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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: IL MORSO DELLA VIPERA

Nell’immaginario collettivo il serpente è un animale che si presta ad una vasta gamma di interpretazioni. Adorato e venerato da popoli pagani e da culture ancestrali, in base all’iconografia cristiana ha assunto un’accezione negativa. Nella Bibbia, infatti, si legge che la cacciata dal Paradiso Terrestre di Adamo ed Eva avvenne in seguito alla tentazione del serpente seduttore, simbolo di Satana, che spinse Eva a cogliere e mangiare il frutto proibito. Tra i serpenti, le vipere suscitano da sempre grande timore. In Europa sono gli unici serpenti davvero pericolosi per l’uomo, anche se si nutrono di topi e lucertole. Se attaccata da un bipede o se spaventata da un rumore insistente, quando non riesce a scappare, la vipera morde per difendersi, iniettando con i denti veleniferi una sostanza altamente tossica che aggredisce le proteine del sangue distruggendole. Se si viene morsi da una vipera durante una passeggiata in montagna non bisogna farsi prendere dal panico: gli esperti consigliano di immobilizzare l’arto, disinfettare la ferita, e di chiamare i soccorsi. Raramente l’incidente può avere conseguenze gravi. Solitamente chi fa questa brutta esperienza se la cava con tanto spavento e poco più. Nel nostro caso, e stiamo parlando di calcio, invece il morso della “Vipera” ci è stato fatale.
La “Vipera” in questione si chiama Salvatore Mastronunzio, è nato a Empoli il 5 settembre 1979, e di professione fa l’attaccante. Il soprannome risale ai tempi del Frosinone. Glielo diedero alcuni tifosi ciociari, per la sua capacità di stare nell’ombra e di colpire nei momenti più delicati della partita, e il nomignolo gli è rimasto per tutta la carriera. Nella valle metelliana Mastronunzio viene accostato alla delusione più cocente della storia recente della Cavese, e avrete certamente capito a cosa mi sto riferendo.
3 giugno 2007, stadio “Simonetta Lamberti”, semifinale di ritorno play off di serie C/1. Gli ottomila presenti, tutti dotati di fischietto, fanno un baccano d’inferno. La Cavese sta vincendo 3-0 e ha ribaltato il tremendo 5-2 dell’andata, maturato sette giorni prima allo “Zaccheria”. Il pass per la finale per andare in B è saldamente nelle mani degli aquilotti. Il Foggia è sulle gambe, ma guadagna un calcio di punizione nella sua metà campo. Siamo in pieno recupero, mancano pochi istanti, è l’ultimo assalto. Pecchia calcia lontanissimo fino al limite dell’area, Zanetti prolunga di testa, Mastronunzio si incunea tra i difensori aquilotti e di prima fulmina Mancinelli. È il punto del 3-1 che regala la qualificazione al Foggia. Mentre i pugliesi corrono increduli, in campo e sugli spalti lo sconforto è totale. Sono passati quasi dodici anni, ma sembra ieri. Quante volte abbiamo ripensato a quella maledetta azione. Quante volte non siamo riusciti ad addormentarci, maledicendo Mastronunzio, Perna che non si era messo davanti alla palla sulla punizione per disturbare Pecchia, l’arbitro Cavarretta di Trapani che aveva concesso cinque minuti di recupero, la sorte, il fato, e chi più ne ha più ne metta.
Il morso della “Vipera” ci aveva privato di un sogno. Fu un’autentica coltellata alla schiena. Non ce l’aspettavamo, sicuramente non ce la meritavamo. Perché?, si chiederà qualcuno. Perché la Cavese era stata capace di una rimonta che aveva del miracoloso, una rimonta che poteva e doveva avere un senso, anche in seguito alla tragica scomparsa di Catello Mari avvenuta un anno prima, nella notte tra il 15 e il 16 aprile, in quel tragico schianto a poche centinaia di metri dall’uscita autostradale di Castellammare di Stabia.
Che c’entra Catello con Cavese-Foggia e col gol di Mastronunzio?
C’entra. Eccome se c’entra. Seguite il mio ragionamento e capirete.
