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AMARCORD IN BIANCOBLU: RENDE-CAVESE

La disputa del match in campo neutro allo Stadio Razza di Vibo Valentia non sminuisce l’intensità della sfida tra il Rende e la Cavese, abituate ormai ad incontrarsi da diversi decenni e peraltro in categorie diverse. In verità il bilancio dei metelliani in casa dei biancorossi calabresi è tutt’altro che esaltante, ma anche questa volta la posta in palio abbastanza alta fa pensare ad una partita ricca di colpi di scena.
Fondato nel 1968, ma subito affacciatosi nel calcio che conta, il Rende ha affrontato la Cavese per la prima volta in Serie C1 nel 1979/80, riportando una secca vittoria per 2-0. Mentre nella stagione successiva, la Cavese pur approdando in Serie B per la prima volta nella sua storia non riuscì ad andare oltre un pareggio ad occhiali nel vecchio Stadio Marco Lorenzon.
Una prima sfida alquanto delicata si giocò nel Campionato di Serie C2- Girone D nel 1986/87 alla terz’ultima di campionato, con gli aquilotti che guadagnarono in Calabria un preziosissimo 1-1. Il punto decisivo degli aquilotti portava la firma di Germano Carnevale, fratello del più famoso Andrea, autore in quella stagione di 14 gol, tutti pesantissimi. Con quel pareggio il Rende si condannò alla retrocessione, mentre la Cavese si salvò nonostante una penalizzazione di 5 punti. Germano Carnevale segnò in varie stagioni 23 gol in campionato con la maglia della Cavese ed era benvoluto dalla tifoseria. Soltanto un infortunio ne frenò l’ascesa. Mentre il fratello Andrea Carnevale fu due volte Campione d’Italia con il Napoli e giocò nella Nazionale Italiana di Vicini. Lo stesso Andrea transitò dalla Valle Metelliana, tuttavia senza mai scendere in campo. La Cavese infatti lo vendette alla Reggiana.
Non molto fortunato fu invece il precedente del 2004/2005 in Serie C2. Con la Cavese lanciatissima in campionato al primo posto in classifica la squadra di Campilongo alla nona di ritorno andò a giocare proprio a Rende di venerdì sera, nell’anticipo televisivo di RaiSat. Gli aquilotti lasciarono questa volta al Lorenzon una parte della loro leadership, venendo battuti di misura e sbagliando un penalty decisivo con il bomber Max Scichilone, dopo il vantaggio siglato allo scadere del primo tempo da Prete. Una grande amarezza per una squadra forte, che però si vide sfilare via la vetta della graduatoria.
Il confronto tra le due squadre ritornò in calendario poi molti anni più tardi, precisamente nel Campionato di Serie D del 2013/14. La Cavese andò a Rende nella prima giornata del girone di ritorno, impattando nel finale per 1-1. Al gol di Iannelli, infatti, replicò il giovane Pisani, che in quella stagione andò a segno in più di una occasione, presentandosi come la rivelazione del torneo. Due nuove sconfitte invece maturarono nella stagione del 2016/17: la prima in campionato per 2-0 (uno dei due gol siglato dall’argentino Actis Goretta) e la seconda nella finale dei play-off che la Cavese perse proprio a Rende. A nulla servì il parziale pareggio del giovane Bellante, in quanto Ferreira su rigore proprio al 90’ firmò il punto del 2-1. Quel giorno il Rende festeggiò il miracoloso ritorno in Lega Pro attraverso i play-off ed il susseguente ripescaggio.
In effetti la sua unica vittoria a Rende la Cavese la maturò nella stagione del 2015/2016 in Serie D con una vittoria sofferta per la squadra di Longo per 1-2 con i gol di D’Anna e Di Deo. Fu l’unica volta che gli aquilotti violarono il quasi inespugnabile Lorenzon. In una stagione peraltro non proprio fortunatissima per i colori metelliani.

Vincenzo Paliotto

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CON IL RENDE SI GIOCA A VIBO VALENTIA ORE 14:30

È arrivata l’ufficialità per la partita in trasferta domenica con il Rende. Si giocherà al Luigi Razza di Vibo Valentia alle ore 14:30.

I biglietti del settore ospiti sono disponibili al prezzo di 12 euro (gratis fino a 14 anni, donne e ragazzi da 15 a 18 anni 7 euro), circuito www.go2.it e potranno essere acquistati presso la Cartoleria Tirrena in corso Mazzini fino alle ore 19 di sabato e non sarà possibile farlo la domenica a Vibo.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: BELLI COME LA NOSTRA CITTÀ

