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GUALTIERI DI ASTI PER CAVESE-CATANIA

Il signor Matteo Gualtieri della sezione AIA di Asti arbiterà il match di domenica ore 15 al Lamberti con il Catania.

Gli assistenti dell’arbitro piemontese saranno Amir Salama della sezione AIA di Ostia Lido e Domenico Fontemurato della sezione AIA di Roma 2.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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ARGENTATO CONVOCATO PER IL TORNEO LAZIO CUP

Lieta notizia per il Settore Giovanile aquilotto, convocazione al 12° Torneo Internazionale “Lazio Cup” per il giovane attaccante Alessandro Argentato.

Appuntamento il 5 Maggio a Fiuggi insieme agli altri convocati della Rappresentativa Under 17 della Lega Pro: avversari la Pistoiese ed il Benevento.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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CAVESE-CATANIA INIZIA LA VENDITA: “NO GIORNATA BIANCOBLU”

Parte la prevendita per il match Cavese-Catania di domenica 28 Aprile ore 15 al Simonetta Lamberti.

Non ci sarà la Giornata Biancoblu per decisione del Presidente Santoriello che ha voluto premiare gli abbonati e gli sponsor. 

Comunichiamo, inoltre, ai nostri tifosi che per acquistare i biglietti, è necessario esibire un documento di identità valido all’acquisto ed ai varchi di ingresso dello stadio.

Prezzi per settori aperti:

  • Curva Sud “Catello Mari” 8 euro (ridotto 6 euro*)
  • Tribuna Scoperta 15 euro (ridotto 12 euro*)
  • Tribuna Laterale Coperta 20 euro (ridotto 17 euro*)
  • Tribuna Centrale Coperta Hospitality 35 euro (ridotto 30 euro*)                                  Ospiti 8 euro (con Fidelity Card Catania e solo settore ospiti residento provincia di Catania)  

*biglietti ridotti per Over70 (adulti che non hanno compiuto il settantesimo anno di età), Donne, Under 18 (ragazzi/e che non hanno compiuto il diciottesimo anno di età) e accompagnatori diversamente abili.

Ingresso gratuito per gli Under 12 (che non hanno compiuto il dodocesimo anno di età). 

Per i diversamente abili il settore loro dedicato è la Tribuna Scoperta. 

Le rivendite autorizzate per acquistare i biglietti:

  • Cartoleria Tirrena corso Mazzini, 87
  • Cafe’ Trinità corso Mazzini, 235/237
  • Caffe’ D’Essai piazza De Marinis, 8
  • Punto Ricarica Betwin360 corso Mazzini, 256
  • Cartoleria Jolly via T. Di Savoia, 20
  • Bar Enotrio via A. Sorrentino 5
  • Al Caffè via L. Siani, 12
  • Bar Daniel’s via Garzia 49/51
  • Insomnia Caffè via U. Mandoli 18
  • Givova Store via E. Talamo 13
  • News Cafe’ corso Palatucci 33
  • Uff. Gustaminori Largo S. Pastai (Minori)

IL BOTTEGHINO TRIBUNA STADIO APERTO LUNEDÌ DALLE ORE 13.

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: FRANCO TROIANO, IL GRANDE MAESTRO