Quando la mattina di Pasqua del 2006 tutti quelli che avevano a cuore la maglia biancoblù ricevettero una triste telefonata da parte di un amico o di un conoscente che annunciava la morte di Catello, non fu facile credere alle proprie orecchie. Catello, il nostro giocatore migliore, con cui fino a poche ore prima avevamo festeggiato il 2-1 sul Sassuolo e la promozione, non c’era più. Come era accaduto? Come era possibile?
La squadra, quel gruppo fantastico che Sasà Campilongo aveva pilotato verso la vittoria del campionato, sconvolta si strinse in un patto d’acciaio. Tutti i protagonisti di quel trionfo, in primis il tecnico, sarebbero rimasti anche in C/1 per tentare di ottenere qualcosa di importante da dedicare al Leone. La Cavese tornava in terza serie dopo venti anni e non partiva certo con i favori del pronostico. Ma molti di noi, nel profondo del cuore, sapevano che quel manipolo di guerrieri, animati da un sacro furore, nel ricordo del loro fortissimo compagno che indossava la maglia numero 6, avrebbero potuto fare bene anche nella categoria superiore. “Squadra allegra, Dio l’aiuta” diceva Catello. E fu così anche in C/1. Perché quel gruppo di giocatori unito più che mai, si presentò senza alcun timore reverenziale al cospetto di squadre sulla carta più forti e titolate e chiuse la stagione regolare al terzo posto, dietro Ravenna e Avellino, e davanti allo stesso Foggia e al Taranto.
Alcune prestazioni della Cavese edizione 2006/2007 furono davvero fantastiche. Come dimenticare la vittoria in Coppa Italia sul Lecce di Zeman, le vittoria in trasferta di Taranto, Ancona, Gallipoli e Perugia, il gol in extremis di Perna con la Sambenedettese, l’1-0 al Ravenna dopo le polemiche dell’andata, il 3-1 sull’Avellino che costò la panchina a Galderisi dopo il 4-0 subito al “Partenio”, i derby con la Juve Stabia e la Salernitana? A distanza di così tanto tempo, il film di quel campionato genera ancora emozioni. In città in quei mesi si era creato un clima incredibile, direi irripetibile: squadra, staff tecnico, dirigenza e pubblico erano una cosa sola. Si remava nella stessa direzione, spinti dall’entusiasmo, e da un pizzico di sana follia che aveva contagiato tutti. Il “Lamberti” era sempre pieno, era diventato una roccaforte inespugnabile: tutte le squadre dovevano pagare dazio quando venivano a Cava. Per circa tre anni il nostro stadio rimase inviolato. Fin dal riscaldamento i giocatori si caricavano. Mentre la gente li incitava e li esortava alla battaglia, loro mostravano agli avversari gli occhi della tigre. E in partita non ce n’era per nessuno.
Dopo aver battuto nel girone di ritorno in casa le battistrada Ravenna e Avellino, arrivammo ai play off con la consapevolezza di poter dire la nostra. Catello era con noi, era il nostro uomo in più, ci avrebbe guidato dall’alto alla vittoria. Eravamo in forma, ci sentivamo invincibili. Il Foggia sembrava spacciato. Nella gara d’andata, il 27 maggio, ci presentammo allo “Zaccheria” senza alcun timore reverenziale. E passammo subito in vantaggio dopo tre minuti con un colpo di testa di Alfano, bravo a sfruttare un cross dalla sinistra di Nocerino. I rossoneri, sotto gli occhi del vecchio maestro Zeman presente in curva nord, trovarono prontamente il pareggio con una punizione velenosa di Cardinale che non lasciò scampo a Mancinelli. Ma Schetter, verso la metà della prima frazione, ci riportò avanti con un preciso colpo di testa, su assist dello stesso Alfano. Andammo al riposo in vantaggio di 2-1 e pensammo di avere il successo in tasca. Ma non avevamo fatto i conti con la rabbia del Foggia. Il secondo tempo si aprì con un’altra occasione per Ercolano che sfiorò il tris di testa per questione di centimetri. Poteva essere il gol che avrebbe chiuso la contesa. Ed invece all’ottavo minuto l’espulsione di Nocerino per doppia ammonizione, reo di un intervento scomposto su Shala, cambiò l’inerzia di una partita che sembrava completamente nelle nostre mani.
