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RECUPERO VITERBESE-CAVESE: TORNANO MIGLIORINI E MAGRASSI

Al Desiderio di Pregiato gli aquilotti hanno svolto la rifinitura per la partita in programma domani al Rocchi di Viterbo ore 14:30 (gara di recupero).

Tornano tra i convocati Migliorini, Magrassi e Palomeque. Allenamento differenziato per Nunziante (uscito anzitempo con la Reggina) e Logoluso: esami strumentali hanno dato esito negativo.

Portieri: 12 Bisogno, 22 De Brasi

Difensori: 2 Palomeque, 3 Silvestri, 5 Manetta, 13 Bacchetti, 23 Bruno, 29 Lia, 35 Ferrara M, 37 Filippini

Centrocampisti: 4 Migliorini, 8 Favasuli, 11 Fella, 14 Tumbarello, 16 Buda, 34 Castagna

Attaccanti: 7 Rosafio, 10 De Rosa, 18 Flores Heatley, 24 Agate, 27 La Ferrara, 30 Dibari, 36 Magrassi, 38 Sainz-Maza

Indisponibili: Nunziante, Logoluso, Pugliese

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: L’INCHINO

Il cuore mi batteva a mille. Guardavo la fila interminabile di autobus arancioni del CSTP, parcheggiati alle spalle della Curva Sud, che ci avrebbe portato a Nocera, e non stavo più nella pelle. Andare al San Francesco da primi in classifica, chi se lo sarebbe mai aspettato! Di notte non avevo chiuso occhio, troppa adrenalina. Accendevo e spegnevo la lampada sul comodino, osservavo distrattamente l’orologio, ma di dormire non se ne parlava proprio. Le ore passavano lente. Nella mente avevo ancora le immagini della splendida vittoria col Manfredonia di qualche giorno prima.
Loro erano i favoriti, noi la sorpresa del girone. Una squadra messa insieme in quattro e quattr’otto, in estate. Una manica di sconosciuti, un nuovo presidente, Ottavio Cutillo da Candida in provincia di Avellino, vulcanico imprenditore che si occupava di import-export di auto dall’estero, un nuovo allenatore, Salvatore Campilongo, ex bucaniere d’area di rigore, e tante, troppe incognite. Fin dal ritiro di Rivisondoli e dalle prime uscite in Coppa Italia, però, i biancoblu avevano sorpreso tutti. La Cavese di Campilongo in poche partite aveva fatto dimenticare quella opaca di Castellucci che l’anno prima si era classificata al decimo posto in serie C/2. Il 4-3-3 spumeggiante del tecnico di Fuorigrotta aveva strabiliato tutti: grinta, pressing, tagli, verticalizzazioni e azioni tambureggianti dal primo all’ultimo minuto. Quella Cavese era troppo bella per essere vera. Panini, D’Amico, Schetter, Scichilone, gli aquilotti che con Castellucci avevano stentato, sembravano trasformati.
Con il Mandredonia di Bitetto era stata un’apoteosi. Gente come Sassanelli, Trinchera, Brutto, Piccioni, Mitri e Vadacca avevano fatto una figura barbina. Io ero nei distinti, sotto la pioggia. Ad applaudire, insieme agli oltre cinquemila spettatori del Lamberti, i ragazzi terribili di Campilongo che avevano disputato la partita perfetta. Li avevamo battuti con un gol per tempo di Alfano e Galizia e avevamo rafforzato il primato in classifica. Nocera era la prova del nove. Eravamo una meteora o saremmo andati lontano? La C/1 era possibile o era meglio restare con i piedi per terra?
Mentre stavo per essere sopraffatto da questi interrogativi “marzulliani”, Alessandro e Graziano mi vennero incontro e mi salutarono calorosamente. Ci conoscevamo da anni e da anni condividevamo la passione per la nostra magica Cavese. Da giorni eravamo d’accordo che saremmo scesi al San Francesco insieme a tutti gli altri. In quel campionato avevo deciso di seguire le partite in trasferta in mezzo alla marea di tifosi che scortava gli aquilotti in giro per l’Italia, e non in sala stampa. Quella squadra ci stava facendo sognare e a Cava si era riacceso l’entusiasmo. Volevo gustarmi il momento fino in fondo, assaporarlo attimo dopo attimo con gli amici più cari.
– Cosa stai pensando? – mi chiese Alessandro – Sei preoccupato?
– La Nocerina è in brutte acque – aggiunse Graziano – ha da poco cambiato allenatore e si deve salvare. Giocheranno alla morte. Ma noi dobbiamo stare tranquilli. Se qualcuno si avvicina troppo a Mancinelli, ci pensa Catello…