– Ragazzi, sapete quale è il primo muscolo da allenare se vogliamo vincere il campionato?
Gli aquilotti guardarono Vittorio Belotti con fare dubbioso.
– No, mister. Quale? – chiesero in coro un po’ tutti.
– Il cervello – rispose il tecnico.
– Ma il cervello non è un muscolo – ribatté qualcuno.
– Sì, è vero. Ma se vogliamo raggiungere un risultato così importante, prima di pensare alla tattica e alla condizione fisica, dobbiamo curare l’aspetto psicologico: dobbiamo diventare una squadra. Se facciamo questo e stiamo bene insieme, nessun traguardo può esserci precluso. Veniamo da due anni di delusioni. Non possiamo restare ancora a lungo in queste categorie. Diamoci da fare, abbiamo una grande responsabilità. Sapete bene che non è una maglia qualunque la nostra.
Era un caldo pomeriggio di agosto del 1993. La Cavese aveva da poco iniziato la preparazione cercando un po’ di refrigerio tra gli alberi della Pineta La Serra, nel cuore delle colline metelliane. Il campionato di Eccellenza era alle porte e i biancoblù non potevano più permettersi di sbagliare. Vittorio Belotti quella maglia la conosceva bene. L’aveva indossata per due stagioni in serie C, sul finire degli anni ’70. Lui, da settentrionale atipico, nativo di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo, si era legato al Sud e non lo aveva più lasciato. Cresciuto nell’Atalanta, aveva giocato anche con Cremonese e Udinese, prima di venire a Cava. Successivamente Belotti aveva militato nelle fila di Juve Stabia, Savoia e Battipagliese, e poi aveva appeso le scarpette al chiodo. Nella nostra città era rimasto a vivere e aveva intrapreso la carriera di allenatore. Mentre la Cavese conosceva l’onta del fallimento nell’estate del 1991, scomparendo dal calcio professionistico per motivi economici, più o meno nello stesso periodo, Vittorio iniziava l’avventura in Promozione sulla panchina dell’Atletico Cava di Bruno Magliano che avrebbe condotto in maniera inaspettata alla vittoria del campionato.
La Cavese, nel frattempo, era stata rilevata da un imprenditore edile, Pasquale Sorrentino, ed era ripartita dall’Eccellenza con il nome di Intrepida, avendo acquisito il titolo sportivo di una piccola squadra di Lanzara. Al primo anno tra i dilettanti le cose non erano andate come previsto e la compagine aquilotta non era stata in grado di centrare la promozione, finendo seconda alle spalle della Paganese. In panchina si erano alternati due tecnici, Aniello Salzano e Francesco Cianfrone, ma i risultati non erano stati esaltanti. L’anno dopo, nel 92/93, in Eccellenza ci sarebbero state due compagini metelliane, l’Intrepida Cavese e l’Atletico. Troppa grazia per una città come la nostra, che ancora una volta avrebbe dovuto rimandare l’appuntamento con il riscatto. Belotti si trasferì sulla panchina degli aquilotti, mentre quella della seconda squadra cittadina fu affidata a Pasquale Spatuzzi. Nonostante la conduzione tecnica di Belotti, i biancoblù arrivarono comunque dietro alla Nocerina e al Grotta, che si contesero la promozione in un combattuto spareggio giocato allo stadio San Paolo di Napoli. Fu in quel momento che Pasquale Sorrentino e Bruno Magliano capirono che dovevano mettersi a tavolino per costruire qualcosa di solido e duraturo e optarono finalmente per una fusione tra i due club. Dalle ceneri dell’Intrepida e dell’Atletico, il 13 luglio del 1993, nacque la nuova Cavese. Che si presentò, per la terza volta, ai nastri di partenza del torneo di Eccellenza campana con chiari propositi di vittoria.
Il nuovo direttore sportivo Guglielmo Russo, che aveva preso il posto di Alfonso Pepe, aveva costruito una rosa fortissima. Vittorio Belotti era consapevole di avere tra le mani una autentica corazzata. Ma sapeva bene che nel calcio non si vince soltanto con i nomi. Sarebbe troppo facile. E troppo comodo. Bisogna prima cementare il gruppo. Fin dai primi allenamenti, pertanto, cominciò a lavorare sulla mente degli atleti che la società gli aveva messo a disposizione. L’allenatore, dall’alto della sua esperienza, non si sbagliava. Perché il segreto di quel gruppo che si rese protagonista di una cavalcata trionfale, fu proprio quello di seguire il suo condottiero in tutto e per tutto, accettando di condurre una vita da professionisti in un campionato dilettantistico. La squadra era un giusto mix tra calciatori esperti, giovani interessanti di grande talento e ragazzini che avevano voglia di emergere. Ne venne fuori una miscela esplosiva che infiammò un’intera città e che seppe riportare la gente allo stadio.
Siamo tutti debitori nei confronti di quella Cavese targata Belotti. Una compagine capace di chiudere il campionato senza perdere neppure una partita, vincendone venticinque e pareggiando solo in cinque occasioni. Una macchina da gol, che mise a segno ben 66 reti, e ne subì soltanto 11. Una corazzata che chiuse la stagione con ben otto punti sulla seconda in classifica, la temibile Pro Salerno di Eziolino Capuano. Siamo tutti debitori di quella Cavese, dicevamo, perché è da quel trionfo che si sono gettate le basi per la successiva risalita nei professionisti. Senza quella Cavese non si sarebbe ricreato entusiasmo nella nostra valle, non sarebbe nata una nuova generazione di tifosi. Sì, è proprio così. Perché la stagione 93/94, per tutti noi che non abbiamo vissuto per motivi anagrafici i fasti della B, rappresenta una sorta di spartiacque. Molti si sono innamorati della maglia biancoblù seguendo le gesta dei ragazzi di Belotti. Molti sono ritornati allo stadio per merito loro. Molti in quell’annata hanno cominciato a frequentare la Curva Sud che ben presto divenne il cuore pulsante del tifo metelliano, un fervido laboratorio di iniziative sociali e di solidarietà aperto a tutti che ancora oggi viene apprezzato e rispettato in ogni parte d’Italia. Siamo tutti figli di quella squadra, insomma. Ed è giusto riconoscere i meriti ai protagonisti e a chi visse quel successo senza le luci della ribalta, ma condividendo con gli altri gioie e fatiche, oneri e onori.
