del ritorno al calcio totale, Pierluigi Pierozzi, in serie C, era il prototipo del giocatore universale: da ala o da seconda punta, te lo ritrovavi a pressare sulla fascia, a centrocampo e a volte anche in difesa. Anche per questo Rino Santin, che lo aveva avuto alle sue dipendenze a Catania, aveva scommesso ad occhi chiusi su di lui. Il 4-4-2 e la nuova moda della zona per Pierozzi, d’altra parte, non erano una novità: nella stagione 84/85 era stato una delle rivelazioni del Rimini allenato proprio da Arrigo Sacchi e solo la sfortuna gli aveva impedito di affermarsi tra i cadetti con la maglia amaranto dell’Arezzo. Nella Cavese vestì la casacca numero undici, poi la mitica “dieci”, e nel terzo anno, quello più tribolato, lo spogliatoio gli affidò anche la fascia di capitano. Un riconoscimento dovuto per un giocatore che è rimasto legatissimo alla nostra città e che, ancora oggi, non smette di sentirsi uno di noi, nonostante sia tornato da tempo nella sua Toscana.
‹‹Alla gente di Cava sarò sempre grato – spiega Pierluigi Pierozzi – non posso dimenticare come sono stato accolto e come sono stato trattato. Quando sono arrivato mi sono ritrovato a giocare in C/2 dopo quattro anni, ma considerando la passione della gente, l’attenzione degli addetti ai lavori e il rispetto per il nostro lavoro mi è sembrato di essere in serie A. La Cavese non c’entrava nulla in quella categoria, era davvero fuori contesto.››
Prima di parlare dei tre anni vissuti nella valle metelliana, facciamo un passo indietro. Pierluigi Pierozzi nasce a Firenze l’8 novembre del 1963. Per sette anni fa tutta la trafila nelle giovanili della Fiorentina. Poi nel 1983/84 va a Massa in C/2. L’esplosione avviene l’anno dopo in C/1, nelle file del Rimini: a 21 anni Pierozzi colleziona 31 presenze, segna 5 gol e si impone come uno dei talenti più promettenti. Il Rimini arriva quarto e per mesi culla il sogno della promozione in B. Il merito è tutto di Sacchi. Che tipo era?
‹‹Aveva le idee chiare. Tutto quello che dopo qualche anno si vedrà nel suo Milan, noi lo facevamo già a Rimini: zona, pressing, 4-4-2, cura della condizione fisica e dei particolari, impegno maniacale in campo e fuori. Ricordo che ci faceva fare degli allenamenti 11 contro 0 per mostrarci come dovevamo stare in mezzo al campo e se sbagliavi la posizione anche solo di un metro ti faceva ripetere il movimento all’infinito. Si capiva che avrebbe fatto strada. Io giocavo da seconda punta e il mister mi chiedeva tanto sacrificio perché dovevo rientrare a centrocampo per dare una mano.››
A fine campionato il Rimini resta in C/1, ma Sacchi e Pierozzi si separano: il tecnico di Fusignano va a Parma dove l’anno dopo vincerà il campionato di terza serie e approderà tra i cadetti; Pierluigi viene acquistato dall’Arezzo e va subito in B. L’inizio della nuova stagione però è drammatico. In Coppa Italia contro il Genoa un grave infortunio al ginocchio lo tiene fuori quasi diciotto mesi. Per Pierluigi la serie B resta una chimera.
‹‹Arrivo ad Arezzo e mi metto a disposizione dell’allenatore Mario Russo con grande entusiasmo, ma si vede che non era destino. In Coppa Italia a Udine, il 21 agosto 1985, ricevo una gomitata e mi rompo il naso. Quattro giorni dopo giochiamo in casa col Genoa. Io sono in panchina, col naso incerottato, meglio non rischiare. Segna Ugolotti, i grifoni pareggiano ad una decina di minuti dal termine con Policano. Manca poco alla fine, c’è un calcio d’angolo per noi. Il mister mi guarda e mi chiede se me la sento, sai che di testa me la sono sempre cavata. Entro, vado in area. La palla arriva nel mezzo, faccio un movimento strano e mi accorgo che c’è qualcosa che non va. Il giorno dopo ho il ginocchio sinistro che sembra un melone. La diagnosi è impietosa: rottura del crociato, la stagione per me finisce ancora prima di cominciare. Rientro il campionato successivo, ma ci vuole tempo per riprendere forza e convinzione nei propri mezzi. Gioco un’amichevole con la Steaua Bucarest campione d’Europa, ma scendo in campo solo a tre giornate dalla fine a Taranto, il 7 giugno 1987. Quella sarà la mia unica presenza in B. A settembre, dopo il ritiro, vado in prestito a Catania in C/1 con tanti rimpianti.››
In Sicilia Pierozzi vive un’altra stagione difficile. Gli etnei sono appena retrocessi dalla B e sono costruiti per primeggiare, ma non ingranano e cambiano ben tre allenatori. Sulla panchina rossoblù si alternano Osvaldo Jaconi, Rino Santin e Bruno Pace. Alla fine il Catania si ritrova a lottare per non retrocedere e si salva allo spareggio contro la Nocerina. Pierozzi gioca poco, 15 partite, e a fine anno torna all’Arezzo. Ma a Catania conosce molti compagni che ritroverà negli anni successivi a Cava: Marigo, Polenta, Garzieri, Frazzetto e Del Rosso. In quel Catania ci sono anche due ex aquilotti, Mandressi e Puzone. Inutile dire che Pierluigi si lega moltissimo a Rino Santin. Che non appena può lo porta in biancoblù.