Catello Mari era il difensore più forte che avevamo. Era il leader del reparto arretrato, la sorpresa più grande della compagine di Salvatore Campilongo. Era giunto in estate tra l’indifferenza generale. Non aveva mai giocato in serie C, veniva da un paio di stagioni con la maglia della Casertana in D e prima aveva calcato i campi polverosi di periferia alla ricerca di un posto al sole. Aveva talento e coraggio, ma non i santi in Paradiso, e più volte aveva pensato di smettere. Ora, a 26 anni, si era presentata la grande occasione in una piazza che conosceva bene, dato che aveva giocato nelle giovanili della Cavese. A Cava, tra l’altro, Catello aveva tanti amici. Aveva frequentato il Ragioneria e, ai tempi delle scuole superiori, stazionava quasi sempre nella villetta di viale Marconi, davanti all’istituto. Mari era stato il primo giocatore che Campilongo aveva chiesto in estate al diesse Nicola Dionisio durante la campagna acquisti. Lo aveva avuto con sé a Caserta e sapeva perfettamente cosa avrebbe potuto dare alla causa biancoblù. Molti tifosi, al suo arrivo, avevano storto il naso, ma il ragazzo di Castellammare aveva conquistato tutti. Con lui la difesa era diventata un fortino inespugnabile.
Anche con il Manfredonia Catello aveva disputato una gara magistrale. Al suo fianco chiunque faceva un figurone, sembrava un elemento di categoria superiore. In sala stampa anche il tecnico dei pugliesi Leonardo Bitetto, ex libero della Cavese della B, gli aveva fatto i complimenti. Lui non si era montato la testa, anzi, aveva trovato il modo per scherzare ugualmente con i giornalisti. “Lasciatemi stare, non sono bravo con le parole, preferisco il campo. Tanto lo so che al primo errore mi tagliate…” aveva affermato con la consueta dose di autoironia.
Quello che aveva detto Graziano lo pensavamo un po’ tutti. Con Catello in campo ci sentivamo invincibili. In poche partite aveva meritato la nostra fiducia. Anche contro la Nocerina, nei momenti difficili, ci saremmo aggrappati alla sua classe e alla sua cattiveria agonistica per risolvere le situazioni più intricate.
– Forza ragazzi, salite sugli autobus. Ognuno con biglietto e documento bene in vista. Si parte!
Le parole di un poliziotto, improvvisamente, ci riportarono alla realtà. Era giunto il momento di metterci in marcia. Io, Alessandro e Graziano salimmo sul bus che ci era stato assegnato e ci mescolammo alla marea che si apprestava ad invadere lo stadio San Francesco. Era il 14 dicembre 2004. Considerata la rivalità e il fatto che in passato le sfide con i molossi erano sempre state caratterizzate da incidenti, il prefetto aveva deciso che la partita si sarebbe disputata in un insolito martedì pomeriggio, per concentrare nell’impianto nocerino il maggior numero possibile di forze dell’ordine, provenienti dalla questura di Salerno e dai commissariati di Nocera Inferiore e Cava de’ Tirreni. Noi eravamo mille. Mille cuori che battevano all’unisono per la maglia biancoblù, inseguendo il sogno più bello. Loro sarebbero stati almeno in quattromila. Anche la squadra di Campilongo era partita poco prima di noi, scortata, alla volta del San Francesco. In fondo Cava e Nocera distano pochi chilometri. Li avevamo spronati come al solito con i nostri cori di incitamento, ma forse non ce n’era nemmeno bisogno. Il match non valeva semplicemente tre punti, in palio c’era molto di più. Campilongo lo sapeva bene, e aveva caricato a pallettoni i suoi ragazzi.
Il tragitto, brevissimo, per arrivare a Nocera sembrò durasse un’eternità. Gli autobus, incolonnati, e rumorosi più che mai, straboccanti di tifosi, pulsavano di passione. Ad ogni incrocio, ad ogni semaforo, ad ogni stradina, blindati della polizia, con agenti in assetto antisommossa, presidiavano il territorio. Sembrava di essere in guerra. Qualche pietra fu lanciata ugualmente all’indirizzo degli autobus, ma non pregiudicò il nostro cammino. In pochi minuti giungemmo a destinazione e colorammo di blu il settore distinti, riempiendolo all’inverosimile.
Davanti alla tribuna, invece, successe di tutto. I tifosi della Nocerina si scontrarono a più riprese con la polizia, cercando il contatto. Due supporters rossoneri si arrampicarono su un pilone dell’energia elettrica che, cedendo improvvisamente, cadde all’interno dello stadio, provocando il ferimento di altre due  persone che entrarono sulla pista d’atletica per farsi medicare. Le due squadre erano impegnate nel riscaldamento. Gigi Cipriani, il compagno di reparto di Catello, vide la scena e si spaventò. Catello lo rassicurò prontamente.