Se Vittorio Belotti era la mente in panchina, Sergio Mari era il capitano e l’allenatore in campo. A 32 anni il mediano si era calato nella nuova realtà con il solito entusiasmo e con la grinta dei tempi d’oro. I compagni e i più giovani lo ascoltavano e lo seguivano, lo chiamavano il “Professore”, perché si presentava al campo con il giornale sotto al braccio e perché leggeva tantissimo. Non aveva cominciato ancora a scrivere romanzi o racconti a quei tempi, ma si occupava di arte e dirigeva una galleria nel cuore della centralissima via Mercanti a Salerno. Dopo gli allenamenti, insieme a Mimmo Barone che gli dava una mano, lo si poteva trovare lì, a parlare di quadri, di colori a olio e di nature morte. Era lui quello che si faceva rispettare sul rettangolo verde e che doveva fare qualche ramanzina nel chiuso degli spogliatoi, se ce n’era bisogno. Giancarlo Bentivoglio invece era il capitano non giocatore. Il difensore aveva accettato il ruolo senza fiatare e se ne stava zitto zitto, buono buono, nelle retrovie. Alla fine la sua presenza nel gruppo fu determinante. Alla stessa stregua di chi come lui, e mi riferisco ai vari Dresia, De Bonis, Di Salvatore, Longobardi giocò meno degli altri, e dei giovani Marra, Vitale, Barone, Ferrara e Di Giorgio che si affacciavano in prima squadra desiderosi di apprendere e di imparare i segreti dei più grandi con devozione e umiltà. Senza dimenticare lo sfortunatissimo Aniello Granito che indossò la maglia da titolare alla prima giornata col Castel San Giorgio, segnò su rigore e poi si infortunò, restando fuori per tutta la stagione.
In campo quella squadra aveva mille anime e altrettanti volti. C’era la serietà e la professionalità di Sergio Manzi, libero gentiluomo che faceva parlare i fatti, e il carisma di Dario Rasi, fine regista e metronomo del centrocampo come non se ne vedono più ormai da anni. C’era la grinta e l’esplosività in difesa dei vari Genco, Serao e Iannone. C’era l’umiltà e la verve di Matteo Di Santi, un altro reduce come Mari della Cavese che aveva militato in C/2 prima del fallimento. C’era l’energia devastante di Ciro De Cesare, il talento di Alberto Borsa, l’angelo biondo che quando era in giornata era letteralmente imprendibile, la classe in zona gol di Peppe Orlando, capace di stringere un rapporto con la curva come pochi nella storia recente della nostra squadra. E poi c’era lui, Gianni Pirone, il bomber, l’uomo copertina di quella macchina meravigliosa.
Arrivato a Cava nell’estate del 1992 dalla Sangennarese, Pirone nel corso della prima stagione in biancoblù era stato condizionato dal servizio militare che aveva svolto a Udine e aveva giocato poco. L’anno successivo, riuscendo a trovare finalmente la giusta continuità di presenze e di prestazioni, l’attaccante esplose in maniera fragorosa: in 26 partite mise a segno 17 reti, laureandosi capocannoniere del girone e diventando l’uomo di punta di quella Cavese. Aveva solo 21 anni l’”avvoltoio”, come amava chiamarlo in tv, ai microfoni di Quarta Rete, il giornalista Leonardo Vallone. Giocando al fianco di Orlando il centravanti formava un tandem che rappresentava un autentico lusso per la categoria. I due piccoletti non davano punti di riferimento, svariavano su tutto il fronte offensivo e, sfruttando i movimenti di Borsa e De Cesare, i lanci di Rasi e il moto perpetuo di Mari e Di Santi, riuscivano ad impensierire chiunque. Quando serviva poi qualche centimetro in più per scardinare i bunker degli avversari, Belotti ricorreva alla bravura nel gioco aereo di Pietro De Bonis. In questo modo l’ex attaccante del Maiori seppe ritagliarsi il suo spazio e riuscì anche a segnare gol determinanti come quello nello scontro decisivo per la promozione contro la Pro Salerno, il 27 marzo 1994.
A Vittorio Belotti piacevano i giocatori di qualità, e in quella Cavese di qualità ce n’era davvero tanta. Giocavano in maniera spettacolare, si allenavano seriamente, ma si divertivano anche come matti. Era un crogiolo di personaggi fantastici quello spogliatoio che aveva i suoi riti e che quotidianamente viveva momenti di straordinaria ilarità. Inutile dire che con De Cesare, Borsa e Orlando era impossibile non divertirsi. De Cesare, detto “Sciabulella” in onore del nonno che collezionava sciabole e spade, era la vittima preferita degli sfottò del gruppo. Quando il mister metteva tutti davanti alla lavagna per la consueta lezione di tattica, il primo ad essere interrogato sui movimenti e sulle posizioni da tenere in campo era proprio lui. Conoscendo il buon Ciro, provate ad immaginare la scena. Belotti era un sacchiano di ferro, era un seguace del 4-4-2 e della zona mista e pretendeva dagli aquilotti tutto quello che il vate di Fusignano applicava nel Milan degli olandesi. De Cesare era una forza della natura, ma quando si trovava davanti a quella tavola nera di ardesia, per parlare di diagonali, linee, zone gialle, rosse o verdi che dividevano il campo in tre parti, andava letteralmente in tilt. Le risate erano assicurate.
La stessa cosa accadeva in ritiro all’albergo ristorante Hermitage, di proprietà del presidente Sorrentino. La domenica mattina, subito dopo pranzo, la squadra si riuniva nella hall per la classica partita a tre sette. Nessuno voleva perdere, e in questo campo De Cesare era un autentico fenomeno. Il terzino così a carte si prendeva una bella rivincita e quando aveva il “carico” da gettare sul tavolo, lo faceva con le sue inconfondibili espressioni colorite che facevano sbellicare i presenti. De Cesare e Borsa erano i protagonisti anche delle serate al Porky’s, il locale “cult” di Pasquale Falcone, che in quegli anni spopolava e che attirava gente da tutta la Campania. La domenica sera non era raro che la Cavese si recasse al Music Hall in via XXV luglio per assistere allo spettacolo che prevedeva lo spogliarello di qualche gentile donzella. E indovinate chi veniva sovente coinvolto, acclamato a gran voce dai compagni? Ma ovviamente lui, l’incontenibile “Sciabulella”. Una volta De Cesare si rese protagonista con una di queste avvenenti intrattenitrici di un duetto memorabile. La ragazza lo fece salire sul palco e cominciò a spogliarsi e a spogliare contemporaneamente il calciatore. Prima di sbottonargli la camicia, la signorina disse sicura del fatto suo: “Un vero uomo non porta mai la canottiera. Togliti la camicia e fai vedere a tutti che sei un vero uomo!”. Immaginate la faccia del pubblico e dei suoi compagni di squadra, quando De Cesare si tolse la camicia e rimase con una canottiera di lana, per giunta accollata e con le mezze maniche! Borsa e gli altri volevano morire. Peccato che non esistevano ancora i telefonini.
Anche all’interno dello staff che collaborava con Vittorio Belotti c’erano dei personaggi che contribuivano al buonumore della truppa. Ugo Russo, il massaggiatore, era uno di questi. Aveva sempre il sorriso sulle labbra e la battuta pronta. Da uomo di campo qual era, sapeva farsi ben volere e sapeva anche dire la parola giusta al momento giusto. Con Gianni Pirone aveva un rapporto speciale. Per lui era una sorta di portafortuna. L’avvoltoio aveva notato che ogni qualvolta Ugo Russo entrava in campo per soccorrere un compagno e faceva il giro dietro la porta per tornare in panchina, lui faceva gol. Accadde in più di una circostanza. Una volta contro i Giovani Lauro la Cavese vinceva 2-0 e l’arbitro assegnò un calcio di rigore. Sul dischetto si presentò Pirone, ma Peppe Orlando gli chiese se poteva batterlo lui perché voleva sbloccarsi davanti ai suoi tifosi. L’attaccante di Pianura si fece da parte e Orlando trasformò il penalty. La gara terminò sul punteggio di 5-0 per la Cavese. Era il 17 ottobre 1993. Negli spogliatoi Ugo Russo si avvicinò al bomber e gli disse: “Non farlo più, il pallone si prende collera!”. Pirone lo guardò stupefatto. “Poi capirai, a tempo debito…”, gli rispose il massaggiatore. La domenica successiva, a Solofra, i metelliani si imposero per 3-2 sugli avellinesi, e Pirone fallì un calcio di rigore ad un quarto d’ora dalla fine. “Ora hai capito che cosa intendevo”, sussurrò all’attaccante il baffuto massaggiatore mentre entrambi rientravano negli spogliatoi.