Secondo il celebre scrittore, poeta e drammaturgo irlandese Oscar Wilde, “un sognatore è colui che può trovare la sua strada al chiaro di luna, e vedere l’alba prima del resto del mondo”. Un visionario, insomma. Uno che percepisce e immagina le cose prima degli altri e che riesce anche a metterle in pratica. Per Martin Luther King esiste una sottile differenza tra un sognatore e un visionario: secondo il pastore statunitense il sognatore ha gli occhi chiusi, mentre il visionario ha gli occhi aperti. Probabilmente King ha ragione, anche se stiamo parlando di sfumature. Può una persona essere nello stesso momento sognatore e visionario? Per me, sì. Anzi, se chiudo gli occhi me ne viene subito in mente uno che ha dato lustro come pochi alla nostra città e che, tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, è riuscito a fare di Cava de’ Tirreni la capitale della musica del Centro-Sud Italia. Sto parlando di Franco Troiano, lo avrete capito. Uno dei più grandi “local promoter” della storia, capace di portare al “Simonetta Lamberti” artisti di fama internazionale e di trasformare lo stadio metelliano in un palcoscenico ambito dalle principali rockstar del pianeta. Conosciuto nell’ambiente con il soprannome di “grande maestro”, Franco Troiano amava così tanto la sua Cava che contribuì con i suoi concerti a farla conoscere in tutto il mondo. Amava così tanto la Cavese da essere stato giocatore negli anni Sessanta, tifoso per tutta la vita e dirigente e azionista di riferimento della cordata che rilevò il club dalle mani di Pasquale Sorrentino, e lo gestì dal 1995 al 1999. Franco Troiano è una figura gigantesca, non solo per la stazza che lo caratterizzava: è impossibile parlare di lui in poche righe, bisognerebbe dedicargli un intero romanzo. Tra qualche giorno ricorre il ventennale della sua prematura scomparsa. Abbiamo incontrato il figlio Alfonso e l’amico di sempre Franco Di Salvatore negli uffici della Cooperativa Anni 60, in via Rosario Senatore. Tra aneddoti speciali e ricordi privati, è venuto fuori un ritratto di Franco bellissimo, e per certi versi inedito. Leggetelo con attenzione. Oggi personaggi del genere non esistono più. Ed è un vero peccato.
‹‹Mio padre sarebbe potuto diventare ancora più grande – spiega Alfonso Troiano – se solo avesse voluto allontanarsi da Cava. Pino Daniele lo voleva come manager e anche altri artisti. Avrebbe potuto collaborare con produzioni sempre più importanti, se solo avesse scelto di andare a vivere a Roma o a Milano. Ma la nostra città è sempre stata la sua base operativa e ne ha fatto una ragione di vita. Fin da quando ha cominciato ad organizzare eventi, aveva il sogno di far diventare Cava la capitale della musica. E ci è riuscito. Certo, erano altri tempi, si lavorava diversamente, bastava una stretta di mano, una parola, e il gioco molte volte era fatto. Ma lui, prendendosi molti rischi in prima persona, ha tracciato una strada. Quasi tutti i principali promoter di oggi hanno collaborato con lui e sono venuti a Cava per imparare. Aveva delle doti fuori dal comune. Non era solo un visionario. Nel suo campo era un fuoriclasse, era un Maradona del settore.››
E pensare che Franco Troiano non era nato neppure a Cava. Aveva vissuto per una decina d’anni in Sudafrica e si era trasferito nella nostra città all’inizio dell’adolescenza. Da cosa nasce allora quest’amore così viscerale ed incondizionato per la valle metelliana?
‹‹Non era nato a Cava, è vero, ma la sentiva ugualmente sua. Mio nonno era di Corbara, e si erano stabiliti a Johannesburg per lavoro. Mio padre è cresciuto lì. A dieci anni è stato investito. A causa dell’incidente, è stato quasi sei mesi in rianimazione. Quando è tornato a Cava parlava meglio in inglese che in italiano. Non è stato facile per lui all’inizio. Aveva già una corporatura notevole, lo chiamavano “Ciccio” o “Billazzi”, perché assomigliava ad un calciatore degli anni Sessanta. Non era uno di tante parole, ma piano piano con il suo carisma e la sua personalità forte, nonostante i silenzi, è riuscito ad imporsi e a diventare un punto di riferimento per i ragazzi della sua generazione.››