‹‹A Catania avevamo tutto per vincere il campionato, ma eravamo appena retrocessi e molti non si sono saputi calare nella dura realtà della terza serie. Ci siamo salvati per il rotto della cuffia e io sono tornato all’Arezzo. A settembre Santin mi ha telefonato a casa. Che fai lì, mi ha detto, vieni a Cava. Lui aveva accettato di ripartire dalla C/2 con la squadra della sua città. Aveva una voglia matta di rilancio. Per me la Cavese significava un doppio passo all’indietro. Ma il mister mi ha convinto in un istante. Dai retta a me, mi ha detto ancora, mi ringrazierai per tutta la vita. Ha avuto ragione.››
Al di là di questo episodio, che rapporto avevi con lui? Com’era Santin all’interno dello spogliatoio?
‹‹Per certi versi mi ricordava un po’ Sacchi. Era un grande lavoratore, amava in maniera viscerale quello che faceva, chiedeva a tutti la massima dedizione e il massimo sacrificio, per noi era un punto di riferimento. Era sempre disponibile al dialogo ed aveva una umanità fuori dal comune. Di me lui apprezzava il fatto che in campo e fuori ero un generoso. Mi ha voluto fortemente, mi ha aspettato, anche quando la condizione fisica non mi sosteneva completamente. Non è mai facile rimettersi in sesto dopo l’infortunio che ho avuto io. Gli sarò per sempre riconoscente.››
Com’è stato l’impatto con Cava?
‹‹Bellissimo, mi sono ambientato subito. Ho trovato una società che non ci faceva mancare nulla, un pubblico straordinario e una passione infinita. Cava è stata la mia seconda casa, tanto è vero che ci sono rimasto per tre anni insieme con mia moglie Laura. In quel periodo è nata mia figlia Martina ed abbiamo concepito mio figlio Leonardo. Ho abitato in via Sorrentino, nei pressi della sede del club, a Sant’Arcangelo e sempre in centro, nei pressi della Pasticceria Sandro. Amavo passeggiare sotto i portici, anche se mia moglie quando le chiedevo di uscire mi guardava e diceva: Andiamo, però tu non ti fermare a parlare con tutti, mi raccomando… (ride ndr) Sai, sono una persona molto socievole, mi piace stare in mezzo alla gente. Basta poco per fare felice una persona: a volte anche solo un sorriso, una stretta di mano, una pacca sulla spalla.››
La Cavese inizia il campionato 1988/89 con il chiaro intento di vincere il girone D della serie C/2. La squadra è forte e la rosa è ben amalgamata. Pierozzi non è ancora al cento per cento, ma scende in campo in ventisei occasioni. Segna due gol, si mette al servizio dei compagni e in particolare del suo partner d’attacco Fabrizio Del Rosso. La piazza ci crede, vuole tornare in C/1, ma alla fine la promozione sfuma sul filo di lana. In C/1 ci vanno Campania Puteolana e Siracusa. Gli aretusei finiscono secondi con un solo punto di vantaggio sulla Cavese. Decisiva, a tre giornate dal termine, risulta la vittoria dei siciliani ad Afragola che matura in pieno recupero anche grazie all’arbitraggio discutibile del signor Rausa di Cosenza.