Un’altra figura insostituibile del clan aquilotto era il mitico Beniamino Pisapia, lo storico magazziniere. “Pensa che bello, caro Beniamino, se un giorno dovessi diventare l’allenatore della Cavese, e dovessi lavorare a stretto contatto con te…”, gli aveva detto in tempi non sospetti Vittorio Belotti. Quando Pasquale Sorrentino affidò la panchina all’ex difensore di origini bergamasche, Beniamino fu al settimo cielo. Stravedeva per lui, era sicuro che sarebbe stato l’uomo giusto al posto giusto. Si mise al suo servizio e non gli fece mancare nulla. Pisapia era una sorta di mascotte per la squadra. Era l’uomo del caffè ad inizio allenamento e prima delle partite, era l’uomo capace di tirare fuori dai suoi stanzoni ogni tipo di reliquia se necessario. Tra le tante cose che custodiva gelosamente, Beniamino aveva uno scatolone pieno di tacchetti di gomma e di ferro di ogni tipo. Li usava in base alla tipologia del terreno di gioco, e preparava le scarpette dei calciatori con una meticolosità più unica che rara. La Cavese era la sua vita, e gli aquilotti erano i suoi figli. Inutile dire che se Vittorio Belotti cercava di tirare fuori il meglio da ogni elemento per il bene del collettivo, sapeva che poteva contare anche su Beniamino per raggiungere l’obiettivo più importante.
Il campionato di Eccellenza 93/94 fu un autentico monologo dei metelliani. Fin dalla prima giornata la Cavese dimostrò di avere una marcia in più: mise in fila undici vittorie consecutive e guadagnò subito il primato in classifica. Tra l’ottava e la nona giornata, il successo in trasferta sul difficile campo di Vallo della Lucania, grazie ad una rete su punizione di Serao, e quello in casa per 3-1 sul temibile Grotta dei gemelli Laudato fecero capire a tutti che gli aquilotti facevano sul serio. Il primo pareggio giunse alla dodicesima, il 4 dicembre 1993, nel derby del Vestuti contro la Pro Salerno. Fu una gara tiratissima, segnata dal tentativo di invasione da parte di un gruppo di teppisti salernitani. L’arbitro Pasquinucci di Ercolano fu costretto a sospendere il gioco per circa 6 minuti. Pirone portò in vantaggio i metelliani al 25’ con una stoccata delle sue che fece esplodere gli oltre 500 tifosi cavesi stipati in curva nord. Lardo pareggiò al 60’, quindi l’arbitro non concesse alla Cavese un chiaro rigore in seguito ad un fallo subito dallo stesso Pirone. L’unico momento da dimenticare dell’intera stagione fu nel girone di ritorno la partita a Grottaminarda, che fu caratterizzata da ripetuti scontri tra le due tifoserie. Al termine del match, vinto 1-0 dai nostri, i supporters locali assediarono all’interno dello stadio le persone giunte da Cava e gli stessi calciatori per circa due ore. Il giudice sportivo decretò la sconfitta a tavolino della Cavese e condannò gli aquilotti a disputare l’incontro successivo a porte chiuse. Il 13 marzo 1994, contro il Sapri, il Lamberti si presentava desolatamente vuoto: sugli spalti erano presenti soltanto una cinquantina di addetti ai lavori. La Cavese si impose di misura con una rete di Iannone, ma la vicenda fu una macchia in un’annata da incorniciare.
Quasi cinquemila persone invece affollarono l’impianto di via Mazzini il 27 marzo per la partita con la Pro Salerno. Una cornice di pubblico da categoria superiore fu l’occasione per mostrare alla collettività lo spettacolare striscione preparato dai ragazzi della Curva e dal Laboratorio Sperimentale Cavese, “Ultrà… Belli come la nostra città”. Era un sipario gigantesco che raffigurava le bellezze di Cava de’ Tirreni, i portici, Monte Castello, Monte Finestra, le torri per il gioco dei colombi e l’Abbazia Benedettina, e che copriva l’intero settore della Sud. Il 2-0 sui rivali guidati da Ezio Capuano fu il passo decisivo verso la matematica promozione che fu sancita la settimana successiva, sotto un autentico diluvio, al termine del pareggio a reti bianche contro il Poseidon. La festa finale all’ultima giornata contro l’Angri, sommerso dalla doppietta di Rasi e dalle perle di Orlando e Iannone, fu bellissima. “Zump zump uagliò”, cantavano in mezzo al campo, a fine gara, i tifosi insieme ai calciatori, prendendo spunto dalla celebre canzone dei 99 Posse. Fu il refrain di tutto il campionato.
– Hai visto Beniamino, ce l’abbiamo fatta… – urlò Belotti al piccolo magazziniere mentre veniva portato in trionfo dietro gli spogliatoi dai suoi ragazzi e dagli addetti ai lavori.
Beniamino sorrise, senza dare troppo nell’occhio. Poi, con discrezione, si rifugiò nel suo sgabuzzino. Non doveva preparare nessun caffè. Semplicemente non voleva far vedere a tutti che aveva gli occhi lucidi. Certo, aveva conosciuto momenti più importanti vivendo al fianco degli aquilotti. Ma quella vittoria, dopo tanto penare, aveva un sapore particolare. Era una sorta di rinascita. Lo sapeva bene anche lui.
Avrebbe potuto aprire un ciclo quella Cavese se solo fosse stata rinforzata come si deve l’anno successivo per il Nazional Dilettanti. E invece Belotti si fece tentare dalle sirene della Boys Caivanese e al suo posto arrivò Paolo Braca, che venne esonerato prima dell’inizio del girone di ritorno; De Cesare seguì il suo mentore a Caivano e diversi come lui andarono via. Gianni Pirone rimase ancora per un’altra stagione, poi vestì le maglie di Agropoli, Angri e Sorrento, prima di lasciare il calcio a soli 24 anni per dedicarsi all’attività di famiglia, la Scuola calcio Campanile di Pianura, una delle più rinomate di tutta la Campania. Fu un vero peccato, perché l’impressione è che quella squadra così eclettica e tecnicamente dirompente avesse ancora tanto da dire, persino nelle categorie superiori. La vita, in ogni caso, è strana, ti dà delle possibilità, ma se non le cogli al volo ti presenta subito il conto. Pirone tornò per un giorno a Cava nell’estate del 1995, per mettersi agli ordini di Bilardi. Pasquale Sorrentino non c’era più, la società era passata nelle mani di Franco Troiano e dei suoi amici, e la squadra era stata costruita da Rino Santin. L’attaccante si allenò, ma si fece male ad una caviglia e la trattativa saltò. Al suo posto venne ingaggiato Vittorio Torino. Sapete tutti come andò a finire. Si vede che non era destino.