In inferiorità numerica la Cavese, fino ad allora padrona del campo, arretrò vistosamente il baricentro. Campilongo dalla panchina tolse De Giorgio per Unniemi e poi inserì Volpecina per Schetter. Il tecnico rossonero D’Adderio, che aveva già buttato nella mischia Ingrosso per avere più spinta sulla sinistra, tentò il tutto per tutto con Mounard e il Foggia si posizionò stabilmente dalle parti di Mancinelli. Fu un autentico assedio. La Cavese fu sul punto di capitolare più volte. Poi al 31’ Mastronunzio, proprio lui, trovò il gol del pareggio, approfittando di una corta respinta di Mancinelli su colpo di testa di Salgado. Due minuti dopo Mastronunzio, ancora di testa, su cross di Ingrosso, firmò il sorpasso. Io ero in tribuna, in mezzo ad una marea di bandiere foggiane, e non credevo ai miei occhi. I tifosi metelliani, a causa del divieto di trasferta imposto dal Prefetto, erano a casa davanti alla tv a tribolare ancora di più. Bisognava reggere, contenere gli assalti del Foggia che ora, ringalluzzito per la rimonta, caricava a testa bassa. Campilongo, visibilmente contrariato, provò a rinforzare la contraerea con il giovane Poziello al posto di Alfano, ma la mossa non diede i frutti sperati. I satanelli sfondavano da tutte le parti. Segnarono il quarto gol su rigore con Salgado, e poi, dopo una traversa colpita da Ingrosso che aveva già in precedenza timbrato un montante, e una rete annullata per fuorigioco alla “Vipera”, arrivò anche il punto del 5-2 con un bolide da lontano di Princivalli. Tornammo negli spogliatoi frastornati. Per ribaltare quel punteggio così severo e inaspettato, visto che a un quarto d’ora dalla fine eravamo ancora in vantaggio, ci sarebbe voluta una vera e propria impresa sportiva. Di quelle che fai una volta nella vita e finisci per raccontarle ai nipotini con le lacrime agli occhi.
La settimana che ci separò dalla gara di ritorno fu diversa dalle altre. Campilongo, per la prima volta in tre anni, fu criticato per come aveva gestito la partita e per le sostituzioni effettuate. La squadra, stimolata anche dai dirigenti e dall’ambiente che credeva nonostante tutto nella rimonta, andò in ritiro. Io raggiunsi gli aquilotti a Palma Campania il giovedì per la classica partitella infrasettimanale. Qualcuno aveva ancora lo sguardo basso per la brutta figura dello “Zaccheria”. Ma non bisognava mollare, tutto era ancora possibile. Per raggiungere la finale bisognava vincere 3-0. Dentro di me coltivavo una speranza. Sapevo che la Cavese aveva nelle corde quel risultato che avrebbe avuto del clamoroso. Sapevo che Catello ci avrebbe dato una mano. Scaramanticamente non dicevo nulla, ma in cuor mio ci credevo.
Il 3 giugno al “Lamberti” c’erano ottomila spettatori. Anche stavolta la trasferta fu vietata alla tifoseria ospite e i foggiani rimasero a casa a seguire la partita davanti alla TV. Il frastuono generato dai fischietti distribuiti a tutti i tifosi della Cavese e azionati quando aveva la palla il Foggia era qualcosa di impressionante. I biancoblù attaccarono fin dalle prime battute, alla ricerca di un gol che potesse riaprire in qualche modo la situazione. I lanci per la testa di Ercolano fioccavano, i difensori pugliesi in maglia bianca se la vedevano nera ogni volta che la sfera giungeva dalle parti di Marruocco. Già al 4′, su angolo di Unniemi, in campo al posto dello squalificato Nocerino, Arno di testa prese in pieno il palo. Al 9′, invece, Tatomir, anch’egli al rientro, chiamò Marruocco alla difficile respinta dal limite. La corazzata pugliese del presidente Capobianco non stava a guardare e tra il 12′ e il 14′ Pecchia e Mastronunzio si affacciarono pericolosamente dalle parti di Mancinelli. La partita era apertissima. Al 17′ Marruocco disinnescò una conclusione di De Giorgio, mentre al 21′ lo stesso De Giorgio non arrivò in tempo su un traversone di Schetter. Al 25′, tuttavia, Farina si impappinò e Salgado si presentò a tu per tu con Mancinelli, ma il numero uno aquilotto fu bravo a chiudere lo specchio della porta. Il portiere metelliano replicò al 32′ su Mastronunzio, che non approfittò di un lancio dalle retrovie di Marruocco e ciccò clamorosamente la conclusione a botta sicura.