– Non guardare, Gigi – gli disse – non c’è da aver paura. Resta concentrato. Conta solo quello che succede sul rettangolo di gioco. Siamo più forti, ce li mangiamo!

Catello aveva legato moltissimo con Gigi Cipriani. I due stavano sempre insieme, anche fuori dal campo. Gigi veniva da Ferentino e aveva giocato nel Frosinone. Lo chiamavano “Cip”, come il suo omonimo parlamentare di Democrazia Proletaria, operaio della Pirelli e membro della Commissione Stragi, l’uomo che fece arrestare il generale dell’Aeronautica Militare Tascio dopo la strage di Ustica. Ma questo ai ragazzi della Cavese importava poco, forse neanche lo sapevano: a loro interessava solo giocare a pallone e arrivare il più in alto possibile con i nostri colori. Catello e Gigi dividevano la camera in ritiro e uscivano insieme dopo gli allenamenti. La settimana prima del derby tutti quelli che incontravano sotto i portici ripetevano a entrambi la stessa cosa: “Mi raccomando, a Nocera dobbiamo vincere! E, in ogni caso, non bisogna perdere!”. E mentre Cipriani sorrideva timidamente, Catello rispondeva con sicurezza, facendo un po’ lo spaccone: “Me la vedo io…”.

Quando l’arbitro, il signor Lops di Torino, entrò sul manto erboso del San Francesco con i ventidue protagonisti, lo stadio esplose in un applauso fragoroso. La Nocerina, nella tradizionale divisa rossonera con pantaloncini e calzettoni neri, si schierò con il seguente undici: De Felice, Vezzosi, Di Lello, Pennacchietti, Pezzoli, Cammarota, Guida, Rocco, Garofalo, Rosa, Mazzeo. La Cavese, che invece per l’occasione indossava la maglia bianca da trasferta, rispose così: Mancinelli, Panini, Cipriani, Mari, Pagano, Schetter, Tatomir, D’Amico, Galizia, Marchano, Placentino. Rispetto alla vittoriosa gara col Manfredonia tornavano a disposizione Panini e Schetter, mentre erano indisponibili Alfano e l’infortunato Scichilone, ancora ai box dopo la botta rimediata a Potenza. Nei distinti io, Alessandro e Graziano eravamo tesi come delle corde di violino, non stavamo nella pelle. Era una splendida giornata di sole, non sembrava neanche che fosse un pomeriggio di dicembre. In tribuna, insieme con i dirigenti della Cavese, c’erano il presidente Cutillo, il papà di Catello, Giuseppe, e lo zio Carlo, pronti a godersi lo spettacolo.

La partita, nonostante il terreno di gioco fosse in pessime condizioni e nonostante la tensione, fu correttissima. Il tecnico molosso Fabris, incurante della differenza di punti in classifica, esortava i suoi a stazionare nella nostra metà campo. Gli aquilotti si difendevano sornioni. Campilongo si sbracciava dalla panchina insieme al suo fido collaboratore Pidone, aspettando il momento propizio per colpire. Catello e Cipriani si alternavano nella marcatura dei due attaccanti Rosa e Mazzeo. Catello sprizzava rabbia da tutti i pori. Quando vedeva che Gigi abbassava per un attimo la guardia, gli urlava di tutto. Diventava rosso in viso, gli occhi si rimpicciolivano e roteavano vertiginosamente, sembrava si trasfigurasse e si trasformasse in un Leone feroce, pronto a divorare la preda. Faceva quasi paura. Se ne accorse anche il giocatore della Nocerina che entrò a gamba tesa sui parastinchi di Cipriani all’inizio del primo tempo. Catello lo affrontò a quattr’occhi e lo prese per il bavero della maglietta, senza farsi vedere dall’arbitro. Nessuno doveva permettersi di fare male a Gigi.