Fabrizio Prisco

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BIGLIETTI IN VENDITA PER CAVESE-PAGANESE DOMENICA ORE 14:30

Inizia da oggi la prevendita per Cavese-Paganese di domenica 17 Marzo ore 14:30 al Simonetta Lamberti. 

Comunichiamo, inoltre, ai nostri tifosi che per acquistare i biglietti, è necessario esibire un documento di identità valido all’acquisto ed ai varchi di ingresso dello stadio.

Prezzi per settori aperti:

  • Curva Sud “Catello Mari” 8 euro (ridotto 6 euro*)
  • Tribuna Scoperta 15 euro (ridotto 12 euro*)
  • Tribuna Laterale Coperta 20 euro (ridotto 17 euro*)
  • Tribuna Centrale Coperta Hospitality 35 euro (ridotto 30 euro*)
  • Settore ospiti chiuso come da disposizioni GOS e divieto di vendita ai residenti a Pagani in altri settori dello stadio Simonetta Lamberti.
  • Obbligo vendita ticket ai soli residenti nel comune di Cava de’ Tirreni.

*biglietti ridotti per Over70 (adulti che non hanno compiuto il settantesimo anno di età), Donne, Under 18 (ragazzi/e che non hanno compiuto il diciottesimo anno di età) e accompagnatori diversamente abili.

Ingresso gratuito per gli Under 12 (che non hanno compiuto il dodocesimo anno di età). 

Per i diversamente abili il settore loro dedicato è la Tribuna Scoperta. 

Le rivendite autorizzate per acquistare i biglietti:

  • Cartoleria Tirrena corso Mazzini, 87
  • Cafe’ Trinità corso Mazzini, 235/237
  • Caffe’ D’Essai piazza De Marinis, 8
  • Punto Ricarica Betwin360 corso Mazzini, 256
  • Cartoleria Jolly via T. Di Savoia, 20
  • Bar Enotrio via A. Sorrentino 5
  • Al Caffè via L. Siani, 12
  • Bar Daniel’s via Garzia 49/51
  • Insomnia Caffè via U. Mandoli 18
  • Givova Store via E. Talamo 13
  • News Cafe’ corso Palatucci 33
  • Uff. Gustaminori Largo S. Pastai (Minori)

IL BOTTEGHINO TRIBUNA STADIO APERTO LUNEDÌ DALLE ORE 12:30.