La gara si sbloccò al 37′: angolo di Arno, testa di Unniemi, miracolo di Marruocco, Cipriani fu il più lesto ad arrivare sul pallone e scaraventò in rete. Il vantaggio caricò la Cavese che nella ripresa scese in campo ancora più determinata. Al 5′ Unniemi dovette uscire per infortunio: al suo posto Campilongo arretrò Schetter sulla linea dei terzini e si giocò la carta Tarantino. Il match per il Foggia prese una brutta piega. All’11’ una conclusione dalla distanza di Tatomir, complice una deviazione involontaria di Ercolano, sorprese Marruocco e riaprì completamente i giochi. Sul 2-0 lo stadio divenne una bolgia con il passare dei minuti. Ercolano ci provò ancora al 15′, poi si infortunò anche Cipriani al 21′ e il difensore laziale fu costretto a chiedere il cambio. Al suo posto entrò l’ex Sportillo. Il 3-0 tuttavia era nell’aria e giunse puntuale al 33′: Moi lisciò clamorosamente al limite dell’area un pallone innocuo di D’Amico sul quale si lanciò come un falco Tarantino. Il diagonale di prima intenzione dell’attaccante non diede scampo a Marruocco e fece esplodere lo stadio. L’incredibile era accaduto, la gente era pazza di gioia. Io urlavo come un forsennato, tiravo pugni come in trance sulla vetrata della tribuna stampa, mentre i colleghi pugliesi erano impietriti. Lo squalificato Nocerino, che seguiva la partita dalla mia postazione, sorrideva, felice come un cavese qualunque.
Il destino era con noi, Catello era con noi. Il Foggia era alle corde. Gli ultimi minuti saranno una pura formalità, dopo una rimonta del genere, pensavo tra me e me. E in effetti al “Lamberti”, tra sostituzioni e perdite di tempo, non si giocò più. A cinque minuti dalla fine l’arbitro Cavarretta allontanò dalla panchina Antonio Fariello. Il presidente con il suo inseparabile cappotto portafortuna color cammello tornò lentamente negli spogliatoi, lasciandosi andare ad una festosa pantomima con i tifosi in visibilio. Qualcuno era pronto già ad invadere il rettangolo di gioco, ma venne prontamente redarguito dallo speaker. Nessuno poteva immaginare quello che di lì a poco sarebbe successo.
A questo punto il film della partita ritorna a quel maledetto ultimo minuto di recupero. Quando Mastronunzio segnò, lo stadio cadde in un silenzio misto di sconforto e rassegnazione. La “Vipera”, che in campionato aveva siglato solo un gol in tredici partite, contro di noi, ai play off, in due partite ne aveva messi a segno ben tre, tutti decisivi. C’era chi piangeva, chi si sentiva venire meno, chi imprecava contro la malasorte. Già la malasorte. Il calcio, molte volte, sa essere davvero crudele e non guarda in faccia a nessuno. Colpa del destino che in quel momento era contro di noi, o pura casualità?
Io credevo ciecamente nel destino, credevo che dopo la scomparsa di Catello la sorte, impietosita davanti ad una simile tragedia, ci avrebbe sorriso e ci avrebbe accompagnato verso un traguardo insperato, da dedicare a quel ragazzo tragicamente scomparso che non meritava di finire la sua giovane esistenza all’apice della sua carriera. Sono sicuro che molti la pensavano come me. E invece dopo Cavese – Foggia 3-1 ho cambiato completamente idea, prospettiva e ho adottato un’altra visione delle cose. Sono diventato più cinico, più fatalista, ho capito che il piacere non è meritocratico, ma è figlio di affanno, come diceva Leopardi, ed è frutto del caso.