Prima di dedicarsi alla musica e agli eventi, ha cominciato a giocare a calcio. Il football è stata l’altra sua grande passione.
‹‹Giocava in porta. Ha indossato sia la maglia della Cavese sia quella delle Speranze Cavesi. Quando poi ha smesso, è rimasto un tifoso accanito dei biancoblù. Si occupava della gestione dei pullman per le trasferte. Nello stesso momento cominciava ad organizzare i “Mak ᴨ 100” e nel 1976 aprì la discoteca “Gipsy”. Il locale è stato uno dei primi a Cava a fare intrattenimento in un certo modo. Anche quando l’ha chiuso più di dieci anni dopo, mio padre ha continuato a pagare l’affitto. Sognava di riaprirlo con il nome di “billyB”››
Quando Franco girava da tifoso al fianco degli aquilotti erano i tempi mitici dello slogan “Non la fermi certo tu, la Valanga Biancoblù…”, ricordate? Eravamo a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Ora, però, facciamo un salto in avanti, e spostiamoci nel 1995. Parliamo di come andò la trattativa per l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario della Cavese dalle mani di Pasquale Sorrentino.
‹‹L’ho vissuta in prima persona e in merito ti racconto un aneddoto che ti fa capire come era fatto mio padre quando si metteva in testa qualcosa. Ero tornato a vivere a Cava da tre anni. Quando i miei si sono separati, sono andato a stare con mia madre a Novara. Scendevo qui in estate e durante le feste. A Novara mi ero inserito bene, ho frequentato lì la scuola fino alla seconda superiore e giocavo a pallone, in porta, proprio come lui. Ho continuato a farlo anche a Cava, nelle giovanili dell’Atletico Cava e poi della Cavese. Ma torniamo alla nostra storia. Mio padre era innamorato della Cavese, ma era consapevole che rilevare la società sarebbe stata una bella gatta da pelare. Per uno impegnato come lui ci sarebbero stati più oneri che onori. Mi tenne all’oscuro di tutto. Era l’inizio dell’estate del 1995 ed io stavo organizzando una vacanza di una settimana a Mykonos, in Grecia. Andai a chiedergli dei soldi e lui fu stranamente comprensivo. Mi disse che una settimana era troppo poco per godermi Mykonos, e che secondo lui sarei dovuto rimanere in Grecia almeno quindici giorni. Mi diede così il doppio di quello che gli avevo chiesto. Io rimasi per un attimo stranito. Poi non ci pensai più. Non potevo minimamente immaginare quello che mi aspettava al ritorno. Dopo due settimane, quando attraversai la piazza per andare a trovarlo in ufficio, in via Rosario Senatore, venni fermato da un sacco di gente che mi ripeteva le stesse parole: “Quest’anno vinciamo il campionato!”, “Dai, che stavolta facciamo uno squadrone!”, e cose simili. Io non capivo, anche perché non sapevo nulla e non riuscivo a collegare. Quando arrivai nella sede della Cooperativa Anni 60, trovai un sacco di gente nella sua stanza: tra gli altri c’erano Giampaolo Cesaro, Franco Di Salvatore, Rosario Virno, Franco D’Amico, e tutti i nuovi soci. Immediatamente chiesi a mio padre cosa stesse succedendo. Lui mi guardò, e senza scomporsi più di tanto mi annunciò: “Ci siamo presi la Cavese”. Come vi siete presi la Cavese?, dissi io. Mi sorrise. Era una cosa che aveva in mente da un po’ di tempo, e alla fine si era deciso, o erano stati bravi a convincerlo. Capii che da vecchio innamorato dei colori biancoblù voleva riportare in alto la sua città anche nel calcio, come aveva fatto con i concerti. Non sarebbe stato facile, ma ci voleva provare a tutti i costi. E in parte, ci è riuscito.››