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: LIBERO COME L’ARIA

La folla ruggì, ancora una volta, facendo tremare i vetri delle case del quartiere di Marassi. Cesidio Oddi si rialzò da terra, sconsolato, per raccogliere l’ennesimo pallone che era finito in fondo al sacco. Quanti ne aveva già presi? Sei, sette? No, otto. Sì, avete capito bene. Otto. La Cavese stava perdendo 8-1 a Genova contro la Sampdoria, in una triste serata di fine agosto del 1984, e il portiere aquilotto non poteva credere ai suoi occhi. Certo, era una partita di Coppa Italia, ma Oddi non si era mai trovato in una situazione simile: i blucerchiati arrivavano da tutte le parti, centralmente e dal fondo. Bastava un semplice uno-due e il portiere metelliano si ritrovava di fronte almeno un paio di avversari. Per quei satanassi di Mancini, Vialli, Beccalossi e Francis bucare la difesa biancoblù era stato un gioco da ragazzi, fin dai primi minuti. Persino Fausto Salsano, cavese doc che militava nella Sampdoria, era andato a segno, siglando il punto del 6-1 al dodicesimo della ripresa, ed era costernato. I suoi compagni non avevano l’intenzione di fermarsi e stavano esponendo la squadra della sua città ad una figuraccia epocale. La Sampdoria di Bersellini, rispetto alla Cavese appena retrocessa dalla serie B e costruita per risalire prontamente tra i cadetti, era di un altro pianeta, ma che qualcosa nell’undici di Benetti non funzionasse ormai era evidente, anche per chi di calcio ne masticava poco.
Oddi cercò lo sguardo di Gianluca Signorini. Il difensore arrivò sbuffando a capo chino dalle parti del portiere, quasi per consolarlo. In realtà era ancora più arrabbiato di lui. Maledetta zona! Romeo Benetti, il mediano tutto cuore e polmoni che aveva raccolto gloria e trofei nel Milan, nella Juventus e nella Nazionale di Bearzot, dopo aver vinto l’anno prima il campionato Primavera con la Roma battendo in finale il Milan di Capello, voleva riproporre nella Cavese quel sistema di gioco spregiudicato. Niente più libero staccato: difesa in linea, diagonali, trappola del fuorigioco, pressing, e ripartenze. Era un innovatore, Benetti, ma forse era troppo avanti per quei tempi. Un modulo simile non solo era improponibile contro la Sampdoria: sarebbe stato difficile da digerire anche in un campionato ostico e scorbutico come quello di terza serie. Signorini allargò le braccia, per rincuorare il portiere, seguito a ruota dai compagni di reparto Andreoli e Bobbiesi. Nessuno di loro aveva mai preso una scoppola del genere. Benetti più di una volta, nel corso della gara, pensò di ritornare all’antico. Poi si convinse che si trattava solo di far maturare gli eventi. La Cavese era una buona squadra, i giocatori dovevano solo assimilare i meccanismi e poi col bel gioco avrebbero convinto pubblico e addetti ai lavori. L’allenatore aveva creato un buon rapporto con i suoi ragazzi, fin dal ritiro di Altomonte, in Calabria. Bisognava aspettare, perché col lavoro prima o poi i risultati arrivano. Di solito, nel calcio come nella vita, è una regola non scritta. Per l’undici di Benetti, invece, si rivelò ben presto una dolorosa utopia.
Anche nelle altre uscite di Coppa Italia la Cavese andò incontro ad ulteriori delusioni. Dopo le due sconfitte interne con l’Udinese di Zico e con il Catanzaro, e la debacle di Genova allo stadio “Ferraris”, gli aquilotti rimediarono altre due batoste a Lecce e Bari: i giallorossi rifilarono al povero Oddi altre sei reti, mentre i galletti si accontentarono, si fa per dire, di un “meno” rotondo 5-0. La Cavese fu estromessa dalla massima competizione tricolore dopo cinque partite con un bottino di zero punti, due gol fatti e ventiquattro subiti. Numeri tremendi, che fecero suonare nella valle metelliana più di un campanello d’allarme. Sul banco degli imputati, al di là delle idee del tecnico veronese, finì anche quello che doveva essere il perno dell’intera retroguardia, quel Gianluca Signorini che era arrivato a Cava con una reputazione di ferro e che in quel momento rappresentava una autentica sorpresa in negativo.
Nato a Pisa il 17 marzo del 1960, fisico imponente, buona tecnica di base e grande professionalità, il difensore era stato uno dei fiori all’occhiello della campagna acquisti condotta con notevole competenza dal nuovo direttore sportivo Renato Cavalleri. Dopo aver girovagato per i campi della Toscana, tra Pisa, Pietrasanta, Prato e Livorno, Signorini aveva disputato una buona stagione con la Ternana ed era stato ingaggiato perché desse al reparto arretrato quella solidità che Benetti auspicava per costruire una Cavese vincente. D’altra parte, dopo la delusione per la sconfitta di Pistoia che aveva fatto precipitare inaspettatamente i metelliani in C, la società biancoblù non aveva badato a spese per costruire uno squadrone e Signorini era stato uno dei primi nomi indicati da Cavalleri a Benetti. Gianluca era arrivato a Cava a 24 anni: non era ancora nel pieno della maturazione, ma aveva già una discreta esperienza. Era però il classico libero tanto in voga in quel periodo: in quel modo non aveva mai giocato e affrontare gli avversari in campo aperto, nell’uno contro uno, lui che era dotato di un fisico imponente e non era certo un fulmine di guerra, non lo favoriva affatto. Si applicava Gianluca, cercava di seguire i dettami di Benetti, seguito dal capitano Pavone e dai compagni Andreoli, Bobbiesi, Malaman, Malisan, Fratena, Mari, Rispoli, La Rosa, Urban e Mandressi. Ma non appena cominciò il campionato le cose non migliorarono di certo, anzi.
La Cavese, considerata una delle favorite per la vittoria finale, esordì con un pareggio a Monopoli, quindi superò in casa la Reggina. Poi mise in fila sei pareggi e quattro sconfitte, che fecero precipitare i biancoblù al terzultimo posto in classifica. La panchina di Benetti vacillò paurosamente. Una parte della dirigenza chiedeva a gran voce la sua testa, e alla stessa stregua facevano i tifosi. I calciatori erano ancora con lui, anche se una buona metà dello spogliatoio cominciava ad interrogarsi sul credo integralista del tecnico veneto.
Signorini, nel frattempo, era finito fuori squadra. Per un mesetto si parlò anche di una sua possibile cessione. Gianluca non fece polemiche. Si trincerò dietro un comprensibile silenzio, sostenuto dall’affetto della sua famiglia. Il libero non amava fare vita mondana: era andato a vivere a Vietri in compagnia della moglie Antonella e dei suoi due bambini Alessio e Benedetta. Gli altri due figli Andrea e Giulia non erano ancora nati. Ogni tanto lo si poteva incontrare sotto i portici. Parcheggiava la macchina dietro al Maiorino, e poi si faceva una passeggiata lungo il corso. Spesso si fermava a prendere un caffè al Bar Remo, che all’epoca si trovava di fronte al cinema Metropol, ed era il ritrovo degli sportivi. Quando Benetti fu mandato via e i dirigenti richiamarono quel vecchio filibustiere di Corrado Viciani, Signorini dopo 40 giorni di assoluto anonimato ritornò al centro del progetto. Si riprese la maglia da titolare e non la mollò più, mostrando subito ai tifosi il suo vero volto.
Intervistato ai primi di gennaio del 1985 da Antonio Battuello per la rivista “Spazio Biancoblù”, il libero aquilotto, che era tornato a giocare nella maniera che gli era più congeniale, ebbe comunque parole di stima per l’allenatore esonerato. Dichiarazioni che gli fecero onore e che furono la conferma che Gianluca era innanzitutto un uomo vero, e poi un grande professionista.