La Nocerina giocava meglio e al 25’ passò in vantaggio con Mazzeo, lesto a sfruttare un cross dalla fascia di Cammarota, e a battere di testa Mancinelli. Per noi fu peggio di una coltellata alle spalle. La gioia dei tifosi della Nocerina, però, durò una manciata di secondi. Perché, tra le proteste generali, l’arbitro Lops annullò il gol per una sospetta posizione di fuorigioco dell’attaccante rossonero, nonostante il guardalinee non si fosse accorto di nulla. Prima della fine del tempo Rosa ebbe un’altra chiara occasione da rete, ma la sprecò, facendosi ipnotizzare dal nostro portierone. Andammo a riposo sullo 0-0, con la convinzione di non aver visto la solita Cavese. Tutto poteva ancora accadere.

Solitamente questi match, così combattuti, che si giocano sul filo dell’equilibrio, si sbloccano con un episodio favorevole. A volte quest’episodio capita alla squadra che sta brillando di meno. È una regola non scritta del gioco del calcio. Anche a Nocera, quel giorno, andò proprio così. All’undicesimo della ripresa la Cavese guadagnò un calcio di punizione nella metà campo della Nocerina. Pagano, il nostro terzino sinistro, scodellò la palla nel cuore dell’area di rigore. Cipriani fece blocco sul secondo palo, il portiere rossonero De Felice uscì in maniera maldestra, Catello si alzò in cielo, e schiacciò la sfera nella porta sguarnita con uno stacco imperioso. I distinti del San Francesco vennero scossi da un boato. Eravamo in vantaggio!

Mentre io, Alessandro e Graziano ci abbracciavamo come degli invasati e l’intero settore fu sul punto di tracimare come un fiume in piena, Catello correva come un forsennato verso il centro del campo. Cipriani e gli altri aquilotti lo inseguivano, ma nessuno riusciva a prenderlo. Sembrava Carl Lewis, il “figlio del vento” americano degli anni Ottanta, o Usain Bolt, la gazzella giamaicana, durante una finale dei campionati del mondo di atletica leggera. Quando arrivò sotto i distinti, si inchinò per tre volte, con le braccia tese, rivolto verso di noi. Un gesto spontaneo, bellissimo che sancì definitivamente il legame indissolubile tra la Curva Sud e quel giocatore fantastico che indossava la maglia numero sei. Né Giuseppe, né lo zio Carlo videro la prodezza di Catello. In quel momento si erano distratti per salutare un conoscente. “Chi ha segnato?” chiese Giuseppe. “Ha segnato tuo figlio, ha preso l’ascensore…” rispose Salvatore Di Somma, ex difensore dell’Avellino e stabiese purosangue, che era seduto accanto a loro.