Per quattro stagioni, dal 1995/96 al 1998/99 il nome di Franco Troiano e quello del suo gruppo di amici si lega a doppio filo a quello della Cavese. Sono anni ruggenti: la sede operativa del club si trasferisce allo stadio: Franco vive praticamente nell’ufficio che ha allestito alle spalle della Curva Sud. Lavora alacremente ai concerti e pensa a far crescere la squadra del cuore. Alfonso gli dà una mano. Il primo anno non va come previsto: la Cavese si salva grazie ai gol di Vittorio Torino. Ma al secondo tentativo, con Ezio Capuano in panchina, la squadra conquista la promozione e torna tra i professionisti.
‹‹Ho cominciato ad aiutare mio padre staccando i biglietti nel botteghino della Curva Sud. Nello stesso tempo lo supportavo nella prevendita dei concerti. La Cavese, come immaginavo, lo assorbiva sempre di più. Ci teneva a fare bene, era davvero un grande tifoso. Era maniacale in tutte le cose che faceva, non lasciava nulla al caso. Gestire una società di calcio, però, è molto diverso dall’organizzare un evento. Ci sono tante variabili che possono compromettere il risultato finale, anche se tu pensi a tutto, al minimo dettaglio. Hai a che fare con tanti uomini: calciatori, allenatori, dirigenti, tifosi, arbitri, squadre avversarie. Non puoi prevedere ogni cosa. Il rischio di bruciarsi è altissimo. Mio padre era un perfezionista, lavorava allo stadio quasi tutta la giornata. A casa tornava solo a dormire, si faceva portare lì anche da mangiare. Insieme abbiamo fatto delle cose assurde: una volta avevamo una data di De Gregori a Pesaro e gli aquilotti giocavano a Cisterna di Latina. Abbiamo visto la partita e poi ci siamo messi in viaggio per le Marche. Abbiamo fatto una corsa incredibile, ma siamo comunque arrivati in ritardo e abbiamo dovuto litigare con gli agenti e la produzione. Poco male. Per lui la Cavese veniva prima di tutto…››
Per Eziolino Capuano, che allenò gli aquilotti per tre stagioni, Franco Troiano stravedeva. L’ha sempre difeso: sia quando nel Nazional Dilettanti la squadra era a cinque punti dalla prima, sia l’anno dopo in C/2 quando all’inizio la Cavese stentava, sia l’anno successivo, nel 98/99, quando dopo un girone di andata da primato, nel girone di ritorno la Cavese calò vistosamente e precipitò nelle zone anonime della classifica. Il rapporto tra i due si incrinò solo verso la fine del campionato, quando alcune scelte di mercato caldeggiate dal mister, tipo l’acquisto di Stefano Protti, non si rivelarono particolarmente azzeccate e il tecnico salernitano finì nell’occhio del ciclone.
‹‹Capuano era stata una sua scelta e l’ha sostenuto fino alla fine. Sapeva bene che Eziolino aveva delle qualità notevoli ma che aveva un carattere fuori dal comune. Era convinto comunque di riuscire a gestirlo standogli accanto. Con i giocatori poi aveva un rapporto particolare. Voleva molto bene a Luciano Carafa, che indossava con merito la fascia di capitano, e a Luca Fusco. Luca era un professionista esemplare, lo aveva voluto lui e il ragazzo a Cava era esploso, diventando un calciatore importante. Gli ultimi mesi prima di morire, quando la squadra non andava bene, si sentiva tradito. L’ho visto diverso dal solito, non aveva digerito l’acquisto di Protti e le polemiche dopo la sua fuga da Cava gli avevano fatto molto male, così come la sconfitta in casa col Benevento che aveva compromesso definitivamente il sogno play off. Probabilmente stava pensando di lasciare a fine campionato. Purtroppo non ha avuto il tempo. Sono sicuro che la tensione e lo stress gli sono stati fatali.››
Torniamo ad occuparci del Troiano promoter e organizzatore di concerti. Come ha fatto a diventare il numero uno nel suo campo? Come ha fatto a portare tutte quelle star in uno stadio come il Simonetta Lamberti che non era certo paragonabile al San Paolo di Napoli o ad altri impianti più accoglienti del Centro Sud? Basti pensare che per il doppio concerto dei Pink Floyd del 25 e 26 maggio 1989 ci volle una settimana solo per montare e smontare il palco della band che era di 1280 metri quadrati.