‹‹Si suole dire che noi atleti – dichiarò Signorini – siamo sempre pronti ad arrampicarci sugli specchi, pur di salvare la faccia, ma non posso sottovalutare gli oltre 40 giorni di assenza dai campi di gioco. Ritengo di non essermi presentato ai livelli degli ultimi tornei da me disputati a Livorno e a Terni, che mi hanno consentito di essere ai primi posti di rendimento nelle classificate stilate dai tecnici di categoria. Mi dispiace per Benetti. Con lui si poteva dialogare come un fratello, gli si deve dare atto di una predisposizione al contatto umano come pochi sanno. Il rapporto con il sottoscritto non ha avuto accenti di ipocrisia. Accuse non se ne possono muovere: ha pagato chiaramente lo scotto dell’inesperienza e, al momento della stipula del contratto, non ha valutato le difficoltà di un campionato come quello di C/1 dove il bel gioco viene annientato dalla praticità del risultato. Con Viciani la squadra è migliorata notevolmente. Non si è verificato più quel notevole scompenso che esisteva al centro del campo: il nuovo mister è riuscito a velocizzare la manovra, ha inculcato in tutti noi la necessità del cambio di passo, ha ottenuto i risultati che erano la linfa per questa pianta che stava seccando. La mia vita lontano dal campo è tranquilla, come ho sempre desiderato, in compagnia di mia moglie e dei miei due marmocchi. A Cava mi trovo bene: ho avuto la possibilità di stringere amicizie al di fuori dell’ambito del calcio, e per me questo vale tanto. È un’ottima residenza, ritengo che sia una cittadina deliziosa per pulizia, tranquillità e per la completa assenza della delinquenza.››
Si trovava bene a Cava Gianluca Signorini. Ma nella valle metelliana, in cuor suo, si sentiva di passaggio. Sperava nel gran salto, si augurava, nonostante a marzo del 1985 avesse compiuto 25 anni, di attirare ancora le attenzioni di qualche grande club. Fino a quel momento aveva militato sempre in serie C, ma ora con Viciani, giocando da libero staccato, era tornato ad essere uno dei migliori difensori della categoria.
– Beato te, che hai giocato in B… – disse una volta il difensore toscano, in un momento di sconforto, a Cesidio Oddi, durante una cena.
– Ma cosa dici, Gianluca – rispose il portierone aquilotto – mica sei a fine carriera! Hai tutto il tempo per raggiungere i traguardi che meriti. Vedrai…
Mai parole furono più profetiche. La Cavese di Viciani ottenne la salvezza a due giornate dal termine. Signorini venne acquistato dal Parma di Arrigo Sacchi che in due anni vinse il campionato di C, approdò in B e si tolse lo sfizio di eliminare dalla Coppa Italia il Milan di Liedholm e di Berlusconi. Fu in quella circostanza che il Cavaliere si innamorò del profeta di Fusignano. Fu così che nel 1987/88 Sacchi andò al Milan, e Signorini approdò finalmente in serie A alla Roma, che nel frattempo aveva riabbracciato il Barone. La leggenda vuole che, al suo arrivo a Milanello, Sacchi abbia fatto vedere le videocassette del Parma a Franco Baresi per studiare i movimenti difensivi della difesa dei ducali pilotata proprio da Signorini. Nella Capitale il libero toscano rimase solo una stagione. Poi andò al Genoa, voluto fortemente da Franco Scoglio. E proprio il “Luigi Ferraris”, lo stadio dove quattro anni prima Signorini con la Cavese aveva rimediato contro la Sampdoria quell’incredibile 8-1, divenne la sua casa, per sette lunghe ed intense stagioni. ‹‹Datemi Signorini e andiamo in A con 50 punti››, aveva detto il Professore di Lipari, uno che morirà nel 2005 per una crisi cardiaca parlando del Genoa in diretta tv. Per la cronaca quel Genoa di punti ne fece 51 e fu promosso nella massima serie.
Furono sette anni indimenticabili, di alti e bassi e di un biennio d’oro, quello targato Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa che portò uno scudetto a Verona nel 1985 e che condusse il Genoa al quarto posto nel 90/91, e fino alle soglie della finalissima in Coppa Uefa l’anno successivo. Era la squadra del duo d’attacco Aguilera e Skuhravy, delle bombe su punizione di Branco, di Gennarino Ruotolo, Onorati, Bortolazzi, Eranio e Torrente. Signorini, da Capitano, incarnava in pieno l’orgoglio di un club, il più antico d’Italia, da sempre destinato a soffrire. Era forte e coraggioso Gianluca, aveva le mani grandi e le spalle possenti come quelle di un camallo del porto. Sembrava un personaggio uscito da un caruggio del centro storico o da una canzone di Baccini e De Andrè. Era forte e coraggioso Gianluca, come i navigatori delle repubbliche marinare. Ancora oggi chi ama il Grifone non può non avere gli occhi lucidi ripensando ai derby con la Samp di Vialli e Mancini, alle imprese in Europa, alla rimonta in casa all’ultimo istante con l’Oviedo, alla vittoria di Anfield con il Liverpool, quando Braglia aveva chiuso la saracinesca e Pato Aguilera aveva fatto piangere gli inglesi, alla sfortunata semifinale con l’Ajax.
Signorini andò via dopo lo spareggio stregato con il Padova del 1995 che sancì la retrocessione in B e chiuse la carriera nel Pisa, riportando nel 1996 la società nerazzurra tra i professionisti a due anni dal fallimento. Una volta annunciato il ritiro, rimase a Pisa in qualità di direttore sportivo e si iscrisse al Corso di Coverciano per diventare allenatore. Sarebbe stato sicuramente un ottimo tecnico, se non fosse stato per la SLA, la Sclerosi laterale Amiotrofica, che una mattina, all’inizio del Duemila, decise di bussare alla porta per impossessarsi di quel fisico apparentemente invincibile e nello stesso tempo tremendamente fragile.
Il Capitano tornò per l’ultima volta nella sua Genova una sera di maggio del 2001. Lo stadio era pieno come ai bei tempi ed esplose in un boato quando il suo eroe fece capolino dal tunnel degli spogliatoi. Gianluca era accompagnato dalla moglie Antonella e dai figli Benedetta, Alessio e Andrea; mancava solo Giulia, l’ultima nata, troppo piccola per essere al fianco dell’adorato papà. In campo per salutare e dare conforto al difensore in difficoltà c’erano gli ex compagni del Genoa, della Roma e del Parma e i vecchi maestri Liedholm, Sacchi, Scoglio e Bagnoli. Avevano risposto presente all’invito di Fulvio Collovati, di Lionello Manfredonia e di Antonio Tempestilli che avevano voluto organizzare una partita di beneficenza per raccogliere fondi per la ricerca e per donare quattro borse di studio ai figli di Signorini. Eranio era arrivato dall’Inghilterra, Aguilera aveva mandato i saluti con un videomessaggio direttamente da Montevideo, Skuhravy sembrava ormai un corazziere tridimensionale; per qualcuno come Nappi, Caricola o Fontolan, invece, il tempo sembrava essersi fermato.
Come per la gara di Coppa Uefa con il Liverpool, lo stadio presentava un colpo d’occhio da brividi. Erano accorsi in trentamila. Per l’occasione la Gradinata Nord aveva predisposto una speciale coreografia: un imponente grifone giallo e arancio era stato posizionato al centro dei due anelli, mentre delle bandierine bianche scrivevano il nome di battesimo del Capitano in mezzo ad un oceano di drappi rossoblù. I due figli maschi avevano la maglia del Genoa: Alessio avrebbe giocato in difesa con la sua numero sei che di lì a breve sarebbe stata ritirata, Andrea con la undici in attacco. Signorini indossava un maglione e un pantalone blu e un paio di scarpe da ginnastica. Avrebbe voluto alzarsi dalla carrozzina per correre incontro alla sua gente, parlare, urlare, come aveva fatto tante volte. Ma non poteva. La SLA non gliel’avrebbe mai permesso. Lo stava consumando, gli aveva tolto la voce e gli stava prosciugando la vita dall’interno. Parlava con gli occhi Gianluca e piangeva per l’emozione. E quando Benedetta spinse quella carrozzina sotto la Nord, nessun genoano riuscì a trattenere le lacrime. Fu l’ultima volta che Genova vide Signorini. Prima di lasciare Marassi, Benedetta lesse al microfono un messaggio scritto dal padre. Era il suo toccante commiato.
“Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata.”
Il 6 novembre del 2002 la SLA, a 42 anni, se lo portò via. Ma quella sera di maggio del 2001 Gianluca capì, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che per tutti quelli che gli avevano voluto bene sarebbe rimasto, in ogni caso, il Capitano. Per l’eternità. Anche a Cava, nonostante abbia giocato un solo campionato (29 presenze più la Coppa Italia), tutti ricordano con affetto quel difensore gentiluomo che indossò con onore la maglia numero 6. E che oggi corre tra le nuvole, dopo aver sofferto tanto, finalmente libero. Come l’aria.