La Nocerina, che fino a quel momento se l’era giocata quasi ad armi pari, accusò il colpo. Fabris provò a gettare nella mischia Giordano e Di Giacomo, ma la sua squadra lentamente si spense e tirò i remi in barca. La Cavese, cinica, crebbe col passare dei minuti e sul finale di partita piazzò il colpo del kappaò. Fu Tony D’Amico a mettere in ghiaccio il risultato. Folino ubriacò di finte sulla destra un paio di difensori rossoneri e mise la palla in mezzo, Galizia prolungò la sfera con una spizzata verso D’Amico e il mediano di Popoli trafisse per la seconda volta il povero De Felice. Anche il numero quattro della Cavese venne a festeggiare il gol sotto di noi, insieme al resto della squadra. Catello, pazzo di gioia e ormai sereno, saltellava come un grillo. Aveva capito che non c’era più niente da fare e cominciava a godersi il meritato successo.
Al triplice fischio del signor Lops di Torino, la Cavese, prima di uscire dal campo, si fermò davanti ai distinti, per il rito del “zumb zumb uagliò”. Io, Alessandro, Graziano e i tifosi metelliani eravamo in estasi. Catello era il ritratto della felicità. Negli spogliatoi fece un casino incredibile, spalleggiato da Tony D’Amico, da Placentino e da Schetter. Erano tutti al settimo cielo. Dovettero intervenire alcuni dirigenti della Nocerina, per chiedere ai calciatori aquilotti di darsi una calmata. Catello prendeva in giro il povero Mumù, il magazziniere di Torre Annunziata che era la vittima preferita dei suoi scherzi. D’altra parte, “Squadra allegra, Dio l’aiuta” era il suo motto. Cipriani lo guardava e rideva come un matto. Gigi ripensava a quando l’aveva incontrato per la prima volta dietro lo stadio Lamberti, con un paio di infradito ai piedi e un cappello di paglia beige che aveva comprato in Sardegna. “Ma chi è ‘sto “napulillo”, dove ci presentiamo?” si era chiesto, scuotendo il capo, Tony D’Amico. E invece Catello aveva fatto ricredere tutti, anche i compagni di squadra.
“Dedico il primo gol in serie C/2 a mio padre, è il mio primo tifoso e il mio punto di riferimento” disse in sala stampa il difensore stabiese. Mai come in quel momento lui e i suoi compagni credettero di poter vincere il campionato. I quattro punti di vantaggio sul Manfredonia e sul Giugliano sembravano un’enormità, soprattutto considerando come si stava esprimendo la squadra che volava sulle ali dell’entusiasmo. Purtroppo, però, la Cavese verso la metà del girone di ritorno esaurì la benzina e, a poco a poco, si fece rimontare dal Manfredonia e dalle altre inseguitrici, chiudendo la regular season al quinto posto in classifica. Il sogno promozione si infranse poi in Sicilia, a Gela, durante i supplementari di una maledetta finale play off. Ma quella squadra eroica, ugualmente, era entrata nel nostro cuore e non sarebbe stata mai più dimenticata.
Al termine della partita, all’esterno dello stadio, scoppiarono nuovamente disordini. Persino il presidente Cutillo, all’uscita della tribuna, fu circondato da un gruppo di energumeni e rimediò un sonoro ceffone. Gli agenti del servizio d’ordine furono bersagliati da una fitta sassaiola da parte dei supporters della Nocerina. La polizia rispose con cariche di  alleggerimento e con il lancio di numerosi lacrimogeni. In località Bivio Grotti alcuni tifosi locali occuparono i binari ferroviari. Dopo una decina di minuti gli stessi furono liberati e la circolazione dei treni riprese regolarmente.

Noi rimanemmo all’interno del settore fino alle ore 18, in attesa che fuori la situazione tornasse alla normalità. Continuammo a cantare e a incitare i nostri beniamini, come se la partita non fosse ancora finita. Io ero esausto, quasi come se avessi giocato al fianco di Catello e dei miei cari aquilotti. Non vedevo l’ora di risalire sul pullman e di ritornare a casa. Stavo scaricando sicuramente il nervosismo e la tensione della gara. Mi estraniai dalla massa e mi avvicinai alle barriere in plexiglass che separavano i distinti dalla pista d’atletica. Fu così che mi accorsi che un signore anziano, con la sciarpa biancoblù al collo, era seduto da solo, su uno degli ultimi gradoni, e si copriva il viso con entrambe le mani.

– Vi sentite poco bene? – domandai.

– Grazie, giovanotto, mai stato meglio… – mi rispose l’anziano signore – hai visto che gol che ha fatto Catello? Hai visto l’inchino che ci ha regalato sotto i distinti? Era dai tempi della serie B che non mi emozionavo in questo modo. Vedi, laggiù c’è mio nipote che canta e balla insieme agli altri, non voglio farmi vedere. Direbbe che sono un vecchio pazzo. Tu hai più o meno la sua età: sai mantenere un segreto?

Allontanò le mani dal viso e mi mostrò i suoi lineamenti solcati dalle rughe. Aveva gli occhi lucidi. Un brivido mi corse lungo la schiena. Mi sedetti accanto a lui, e rimanemmo in silenzio, a goderci le ombre della sera che calavano sul San Francesco ormai semivuoto. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, se ripenso a quell’attimo eterno di felicità, mi si scalda il cuore.

Fabrizio Prisco

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