‹‹Sicuramente qualcosa di poco chiaro accadde quel giorno e anche in altre circostanze. Posso dire che noi ci abbiamo provato fino all’ultimo e non abbiamo mai mollato. Tanto è vero che all’ultima giornata avevamo lo scontro diretto con il Siracusa al Lamberti e, anche se era tutto inutile, abbiamo giocato per vincere perché volevamo regalare una soddisfazione ai nostri tifosi. La squadra era esperta e ben assortita, abbiamo avuto qualche battuta d’arresto come a Genzano dove potevamo fare di più, ma nel corso dell’anno ci siamo spesso imbattuti in qualche direttore di gara che non ci ha affatto favorito. Probabilmente in Lega non eravamo ben visti come il Siracusa e questo alla fine ha fatto la differenza.››
Il campionato successivo la Cavese ci riprova, si rinforza ulteriormente con gli acquisti, tra gli altri, di Adriano Polenta, Ennio Mastalli e Attilio Sorbi, ma le cose non vanno per il verso giusto. E Santin conosce addirittura l’onta dell’esonero. Pierozzi colleziona 30 presenze e segna 6 reti. La stagione si chiude con un ottavo posto che lascia l’amaro in bocca.
‹‹Siamo stati presuntuosi, lo dico senza mezzi termini. Credevamo di poter stracciare il campionato, ci sentivamo più forti degli altri e invece eravamo tante primedonne. Alla fine, a pagare, come spesso accade è stato l’allenatore. Quando Santin è stato mandato via, dopo la netta sconfitta casalinga con l’Atletico Leonzio, ho capito che la stagione era compromessa. È arrivato Mario Zurlini, persona eccellente, ma fin da subito è stato un corpo estraneo alla squadra. Non era l’allenatore giusto per quel gruppo, non è riuscito a dare una sterzata. Santin ci è rimasto malissimo, come molti di noi, si è sentito tradito da alcuni dirigenti. Quando è stato richiamato, ormai non c’era più nulla da fare. È stato un peccato.››
Alla fine del campionato 1989/90 la Cavese, che era tornata a chiamarsi Pro Cavese, inizia ad avere problemi societari. Molti azionisti vanno via, nuvole nere si addensano sul mondo aquilotto. Al timone del club resta Adolfo Albano, in attesa di una svolta che non ci sarà. Si susseguono voci, incontri istituzionali, ma i debiti accumulati sono ingenti e chi è interessato all’acquisizione della proprietà scappa a gambe levate. La terza stagione in biancoblù per Pierozzi è la più tormentata, ma paradossalmente la più bella. È quella che lo consacra definitivamente come uno dei calciatori più amati della nostra storia per grinta e attaccamento ai colori.
‹‹Mi sentivo bene, finalmente ero tornato me stesso. Ho capito subito che ci stavamo avviando verso il baratro perché il povero Adolfo Albano era rimasto solo. Lui ha provato a fare il massimo, ma ad un certo punto non ha avuto il coraggio di fare un passo indietro. Non poteva reggere il peso di una situazione insostenibile, nessuno lo ha aiutato. Noi ci siamo uniti ancora di più. Eravamo una famiglia, i più anziani aiutavano e sostenevano i più giovani e lo staff tecnico era straordinario, da Beniamino all’ultimo dei collaboratori. Da gennaio siamo andati veramente in crisi perché i soldi erano finiti e i creditori si presentavano puntualmente allo stadio per pignorare gli incassi. La gente si è stretta attorno alla squadra, i tifosi facevano delle collette e spesso ci autotassavamo per le trasferte. Ma ho un ricordo di quel campionato fantastico, nonostante tutto. Se avessimo avuto una vera società alle spalle, probabilmente sarebbe andata diversamente.››
Ai nastri di partenza del campionato 1990/91, che si chiuderà con il triste epilogo del fallimento, la Pro Cavese si presenta con Beniamino Cancian in panchina. Santin è andato via e si è accasato al Nola. Ben presto però Cancian si dimostra inadeguato e, al suo posto, viene chiamato Paolo Braca, il prode capitano di tante battaglie, alla sua prima vera esperienza da allenatore professionista. Braca si dimostra l’uomo giusto al posto giusto nel momento sbagliato. A Pierozzi, leader e goleador, il gruppo consegna la fascia di capitano. La squadra entusiasma e lotta per la promozione fino alla fine. Considerando le premesse e la crisi economica irreversibile della società, è una sorta di miracolo.