‹‹Ha cominciato con le feste come i “Mak ᴨ 100”, dicevamo. Poi ha iniziato con i piccoli concerti nel 1973. Era un visionario e un grande manager, ed è stato il primo a capire come trattare con gli artisti e i loro agenti. Se ascoltate su Youtube l’audio di una sua vecchia intervista a Radio Atlantide, del 23 marzo 1989, potrete comprendere la modernità delle sue parole. Era avanti anni luce. Metteva completamente a loro agio le produzioni dei cantanti, assistendoli e accontentandoli in tutto e per tutto. Gli artisti venivano coccolati persino col catering, potevano degustare le nostre specialità locali di cui andavano ghiotti. Aveva ristrutturato lo stadio, tirando fuori soldi di tasca sua, per renderlo più funzionale. Nei camerini i Duran Duran avevano avuto a disposizione persino flipper, ping pong e videogiochi per rilassarsi. A poco a poco aveva creato una rete di rapporti straordinaria: era diventato il principale collaboratore di David Zard, leggendario impresario che ha fatto la storia della musica, e anche di Fran Tomasi, Franco Mamone, Claudio Trotta, Mimmo D’Alessandro, agenti che in quel periodo curavano i rapporti con l’estero e portavano le star in Italia. Ecco come mio padre, partendo dai Pooh, gli America e i Rockets o Il Giardino dei Semplici, è riuscito a far arrivare a Cava, anche grazie alla disponibilità totale dell’amministrazione comunale, i Simply Red, i Simple Minds, The Cure, i Dire Straits, i Duran Duran, gli Spandau Ballet, Tina Turner, Sting, Eric Clapton, Bob Dylan, Prince, i Pink Floyd in due date e tanti altri, senza dimenticare i principali artisti italiani come Vasco Rossi, Zucchero, Claudio Baglioni e Pino Daniele. Nel 1990 provò, tramite Zard, ad arrivare anche a Madonna e Michael Jackson, ma non se ne fece nulla: in Italia c’erano i Mondiali e Zard aveva perso un bel po’ di quattrini. La gente era distratta dal calcio e non pensava ai concerti. L’orgoglio di mio padre è stato quello di portare tutti questi nomi altisonanti a Cava. Se gli avessero proposto uno stadio più grande, avrebbe potuto guadagnare molti più soldi, ma avrebbe detto di no. Lui ci teneva che in tutto il mondo Cava fosse considerata una piccola capitale della musica.››
A proposito di Pino Daniele. Con lui tuo padre ha sempre avuto un rapporto molto stretto. All’interno del ventre del Lamberti, sotto una teca, è ancora conservata una dedica che il cantante napoletano gli aveva scritto con un pennarello. Come si è consolidata nel tempo quest’amicizia speciale?
‹‹Mio padre, come ha scritto Pino nella dedica, è stato il primo a credere in lui fin dal 1977, quando gli faceva aprire i concerti dei Pooh. Gli ha sempre dato fiducia, lo portò a Cava a suonare al Cinema Teatro Metelliano quando era ad inizio carriera. Poi è stato fondamentale nello sdoganare il personaggio “Pino Daniele” che all’inizio veniva considerato esclusivamente un fenomeno locale. In quegli anni suonare a Cava era un fatto di grande prestigio. Era un palcoscenico ambito. Grazie alle date che ha fatto al Lamberti, Pino è riuscito a crescere di popolarità anche fuori dai confini regionali ed ha acquisito una dimensione internazionale. Per questo era così grato a mio padre. Negli ultimi tempi lo chiamava anche due volte al giorno. Pino era un introverso, un insicuro, mio padre gli risolveva molti problemi e gli dava forza. Abbiamo ospitato per tanto tempo dietro lo stadio anche il suo cane, un pastore tedesco, a cui naturalmente ci eravamo affezionati tutti. Sono stato io a comunicare a Pino telefonicamente la notizia della morte improvvisa di mio padre. Ci è rimasto talmente male che ha annullato la sua tournée estiva.››
Veniamo alla notte del 29 aprile del 1999. Una data che nessuno a Cava ha dimenticato. Per tutti la scomparsa di Franco Troiano è stato un fulmine a ciel sereno.