Fabrizio Prisco

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REPACE DI PERUGIA ARBITRA DOMENICA CON LA PAGANESE

È stata affidata al signor Giuseppe Repace della sezione AIA di Perugia, la partita in programma domenica con la Paganese ore 14:30 al Simonetta Lamberti.

Gli assistenti dell’arbitro umbro saranno Gaetano Massara della sezione AIA di Reggio Calabria e Vincenzo Adriano Catucci della sezione AIA di Pesaro.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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MARTEDI LA RIPRESA AL LAMBERTI

Torna ad allenarsi la squadra martedì pomeriggio al Lamberti ore 15.

Modica ed i suoi inizieranno a preparare la sfida di domenica ore 14:30 al Lamberti contro la Paganese.

Il programma settimanale prevede doppia seduta mercoledì (ore 9:30 Pregiato-ore 15 Lamberti), giovedì mattina al Desiderio, venerdì doppia (ore 9:30 Pregiato-ore 15 Lamberti): rifinitura mattina a Pregiato.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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PAREGGIO CON LA CAPOLISTA AL MENTI: DOPPIO VANTAGGIO DI PUGLIESE

JUVE STABIA: Branduani; Schiavi, Troest, Mezavilla (1’st El Ouazni), Germoni; Mastalli (24’st Vicente), Calò, Carlini; Canotto, Paponi, Di Roberto (1’st Elia). In panchina: Venditti, Ferrazzo, Dumancic, Viola, Melara, Lionetti, Castellano, Sinani e Torromino. Allenatori: Fabio Caserta e Ciro Ferrara.

CAVESE: De Brasi; Palomeque, Silvestri, Bacchetti, Ferrara (10’st Filippini); Pugliese (33’st Bruno), Favasuli, Tumbarello (25’st Logoluso); Rosafio, Fella (33’st Manetta), Sainz-Maza (33’st Heatley). In panchina: Bisogno, Nunziante, Buda, Castagna, De Rosa, Agate e Magrassi.

Allenatore: Giacomo Modica.
Arbitro: Paterna di Teramo.
RETI: 28’ Pugliese (C), 6’st Paponi (JS), 8’st Pugliese (C), 30’st rigore Carlini (JS).

Spettatori circa 4500 con rappresentanza di 750 sostenitori ospiti.

Ammoniti Schiavi, Germoni (JS), Tumbarello (C).

Recupero: 0’pt, 5’st.

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U15 NAZIONALE FA 6 GOL AL BISCEGLIE. SCONFITTA U17 NAZ

Doppia sfida per le Under 17 e Under 15 Nazionali in trasferta a Trani con il Bisceglie.

Vittoria roboante per l’U15 in un festival di gol e partita mai in discussione. I gol aquilotti sono stati messi a segno da Maffei 3 e 23 pt, Terriuolo 20 pt, D’Amore 20 st, Solpietro 25 st, Longobardi 33 st per il risultato finale di 6-0.

Passo falso per l’U17 di mister Criscuolo che, dopo una striscia positiva, perde pur dopo essere passata in vantaggio con Orefice: 2-1 per i neroazzurro-stellati.

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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BERRETTI BIANCOBLU SCONFITTA A TERAMO PER 6-2

Finisce con una sconfitta il match in esterna per la Berrettiblufoncè allo stadio Acquaviva di Teramo contro i padroni di casa: andata 1-1 a Pregiato.

Apre la gara nei primi minuti, il gol biancoblu di Nicodemo che sembra far sperare in una giornata positiva per mister Perrella ed i suoi. Pareggia quasi subito il Teramo con Antichi (tripletta finale e 4 gol agli aquilotti tra andata e ritorno).

Si porta di nuovo avanti la Cavese con Ferrara Domenico dopo 1 solo minuto, ma Antichi, Marini e Pezone portano il risultato sul 4-2 al primo tempo: finale a Teramo, 6-2. 

 

Ufficio Stampa Cavese 1919 srl

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