‹‹Cancian era un tecnico vecchio stampo, non era adatto a noi. Con Braca è cambiato tutto. Il mister è stato fantastico, ci siamo intesi immediatamente. Lui era semplicemente il “calcio”: professionalità, pacatezza, serietà, conoscenza infinita del gioco, umanità, capacità di farci vivere nel modo giusto le tensioni e il momento difficile. Con lui è stato tutto facile. Ci siamo affidati a Paolo, lo abbiamo seguito, siamo diventati un corpo unico. Polenta e Sorbi erano un po’ i punti di riferimento del gruppo: Adriano mi ha affidato la fascia di capitano, il mister la maglia numero dieci. Per me è stato un grande onore e ho cercato di onorarle entrambe al meglio. Braca mi ha chiesto di giocare più indietro, alle spalle di Ricci e Sorrentino. Partivo largo dalla sinistra e poi mi accentravo. Ero una specie di collante tra centrocampo e attacco e negli inserimenti riuscivo ad essere più pericoloso sotto rete. Ho segnato dieci gol, è stata la mia stagione migliore.››
Quella squadra aveva notevoli individualità. A Cava la gente la ricorda con affetto, così come ricorda la lotta punto a punto per la promozione con Ischia e Acireale, la rimonta clamorosa da 0-3 a 3-3 con l’Enna e altre prestazioni tutta grinta e sostanza. Quale partita di questo campionato suscita in Pierozzi i ricordi più dolci o il rammarico maggiore?
‹‹Beh, potrei dire facilmente Cavese-Enna 3-3. Ricordo ancora distintamente il boato dello stadio al gol del pareggio di Carafa. Perdevamo 2-0 dopo il primo tempo, negli spogliatoi ci guardammo negli occhi e capimmo che dovevamo dare di più perché non potevamo deludere tutta quella gente. Avevamo preso l’incontro sotto gamba, eravamo già in grande difficoltà e non vedevamo gli stipendi da mesi. Abbiamo subìto il terzo gol, io ho sbagliato un rigore, ma abbiamo acciuffato la partita per i capelli ed è stato bellissimo. La gara però a cui sono più legato è quella con la Vigor Lamezia, all’ultima giornata. Ci siamo congedati con la serie C/2 con una vittoria per 3-0. La trasferta è stata una vera odissea. Siamo partiti di domenica mattina, il pullman si è rotto sull’autostrada e siamo stati fermi un paio d’ore in autogrill, in attesa di un bus sostitutivo. Abbiamo mangiato un panino, sembrava di essere in gita scolastica. Siamo arrivati a Lamezia in estremo ritardo. Abbiamo giocato, abbiamo vinto e siamo tornati a Cava cantando e con la tristezza nel cuore perché di lì a poco quella squadra fantastica sarebbe stata smembrata. Ancora oggi mi sento con diversi elementi di quella Cavese. È impossibile dimenticare quello che abbiamo vissuto insieme.››
L’avventura di Pierluigi Pierozzi a Cava finisce così. Con tanta tristezza e la consapevolezza di avere sfiorato un’impresa storica. Mentre la Cavese conosce l’onta del fallimento e ripartirà dall’Eccellenza, “Piero gol” va alla Lodigiani, vincerà il campionato di C/2 e vestirà ancora le maglie di Atletico Leonzio, Atletico Catania, Acireale e Leffe, prima di appendere le scarpette al chiodo. Oggi è tornato a vivere in Toscana, tra Firenze e Prato, ha gestito una ditta di materiale sportivo e da quest’anno è il direttore generale della Florentia, squadra di calcio femminile che milita in serie A. Un’esperienza che gli sta dando molte soddisfazioni. Anche la figlia Martina fa parte dello staff dirigenziale del club biancorosso: riveste la carica di Responsabile della Comunicazione.
‹‹Ho conosciuto il presidente della Florentia Tommaso Becagli e mi ha convinto a rientrare attivamente nel mondo del calcio con il suo entusiasmo e la sua professionalità. La Florentia è una società nata solo 3 anni fa che ha ottenuto ottimi risultati e coltiva grandi ambizioni. Il calcio femminile non ha le tensioni di quello maschile e sicuramente non ha le attenzioni dei media che meriterebbe. Il movimento è in crescita, tanto si può ancora fare. Ho tante idee: per me una società non deve essere solo protagonista dal punto di vista sportivo, ma deve essere un esempio anche sul piano organizzativo e strutturale.››
Anche da dirigente Pierluigi Pierozzi sa il fatto suo. Un po’ come accadeva quando calcava da protagonista i campi della serie C, ed era uno dei calciatori più amati della nostra città. Un legame che non si è mai reciso, nonostante lo scorrere inesorabile del tempo.
‹‹Ho rivisto la Cavese dal vivo quando è venuta a giocare dalle mie parti, a Prato e a Pistoia. Mi ha fatto piacere vedere che adulti e giovani mi hanno riconosciuto e mi chiamavano per nome. Sono passati tanti anni, ma nulla è cambiato. Cercherò di essere con voi per la serata del Centenario. Quando Cava chiama, bisogna rispondere sempre presente.››

Fabrizio Prisco

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