Con “destino” o “fato” tradizionalmente ci si riferisce all’insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale soggetta alla necessità. Nell’antica Grecia, il Fato era invincibile ed era personificato dalle tre Moire, le Parche dei Romani, figlie di Zeus e Temi: Cloto, che filava lo stame della vita, Lachesi, che lo svolgeva sul fuso ed Atropo, che lo recideva, inesorabile, con affilate e lucenti cesoie. Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci. Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all’obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l’ordine dell’universo, al quale anche gli dei erano soggetti. Secondo Massimo Ciccotti, ingegnere, appassionato di psicologia ed esperto di culture orientali, il fato è un potere o un agente che predetermina e ordina il corso degli avvenimenti, e che aggiunge ad essi un’aurea di sortilegio e di oscurità. Gli eventi sono ordinati o “pre-decisi” e sono messi in opera da una forza o intelligenza che ci trascende, che agisce su di noi, spesso per il peggio. Il destino non ha alcuna delle connotazioni negative del fato e non può essere costretto ad agire su qualcuno; se si viene costretti dalle circostanze, allora si tratta di fato.
Mastronunzio, insomma, non ci ha puniti perché il Foggia meritava di più, tanto è vero che i rossoneri, nel retour match della finale play off del 17 giugno 2007, furono sconfitti dall’Avellino come noi con un gol di Rivaldo in pieno recupero. Fu la rete che prolungò la partita ai tempi supplementari, durante i quali gli irpini segnarono altri due gol e conquistarono la promozione in B. La Cavese e Catello non avevano colpe da espiare: quegli avvenimenti erano figli del caso. Un caso bislacco, come spesso accade nel calcio, che si diverte a fare e disfare, a dare e togliere certezze, anche nel corso solamente di novanta minuti.
Una piccola soddisfazione nei riguardi del Foggia ce la prendemmo pochi mesi dopo, il 29 ottobre 2007, quando Campilongo si presentò a Cava insieme a Tony D’Amico per la prima volta da avversario. Il vecchio condottiero di tante battaglie, dopo quello che era successo e le emozioni che aveva condiviso con noi, accettò a sorpresa la corte del Foggia. Venne accolto dal pubblico metelliano con bordate di fischi assordanti che ricordavano quelli della semifinale play off e con alcuni striscioni al vetriolo. Il Foggia si portò in vantaggio con Biancone all’ottavo del secondo tempo, ma poi subì il ritorno della Cavese che prima pareggiò con un colpo di testa del solito Ercolano, e quindi trovò il punto del successo con Cipriani a tempo scaduto. Il difensore fece gol con un piattone in spaccata sottomisura, proprio sotto la Curva Sud. Fu un 2-1 che ci strappò un sorriso per qualche ora e nulla più.
Cavese – Foggia 3-1 del 3 giugno 2007, insomma, non è una partita come tutte le altre: è il manifesto della mia generazione. Una generazione, nata tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, che non ha visto direttamente la B e che ha vissuto sulla propria pelle l’onta di due fallimenti e di due retrocessioni a tavolino; una generazione che è ripartita dall’Eccellenza, e che ha dovuto digerire il gol di Sgambati col Sant’Anastasia, il giallo di Nardò, la sconfitta nella finale play off di Gela, la tragica scomparsa di Franco Troiano e di Catello a poche ore dopo la vittoria di un campionato, il pareggio col Foligno e tante altre delusioni meno cocenti, non ultimo l’inatteso 4-3 di Bisceglie. Il morso della “Vipera” resta il momento più brutto insieme con la morte del Leone. Dopo il gol di Mastronunzio per molti di noi il calcio non è stato più lo stesso. In Cento anni di storia tante sono state le cadute che avrebbero potuto far vacillare la nostra fede. Se oggi, però, dopo tanto penare, siamo ancora lì sugli spalti a tifare, vuol dire proprio che il nostro attaccamento alla casacca biancoblù non conosce confini. Se non è amore questo…

Fabrizio Prisco

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