‹‹Si era sentito male la mattina a Salerno, negli uffici della SIAE. Lo avevano portato prima a Cava, poi all’ospedale di Curteri, a San Severino. All’inizio si pensava ad un’ischemia. Io sono andato a trovarlo nel tardo pomeriggio, uscendo dall’università. L’ho trovato nel letto, come al solito circondato da una marea di persone. Abbiamo parlato di lavoro, avevamo il concerto di Biagio Antonacci a maggio allo stadio Arechi e bisognava organizzare la prevendita. Antonacci aveva sentito parlare tanto di mio padre ed era contentissimo di lavorare con lui. Mi ha detto di stare tranquillo. Per i medici sarebbe uscito probabilmente nel giro di un paio di giorni. Con il senno di poi invece, secondo me, lui aveva capito tutto. Anche se dava la colpa del malessere ad una doccia fredda che aveva fatto a casa prima di uscire o allo stress, mentre parlava con noi, continuava a fissare lo schermo che lo monitorava. L’infarto che non gli ha dato scampo è arrivato nel cuore della notte. Mi hanno telefonato e mi sono precipitato a Curteri. Da Cava ci avrò messo nemmeno dieci minuti in auto. Nell’atrio dell’ospedale ho trovato un medico che mi ha dato la notizia. Ho sfondato una vetrata con un pugno. Non poteva finire così, non doveva finire così. Non in quel modo.››
Il giorno dei funerali nella chiesa di San Francesco una folla immensa si stringe attorno ad Alfonso, ai familiari e a tutti quelli che gli hanno voluto bene. Cava è sconvolta. Ma bisogna ripartire. Alfonso ha 23 anni, e si ritrova catapultato in un mondo che sembra più grande di lui. Gioco forza, aiutato dagli amici di sempre, in modo particolare da Franco Di Salvatore, comincia una nuova vita.
‹‹Frequentavo l’università, avevo altri progetti. Ho dovuto naturalmente rimboccarmi le maniche. Gli ultimi concerti, specialmente quello di Celentano del primo ottobre 1994, non erano andati benissimo, e qualche manager ci doveva tanti soldi. Ci stavamo appena rialzando. Per prima cosa siamo andati dal notaio e ho ceduto immediatamente le quote della Cavese di mio padre a Gino Montella. Così non si poteva andare più avanti. Poi mi sono dedicato completamente alla Cooperativa Anni 60. All’inizio non è stato facile. Ma ora posso dire di essere soddisfatto. La perdita di mio padre è stata gravissima per tutti i ragazzi della Cooperativa che gli davano una mano nei concerti. Per loro era un punto di riferimento anche nella vita privata. Erano felici di stargli accanto e di rendersi utili. Oggi le cose vanno meglio, non ci lamentiamo.››
Il 30 luglio scorso Alfonso Troiano ha riportato la grande musica dal vivo a Cava con il concerto di Caparezza all’Area Mercatale. Il sogno di organizzare di nuovo qualcosa di importante al Simonetta Lamberti potrebbe diventare realtà come ai bei tempi? Chissà… Intanto, in attesa di ultimare i lavori del Palaeventi a Pregiato che potrebbe portare il suo nome, per ricordare come si deve Franco Troiano, a vent’anni dalla sua scomparsa, si pensa di intitolargli una strada.
‹‹Quello di Caparezza all’Area Mercatale è stato un esperimento riuscito, vediamo in futuro se riusciremo ad organizzare qualche cosa di nuovo. Purtroppo i tempi sono cambiati. Quando lavorava mio padre era tutto diverso, oggi la burocrazia non ti lascia respirare e nessuno vuole prendersi dei rischi o assumersi delle responsabilità. Sul discorso dell’intitolazione della strada so che l’amministrazione comunale ci sta lavorando. L’idea sarebbe quella di dedicargli il tratto di Corso Mazzini che va dal lato tribuna dello stadio Lamberti all’Ex ONPI. Penso che lo meriti. Il mio rammarico più grande è che se ne sia andato via troppo presto. Oggi certamente se avessimo potuto lavorare insieme, fianco al fianco, con la mia mentalità, il suo carisma e la sua capacità di tessere rapporti, non ce ne sarebbe stata per nessuno.››

Fabrizio Prisco

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